Luigi Fontanella, ‘Il dio di New York’

Luigi Fontanella, Il dio di New York, Passigli editore, 2017, pp. 276, € 19,00

Scintillano gli occhi del nostro Pascal di fronte allo spettacolo − per lui straordinario e convulso − di macchine taxi autobus e fiumi di gente frettolosa per le strade della Lower Manhattan.
È una tarda mattinata di aprile. I nostri introdacquesi sono ormai nella Grande Mela. I loro occhi vanno soprattutto verso le sopraelevate, sulle quali scorrono senza sosta proprio sopra le loro teste, con enorme fracasso di ferraglie, i vagoni della metropolitana (
New York City Subway).
Si tratta del maggiore sistema di trasporto pubblico esistente al mondo, l cui prime porzioni, nella città di New York e dintorni, cominciarono a funzionare fin dal 1869.
Pascal è soprattutto sbalordito dalla lingua (le lingue) che sente circolare fra la gente, mentre sfrecciano velocemente automobili e vari mezzi di trasporto della City.
Ovviamente a prevalere è l’inglese, una lingua che il giovane ha sentito a Ellis Island dai solerti impiegati della dogana, e che ora si rimescola prodigiosamente con il dialetto abruzzese dei suoi compagni e di Mario Lancia, il compaesano caposquadra che è venuto puntualmente a prelevare il nostro gruppetto al Battery Park.
Ma non c’è molto tempo per assaporare o rendersi pienamente conto di queste ‘meraviglie’. La guida si muove con scatti precisi e a ben districarsi in mezzo al traffico di Manhattan. Controllando nervosamente l’orologio, Lancia scambia sbrigativamente qualche parola con loro, mentre li porta immediatamente alla Penn Station e da lì, in mezzo al marasma generale, subito in treno alla volta di Hillsdale nel New Jersey.
Questa è l’America, la prima America, che si fece incontro a Pascal il 20 aprile del 1910. (p.98)

Mi piace pensare che sempre, dentro ogni voce, riecheggi quella di chi l’ha preceduta, che ogni individuo trovi, nei propri maestri, un faro − e forse, più che una luce soltanto − la continuità del suono e dell’ispirazione. Due aspetti che, insieme, fanno un risultato, danno corpo a un’idea. Appresa la lezione, si procede oltre: si riedifica, dallo ieri al presente. «Impara tutto e poi dimentica tutto» ha detto il sassofonista Charlie Parker e, anche se qui siamo in un terreno letterario − intriso di studi storico-antropologici − ci si chiede se il suo suggerimento non valga anche per Luigi Fontanella. Restiamo negli Stati Uniti, sia con il tema del volume di cui parlerò sia per la professione dell’autore, già docente ordinario nel Dipartimento di Lingue e Letterature Europee alla State University di New York; saggista, poeta [di questo si è occupato il nostro Francesco Filia qui] e narratore, lo scorso anno ha pubblicato per Passigli Il dio di New York, un romanzo che guarda da vicino il tema ampio dell'”emigrazione italiana” negli States, in questo caso a inizio Novecento. Ci sono diverse immagini che scuotono la memoria prima di iniziare la lettura: la prima è quella di un film di una decina di anni fa, Nuovomondo di Emanuele Crialese (2006), che ci riporta ancora nella città in cui si svolge la vicenda; la seconda è una fotografia di Charles Clyde Ebbets del 1932 intitolata Lunchtime atop a skyscraper. Siamo negli anni Trenta, lontani dal racconto di Fontanella ma con un occhio vigile desideroso di guardare la città come quell’operaio della copertina: dall’alto di un grattacielo in costruzione (l’empire State Building); dall’alto di un tutto che è la storia più articolata di tante vite narrate in una sola, quella dell’abruzzese Pascal D’Angelo, il protagonista del romanzo.
È curioso come l’eterno sogno statunitense, «esistenziale», sia vicino a quello autobiografico di Mario Soldati e del suo America primo amore (Bemporad & F.o, 1935): un Bildungsroman in cui il coraggio di una giovinezza si scontra con la realtà aspra, con un “vuoto” e una “utopia” celata − di quelle che conosciamo bene e ritroviamo anche in Francis Scott Fitzgerald, tra gli altri di quel tempo. Diversamente, in Fontanella, l’esperienza è sì feroce per classe sociale, lavoro, stati d’animo; il protagonista sperimenta su di sé la vita dell’emigrato immerso nel “grigiore”. Si percepisce, tuttavia, che in lui persiste una vitalità propria del coraggio che manifesterà in continuazione. Il rapporto tra il suo nome e quello del grande pensatore del Seicento potrebbe rimandare a considerazioni ulteriori, in effetti, anche su quest’ultimo punto.
C’è un dato, ancora una volta letterario, che avvicina Pascal a una letteratura oramai della tradizione, più parlante di quella di Soldati in questo caso specifico. Ciò riguarda il fatto che, come personaggio, il suo forte desiderio di letteratura, scoperto frequentando la New York Public Library dove legge Keats e Shelley, risulta essere un elemento narrativo di continuità. La poesia in inglese, la scoperta della possibilità di scriverne in una «lingua dell’esilio», è quello che avvicina Pascal ad Emanuel Carnevali. Così il titolo del romanzo che guarda a Il primo dio dell’autore bolognese. Cosa sia quel “dio” non è difficile da immaginare: la critica l’ha già definito coerentemente con il termine “eroismo” [come ha scritto Mario Mignone su «La Voce di New York» qui]; forse si potrebbe sottendere il termine “resilienza” (non privo di una meraviglia innata, che vive dentro ogni novità) che oggi ha preso molto piede: quella determinazione che ha caratterizzato gli sforzi di generazioni bisognose di ricercare fortuna fuori dal loro paese d’origine. Sono quelli anche gli anni in cui in Europa imperversa la Prima Guerra Mondiale: la vicenda del nostro si snoda, infatti, tra il 1910 e il 1922. Il primo conflitto sta lì dentro.
Nel linguaggio, dove tutto si compie per Carnevali (che negli USA ci si recherà dal 1897 al 1922), la scoperta della messa al centro della forma-poesia per salvare un’esistenza eccentrica, scentrata, è una tendenza da rimodulare nel caso di Pascal che, come conosciamo, non desidera diventare un autore italiano. Eppure la poesia salverà l’io, lo farà evolvere, lo condurrà a sfidare la condizione umile e piatta di manovale; la poesia sarà la buona causa, il solo sacrifico ammesso, l’unica volontà da perseguire per far accadere un ‘superamento dell’origine’ e della vita, del parlato, dell’espressività e del passato, com’è vero che così avviene nella scrittura di versi..

© Alessandra Trevisan

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