Toti Scialoja, il poeta che va oltre il toporagno (di Gaetano De Virgilio)

toti scialojaHo ascoltato il nome di Toti Scialoja grazie a un bravo libraio in una libreria dell’usato, tanti anni fa.
Toti, il nome di un gatto che non è del tutto un topo. Scialoja, il cognome del commissario in Romanzo Criminale di De Cataldo. Il libraio aveva fatto il nome di questo poeta rispondendo a una mia domanda. Volevo che mi fosse consigliato un poeta che calcasse lo sterrato di un altro poeta che amavo, Carlo Betocchi. Primo libro acquistato Scarse Serpi, un libro Guanda, ne I quaderni della Fenice. Risultò un poeta diametralmente opposto a Betocchi. Due poetiche agli antipodi: l’uno funambolo, l’altro chierichetto; l’uno ballerino di samba, l’altro preciso parcheggiatore abusivo di versi.
Tra le mani, più tardi, mi capitarono I violini del diluvio, ne Lo Specchio, Mondadori, e ancora, solo per caso, e solo per fortuna – perché scorso tra i libri nelle mensole più alte della stanza della mia coinquilina di allora, Claudia – Poesie 1961-1998, ne Gli Elefanti, Garzanti. Leggevo, per la prima volta, di uno Scialoja pittore. Assicuratomi che non fosse il fratello del poeta, spiluccai (troppo tardi) la biografia di Antonio Scialoja che, per prima cosa, in effetti, era stato un pittore espressionista italiano. Due cose, ancora, mi sorpresero: il fatto che in tutte le biografie di Toti Scialoja fosse scritto che Calvino leggeva le poesie di Amato Topino, Bompiani, alla figlia Giovanna di sette anni e la maniera nella quale, in seguito, si parlava di lui: il poeta nonsense, il poeta favoloso che faceva addormentare i bambini, il poeta della fabula notturna, quello di «Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar». Leggendolo, però, ho capito che Toti Scialoja non è (solo) questo. Il poeta Scialoja vorrebbe fare, al contrario, fabula rasa di chi continua ad affibbiargli il titolo di poeta buffo, poeta limerick, poeta a seguito di Edward Lear.
Su Youtube (qui: https://youtu.be/NIn4fAOY-hk) trovate un siparietto molto indicativo sulla faccenda. Il 24 Novembre 1989 nella puntata di L’Aquilone sono ospiti Toti Scialoja e Attilio Bertolucci. Entrambi devono sottoporre al pubblico un poeta a loro caro, leggendo una poesia nello studio televisivo. Scialoja leggerà Rebora, Bertolucci, invece, Gozzano. Il conduttore, e qui vengo al punto, è sorpreso dalla scelta di Scialoja, e chiede al poeta: «come mai Scialoja, che è un poeta del nonsense, un poeta, diciamo, comico, ha scelto proprio Rebora?» Il volto di Scialoja, in quell’estratto, in questo istante, si fa mite, cupo, è una bomba a mano vestita da minicicciolo, e risponde: «Forse per opposizione e poi… non sono proprio comico… sono anche diventato un po’ serio adesso… crescendo.» Poi la trasmissione va avanti, ma questo per me è il sunto. Scialoja porta Rebora, attenti; Rebora, che in Italia è misconosciuto dalla critica, sempre rimasto in disparte, fuori dalle liste, proprio come Scialoja (se non fosse per Raboni, Manganelli, e pochi altri, i soliti che tirano fuori i cilindri dal ventre dei conigli).
In Rapide e lente amnesie, Marsilio, del 1994, e in Le costellazioni, sempre per Marsilio, si tocca con mano lo Scialoja più maturo, il poeta che sa che basta infilare un dito in una ragnatela per smantellare la laurea in architettura del ragno. Il poeta, per intenderci, che diviene lirico, che si è rotto i denti con il pane duro del divertentismo, che ha tolto dai libri la fascetta che indicava dai 6 ai 10 anni e che ora brucia gli incantesimi, smonta le giostre della fiera di paese, porta tutto a casa. Sveste la casacca della poesia per fanciulli – che tutto era tranne che una poesia esile o ‘minore’ – e indossa le scarpe lucide di un poeta adulto. Sono perlopiù degli esametri spuri, dove ogni verso impone le sue diciassette sillabe, ma segue più una logica musicale che una metrica. Il bestiario di Scialoja (topi, ragni, allodole, topiragni, gufi, zanzare, scimmie, tigri, gattopardi e anguille) lascia luogo al sentimento, all’amore, al sotto interrato del sentimento stesso; a questa voce di donna continuamente bassa («non mi arriva una parola di quello che mi dici a voce», o ancora «né afona né flebile al contrario con una scorza che si sgretola e svanisce in cerca del suo giusto inferno»). È uno Scialoja su cui vale la pena investigare perché è lo stesso che scrive: «Trentatre tigri pigre/ si aggirano per Praga/ non c’è nemmeno un vigile/ che gli indichi la strada», è lo stesso di «Sui baobab fuori Bombay/ sbava al vento e assai si bea/ il bel boa che fa il nabab». Questo Scialoja, il secondo (o forse l’ultimo) è preciso ed esemplare per due motivi tangibili. È lo Scialoja di questo periodo che, con i dovuti mai e poi mai di cautela, ricordava Betocchi al mio libraio. Per prima cosa vi si riconosce il pittore quando è in grado di colorare il freddo di febbraio, quello «del tuo ridere irreale nella chiara sera sospesa/ rossa l’attesa assolveva l’ambigua penombra finale// l’irreale tosse nel rosso riverbero del fanale»; e in secondo luogo è chiaro come quel mondo favoloso e carnevalesco, usato per rompere gli argini della poesia contemporanea col solo aiuto dei gomiti, in seguito, gli abbia permesso di far fronte alle attese di un amore che richiede impegno (quale tipo di amore non lo richiede?), quello con Gabriella Drudi, che sposerà nel 1972.
I versi d’amore di Scialoja sono pastelli delicati; in Le costellazioni domanda: «Ti chiamasti proprio così? È il tuo nome che riaffiora?/ Qualche volta il tuo esserci si trovò a un passo dal tuo nome»; oppure in Estate Ventosa: «Scusami tanto posso farti una domanda metafisica?/ Questo supremo scolorare del sembiante/ nella chiara penombra delle chiuse imposte/ è il fiato del nulla?»; a metà, dicevo, tra un bambino che sfianca di perché un genitore in una sera domenicale e un amante perfetto che non si accontenta, che dice che l’amore in amore non basta, che l’amore in amore non è mai bastato a nessuno.

© Gaetano De Virgilio

 

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