Lettera all’autore #4. Lo scialle rosso, Luigi Fontanella

Caro Luigi,

nel leggere il suo Lo scialle rosso, quel che, tra le altre cose, mi colpisce, sono le sue Note dell’Autore, che, pur presentandosi come delle semplici note esplicative o chiarificative dei testi, rivelano altro. Infatti, in alcuni passaggi, sono delle vere e proprie prese di posizione teoriche che indicano la poetica sottesa ai testi. Io, come lei, ritengo che sia compito non secondario del poeta quello di poter, anzi di dover, dire in maniera consapevole e intelligente sui suoi testi, perché la poesia non può essere nulla di ingenuo e d’inconsapevole. Essa è una atto artistico e conoscitivo insieme e il poeta, se nell’atto generativo è passivo, nel momento della composizione è e deve essere consapevole di quel che sta producendo. Riscontrarlo nel suo libro mi ha colpito e confortato sulla possibilità e la necessità di una scrittura poetica che, pur rispettandone le radicali differenze, non smetta mai di dialogare con la teoria.

Inoltrandomi nei nove poemetti che compongono il suo libro, mi è sembrato d’immergermi in un flusso di lettura, di parole e d’immagini che si muovono lungo diversi sentieri che aprono a vere e proprie dimensioni ulteriori, tra loro dialoganti. Vi è un continuo muoversi nello spazio, i vari poemetti e narrazioni in versi si aggirano lungo lo spazio geografico dei tanti luoghi che ha incontrato nei suoi viaggi e soggiorni e, al tempo stesso, percorrono lo spazio immateriale della memoria. Le dimensioni del tempo e dello spazio si confrontano nella radura della parola con una forza calma e discorsiva, che non toglie nulla alla potenza della visione e dei versi ad essa legati, ma, anzi, li amplifica in un’eco che riverbera in chi legge fino a toccarne le corde più profonde. Potrei azzardare che una cifra del suo dettato poetico in questi testi – diversi per tematiche, tempi e occasioni di composizioni – sia una forma poetica della distensio animi di agostiniana memoria, un’esperienza del tempo soggettiva e radicale, in cui il tempo non è più solo cronos ma si fa aion, forza vitale e durata, e kairos, occasione propizia. Diventa un protrarsi dell’anima nel passato che si trasforma in trasfigurazioni e visioni che proprio la forma distesa del poemetto, con il suo filo narrativo nascosto e con le accensioni e le pause che gli sono proprie, favorisce. I luoghi quindi sono al tempo stesso luoghi geografici e luoghi dell’anima, sono sia protagonisti, sia occasione e sfondo del dramma lirico che di volta in volta si accende. E qui mi sembra ci sia un aspetto che si fa vera e propria cifra del suo dettato poetico e che diventa palese nell’ultimo poemetto del libro, Canto del distacco, in cui, come anche lei richiama nelle note, vi è un salto qualitativo del rimembrare, in quanto il ricordo, reso preciso dai frammenti che punteggiano questo vero e proprio diario poetico, non è un semplice ricordare o il rammemorare che si fa parola poetica, ma esso diventa un immaginare e di conseguenza un reinventare il passato, contro la furia del tempo che travolge ogni cosa. Quindi è sì un proustiano ricercarlo o rivederlo, ma, anche e soprattutto, un vederlo per la prima volta, quindi un inventarlo, un trasformarlo da com’è, o meglio come fu, a un come sarà o meglio a come dovrebbe essere. E in questo passaggio mi sembra che la dimensione del sogno, richiamata opportunamente da Paolo Lagazzi in prefazione, sia il segno di questa produzione di immagini che rifondano la visione poetica e la rendono nuova, inaudita, una consapevole illusione (Sono già/ seduto nel treno, spalle rivolte/ alla mia destinazione, mentre/ davanti ai miei occhi socchiusi/ tutto vertiginosamente regredisce, sfuma/ e ai fa sogno/ oblìo/ ombra/ aria/ illusione). Nei versi che chiudono Efemeridos, nelle spalle rivolte alla sua destinazione, che è poi la destinazione di ogni vita, in cui tutto regredisce in un sogno e nell’oblio, vi è una sintesi mesta e ferma di un’intera esistenza, che però coinvolge sia il singolo, l’io lirico in questo caso, ma sembra aprirsi ad una meditazione comune. In questo passaggio mi sembra di cogliere la lettura benjanimiana dell’angelo della storia di Paul Klee, sul senso umano del tempo e della memoria, del viso dell’angelo che è rivolto al passato mentre è implacabilmente sospinto nell’ignoto del futuro dalle forze che muovono la storia e le nostre vite. A questo proposito non mi sembra essere un caso che i suoi poemetti siano popolati da persone, figure, personaggi della sua memoria personale – su tutte la figura paterna, protagonista di un vero e proprio dramma nel e del ricordo – ma anche animati da molti e intensi riferimenti letterari, in un dialogo costante con la tradizione, che è continuamente ripensata e ridetta. La poesia, dunque, ha il compito di creare simboli e segni che dicano ciò che si mostra dal profondo e che reclama di esser detto in maniera originaria. Nel poemetto che dà il titolo alla raccolta, ad esempio, il simbolo, in questo caso lo scialle rosso, viene usato in maniera estensiva e intensiva al tempo stesso. Estensiva perché copre, nel suo volteggiare dai primi versi, l’intero svilupparsi del poemetto, accompagnando le varie figure e personaggi che lo animano; intensivo perché nei versi finali si fa cifra, segno della condizione esistenziale e si palesa addirittura come farmaco, come cura ai dolori, alle cicatrici della vita, trasformandosi in un sole altro che tutto illumina e che porta con sé l’anima di chi scrive ( È tardi, ormai./ Vento e pioggia hanno spazzato via/ tutti e tutto./ … avvolgiti, anima mia,/ in quello scialle rosso/ vola fino ad un altro Sole,/ questo/ che oggi scioglie i nostri corpi le nostre dita/ i nostri pensieri le nostre ore/ sotto uno stesso cielo di mani e di mari, sole/ che cicatrizza/ ogni dolore/ ogni ferita.). Ecco, caro Luigi, mi sembra che la sua sia una vera e propria operazione mito-poietica, compiuta con un linguaggio volutamente piano e colloquiale, con rare ma significative accensioni, che, oserei dire, prende per mano il lettore e lo conduce, con un canto sommesso, ma fermo. Una malia che però non si slabbra mai, ma conserva una sobrietà di fondo che si fa vera e propria sostanza etica, che è la sostanza ultima di ogni vera poesia.

La saluto con profonda stima e in amicizia.

© Francesco Filia

 

Luigi Fontanella, Lo scialle rosso, prefazione di Paolo Lagazzi, Moretti e Vitali, 2017.

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