Rita Pacilio, L’amore casomai

Rita Pacilio, L’amore casomai. Racconti, La Vita Felice 2018

L’amore casomai di Rita Pacilio possiede e restituisce, attraverso episodi, momenti fermati con chiarezza espressiva, oltre ogni ambiguità, questo andamento, che provo a rendere con tre versi: «E con i sensi/ cercare il senso/ in ogni tempo». È avida questa ricerca dell’amore, dell’agape e dell’eros, dell’unione e dell’appagamento; è ricerca non di rado disperata o disillusa con ferocia rapida o estenuante.
Una Sherazade che a sua volta, un tempo e nei tempi, ha esperito le “conseguenze dell’amore”, ne ha gustato i frutti favolosi, dolci e amari,  racconta e condensa in versi – come se  fosse una terapeuta dell’ascolto che ora, narrando riporta e ripropone – bagliori e balzi su incontri, fotografie di interni, andirivieni tra divano e finestra, tra letto e cucina.
Esplorare, frugare, penetrare sono verbi che si alternano, ora in un lieve tamburellare, ora in un furioso percuotere, ad altri verbi, come sfiorare, carezzare, alleviare: l’amore può manifestarsi come sete incolmabile, come richiamo combattuto tra il dispensare generosamente e il palesarsi narcisisticamente, come ardore operoso, come tenero abbandonarsi, dopo.
Eppure, nel volgersi dei tempi e delle stagioni – le ore, i mesi, le fasi lunari, i luoghi, gli spazi en plein air o gli anfratti angusti, segnano, nei titoli dei testi nei quali l’opera si scansiona, un ‘girotondo’ di occasioni e versioni – resta una tensione pressoché inesauribile, l’inarcamento del corpo, quasi di ogni sua cellula, di ogni suo centro percettivo, a ricordare che il singolo umano, con il proprio moto incessante almeno nel limitato spazio temporale che gli è concesso, cerca, con ardore, appunto, e con brama assediata, perfino corteggiata, dalla disperazione, il “moto proprio” dell’Amore, inteso, oltre le classificazioni tranquillizzanti,  come Uno-Tutto.

© Anna Maria Curci

Sera di novembre

Si era trovato a parlare di lei più volte, perché conosceva bene la storia. C’è qualcosa di inquieto e di morte in queste città silenziose e dimenticate. Lo aveva meditato negli anni Venti quando il suo volto era pallido e lungo. Le aveva visto cambiare l’umore in maniera repentina. Significava qualcosa.

Significava attraversare la notte da analfabeta?

Le aveva visto chinare il capo in segno di stanchezza o solitudine. Dietro il vetro. Del resto alla sua età poteva permettersi gli uomini giovani e quelli anziani. Lo aveva già fatto senza conoscere il peso della coscienza. Da sprovveduta.

Certo non manca niente alla parete
il cielo immenso, l’albero,
il calco, portato qui dal giorno
prima a malapena
tenuto elevato nella cornice.
L’amore sa qualcosa dei ritagli
la linea che apprende fili sottili
chiome sporgenti sul terrazzo
lei anziana
con i calzini e una maglia rosa
al chiodo il volto
mentre parlano dal divano di fronte.

È questione di età, ripeteva. Le darà ragione il solenne accordo preso anni prima. Picasso e Gilot fu il racconto, la rassegnazione. E quarant’anni di differenza, la profezia. Continuare ghirigori con la matita in piena freddezza. Aspettare. Dalla parete il video in loop. Un risotto cucinato da Cannavacciuolo. Un piatto semplice. Le spezie non le uso. Il monumento affamato in fondo al cuore: la colazione alle due del mattino ha il sapore delle fragole di serra. Si impose svigorito. L’esilio era la poltrona bianca nell’angolo della stanza. Lui un burattino accasciato, non pretese nulla.
Dentro di lei abitavano tatuaggi colorati. Abbellivano l’esilio dell’incantatore. L’edera sulla pelle si lanciò nemica. Si riunirono gli dei. L’esistenza della luce un profondo collasso. L’uomo rubava segreti a Omero. Disse che era cieco e abbellì la voce. Finché morì oltre la libertà volteggiata nel fumo. Mezza finestra aperta. Combattere con il fato la fine di Tebe. Farsi riconoscere. Sanguinare questo dolore e placarsi. Celare, per un senso di vergogna o protezione, la mano stanca e fumare dieci sigarette in un’ora. Fumare e basta. Quella notte. Il fuoco del camino.
Come fosse lontana l’ombra.

 

Luna crescente

Bianco e nero. Bianco o nero. Una scacchiera sul tavolo. Con la mano piccola, muove la regina, mentre in televisione danno un revival di canzoni. Anni Sessanta. Ancora, tutto bianco e nero. Bianco o nero.

Sposta il re dalla fotografia.

Capite?

Non sa giocare. Non ha mai imparato. E adesso improvvisa il gioco. Prepara una mela, la mette in forno, poi le dà da mangiare pazientemente, come si fa con i bambini. La maternità al contrario. In quel quadro due contadini si abbracciano seduti sull’erba. Un cane li guarda, sembrano felici, Qui nessuno si abbraccia. La regina è la bambola che in cucina aspetta di essere servita. C’era una volta e non c’è più la figlia.

Passato, al passato, per passare.

Sul fuoco un brodino preparato per domani, la lucina notturna è già accesa nella camera di fronte.

Adda passa’ a nuttata.

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