Angelo Pellegrino, ‘Poema lisergico’ (nota di lettura)

Angelo Pellegrino, Poema lisergico, Milano, La Vita Felice, 2017, pp. 50, € 8,00

Oggi il sasso di fuoco
È tornato ancora. Oggi sento i
Passi lucenti del ragazzo chiamato. E vedo
Il saliscendi ondulato del nostro coro
Integrale. Coscienza malata
Massa immagine paura, coro degradato che
Procede spento sino al mio respiro

Stavamo cercando proprio voi, sorelle che
Sapete tutto. Siamo stanchi di aspettare
Voi conoscete il cuore del ragazzo. Solo
A voi parlò per ultimo. Com’egli ci disse
Eccoci tutti di fronte alla linea
Dell’acqua. Siamo venuti a ringraziare la
Coppa d’oro che il terzo giorno ci ha portato
Nostro figlio, dolce portatore di significati
Ci ha promesso il suo ritorno oggi

Da una delle alette del libro leggiamo: «Viviamo in un’età di distopie che s’annunciano terrificanti. Ecco allora il nuovo bisogno di  far conoscere una vecchia utopia degli anni Settanta del secolo passato. Chissà se ancora può dire qualcosa ai giovani d’oggi, che soltanto per una colpevole distorsione intellettuale possono dirsi diversi. Io li sento simili, soltanto più minacciati. Proprio per questo ancora più bisognosi di utopia di quanto lo eravamo noi che forse grazie all’utopia siamo riusciti ad arrivare sino a oggi». È lo stesso autore, Angelo Pellegrino, ad introdurre il suo Poema lisergico, a collocarne la scrittura in un tempo passato che continua a ‘provocare’ la storia odierna: gli anni del post-Sessantotto e dei Movimenti in cui non tutti si riconobbero, come accade per chi ha scelto di restare ai margini e, da lì, osservare e ‘fare’ anche altro. È il caso di Goliarda Sapienza − defilata negli anni degli -ismi −, la quale − ricorda Pellegrino privatamente − amava questo poema; un testo che si potrebbe definire visionario e ‘fantasmatico’, intriso di mito − come la terra siciliana da cui entrambi provenivano − e di un gusto che richiama il teatro antico. Sapienza e Pellegrino lo conoscevano, il teatro, non soltanto per provenienza geografica, ma perché è anche il “luogo che non esiste” (ū ‘non’ e tópos ‘luogo’) in cui rifugiarsi per sottrarsi al contemporaneo: gli Anni di Piombo. La poesia avrà la stessa funzione per Sapienza, in tutti gli anni in cui la sua prosa lirica resterà a sostegno di un vivere precario.

Il parallelismo tra i due autori che, certamente, si influenzarono a vicenda negli anni della loro unione (dal 1975), tocca anche una pièce in particolare, pubblicata nel volume Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014): La rivolta dei fratelli del 1969 è, senza dubbio, il copione più vicino alla «tragedia ateniese» secondo una «trasmissione ancestrale, quasi negromantica, che non aveva nulla di filologico» nella storia di Goliarda Sapienza (Angelo Pellegrino, nella Prefazione al volume citato). Perché questa necessaria affinità? Come in quel testo di Sapienza ancor di più in quello di Pellegrino c’è la presenza di un dichiarato ‘coro’ che ‘agisce’ il testo e nel testo. Per questa ragione non soltanto stilistica esso si lega inevitabilmente al teatro greco antico, che fonda la sua ragione nella poesia. Durante la lettura, infatti, più volte torna alla mente il lavoro del Teatro Valdoca di Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri non per il contenuto − distante − ma per la direzione intrapresa e per il lavoro vocale che risuona nel verso. Il Poema lisergico è fatto per esser pronunciato e, in questo senso, ha il valore del testo teatrale, pronto per essere portato in scena.

Nel 1968 usciva Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante per Einaudi, un volume oltre-poetico, che concentra l’esperienza di generi letterari diversi in uno solo: Goffredo Fofi ha parlato di «poemetto, teatro, poesia visiva» (Prefazione all’edizione Einaudi 2012). La vicinanza tra la Morante e Pellegrino non è “lisergica”, anzi, ma è nell’etica perseguita: ancora Fofi scrive di una «incontenibile vitalità nonostante tutto». Si veda Pellegrino:

Tu hai anteposto la
Verità alla vita. Hai voluto
Vincere la paura.
[…] La verità è rivoluzione

Se l’utopia di cui l’autore tratta è anche la “felicità” che Elsa Morante mette in campo, quella (sempre citando Fofi) «disponibilità attiva alla vita, nel negare l’irrealtà e nel cercare e vivere la realtà», quella “felicità” così declinata è propria sia di Pellegrino sia di Goliarda Sapienza, scrittori della “realtà nonostante tutto” (spesse volte invece rifuggita da Morante romanziera), in un tempo che ritorna, con le loro opere, a parlare alla vita..

© Alessandra Trevisan

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