proSabato: Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia

Il cruccio del padre di famiglia
[1917]

C’è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l’etimologia. Altri invece pensano che la parola derivi dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll’una né coll’altra si riesce a dare un senso preciso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto di refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un’altra. Per mezzo di quest’ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall’altra, quest’arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che quest’oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l’insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c’è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poiché l’Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell’atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto – e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l’idea ch’egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora.

In: Franz Kafka, Racconti. A cura di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1970, 252-253; la sezione nella quale il racconto appare, Un medico di campagna, è tradotta da Rodolfo Paoli.

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