Fernando Della Posta, Cronache dall’armistizio

Fernando Della Posta, Cronache dall’armistizio, Onirica edizioni 2017. Prefazione di Anna Maria Curci

“Vano è gioire per l’ultima tregua”. Cronache dall’armistizio di Fernando Della Posta

Ingenuo è illudersi di vivere in una pingue e placida pax, se non più augustea, comunque infarcita da bollettini mediatici edulcorati. È tregua armata, questa lunga teoria di dismissioni che viviamo. Il poeta, occhi aperti e sensi tesi, scruta le orme, le rischiara, getta luce cruda sugli interstizi.
Le diverse sezioni che compongono Cronache dall’armistizio di Fernando Della Posta (I diritti di tutti e fatti di cronaca, Metagrafie, Secondo Cuore, Ai margini, Sogni, Jazzin’ City dawn) mantengono la promessa del filo conduttore annunciato dal titolo e introdotto con passo sicuro, efficace e allitterante dal testo che dà il titolo alla raccolta, Cronache dall’armistizio, appunto: «– pensa per esempio agli inservienti – dicevi –/ essi, incuranti/ staranno già miscelando conforti e caffè/ su vassoi comuni, da qualche parte là fuori/nella grande cucina da campo.»
Occorre intendere “cronache” in senso ampio: esse includono, è vero, in questa raccolta, anche il contatto quotidiano con quelli che vengono comunemente intesi come ‘fatti di cronaca’, ma vanno ben oltre, sia per natura e realizzazione dei testi raggruppati con il nome di Cronache, sia per ciò che riguarda l’oggetto dell’attenzione del poeta, il quale, dell’era dell’armistizio, cattura istantanee – di disagio, disarmo, distorsione, violenza, sopruso, smantellamento e, nonostante tutto, meraviglia – e individua collegamenti più profondi, tra premonizioni, trascurate nel passato così come nell’oggi, e fenomenologie tanto evidenti al suo sentire quanto calpestate dagli altri,  come «viola sanguigna non colta dai più».
Essere e tempo ricevono dal poeta parole, combinazioni e ritmi volti a rendere il loro scontro e il loro intreccio, il loro cozzare e il loro collegarsi. Il contesto d’uso delle parole, le loro connotazioni nel farsi delle epoche, il loro potere evocativo sono ben chiari a Fernando Della Posta, che tuttavia fa più di un passo avanti rispetto a ciò che aveva annunciato come semplice ‘rapporto’, ‘bollettino’, coniugando consapevolezza comunicativa e lucidità creativa.
Ciò che giunge a chi legge questo ‘canzoniere dell’armistizio’ è un’alternanza fruttuosa di ballate, ironiche o dolenti («dissero al mare/ che sarebbero arrivati in tanti/ ed egli preparò una spiaggia lunghissima/ come una grande tavola imbandita di ogni bene, e il vestito migliore/ azzurro di sole»), e di forme brevi, quasi illuminazioni (è il caso di Poesia infantile della pioggia e di Poesia matura della pioggia), di memoria (di storia e di poesia, di arte, vissuta, meditata e attraversata in maniera implicita o esplicita, come avviene nelle Metagrafie) e proiezione a lungo termine così come di epifania dalla sorprendente sapidità. Il riferimento esplicito ad alcuni generi musicali, blues (Blues delle rapine in villa) e jazz (Jazzin’ City dawn) innanzitutto, è intenzionale e ben motivato dall’esito poetico. Questi componimenti poetici vanno ascoltati, oltre che letti.
La varietà riguarda anche la scelta delle forme metriche; settenari si affiancano a endecasillabi: «ricordare le ceneri/ sparse sui fondali dei robivecchi/ cercando gli operai che non sono»; oltre che in dodecasillabi o in versi ancora più lunghi («Se non ti fossi arreso a una premura distorta») ci si imbatte, per esempio,  in quinari («e non lo soffri») o perfino in chiuse di tre sillabe («che salva»).
Concorrono alla ricchezza di scelte anche gli scenari, ben definiti e identificabili – la «Roma enorme» di Mister Ok, la Milano nella quale «si sente il dialetto solo dietro i banchi delle mense» di Blues delle rapine in villa – oppure volutamente dilatati fino a diventare luoghi di un’anima universale, nei quali può avvenire il prodigio che rovescia il gioire «invano, dell’ultima tregua» del Secondo cuore – un io lirico, questo, più che sdoppiato, scaraventato sul palcoscenico del vivere sociale, farsa e ludibrio, tragedia e rito sacrificale – nella fiducia nel potere salvifico dell’ultima pioggia: «C’è una pioggia battente/ che inzuppa fino alle ossa,/ che reca in dono l’ultima goccia/ che salva.».

 © Anna Maria Curci

 

***

Cronache dall’armistizio

Di quando si viaggiava
ai luoghi dell’armistizio
e lungo il tragitto discorrevamo sapienti.
M’insegnavi che la più astuta delle strategie
per i vinti, sarebbe stata credere fermamente
che tutti avrebbero seduto alla pari:
pensa per esempio agli inservienti – dicevi –
essi, incuranti
staranno già miscelando conforti e caffè
su vassoi comuni, da qualche parte là fuori
nella grande cucina da campo.


Blues delle rapine in villa

Pensai che ci fosse un codice d’onore
quando mi accorsi che l’unica villetta non toccata dai ladri
era quella del bimbo che stava male,
quello che forse non avrebbe mai gioito del sole.
Ma stavano bene di soldi, forse i più ricchi.
Le amiche di mamma ci facevano caso,
e spesso sputacchiavano veleno anche per il chiasso:
“Tre auto, il giardino curato e tutte le comodità”
dicevano … una specie di scala mobile per la salvezza.

Se c’è un minimo di antinomia anche nella miseria
nei codici che non salvano l’apparenza
perché apparenza non c’è:
a Milano si sente il dialetto solo dietro i banchi delle mense:
tra i fumi degli oli e le radure infinite di spatole sporche
che a lavarle ci si spacca le mani di morsicature gelate.

 

*
sorprendente l’energia nervosa che non stronca
della signora centenaria come bimba
dal cuore immarcescibile di mucca/toro,
a spasso tempo fa con la cannata in testa
tra fontana campo di fatica e chiesa.
mani badili sulle guance dei bambini
di saliscendi in saliscendi e scale e grani di rosario
col velo bianco in testa sullo scranno,
che nessuno sa perché né chiosa.
Il sud è un avamposto liquido:
dovunque sia focolare secolare acceso che ristora,
——————————————————o che smorza
l’acrimoniosa morsa della terra,
è sud.

 

*
l’armata bianca alla silenziosa baionetta si annuncia
in crepitare di fuscelli sulla china della schiena.
presto dalle spalle si riverserà
come fiume in piena.

l’armata rossa sale dall’inguine come marea di luna piena.

il secondo cuore all’ombra del faggio nella valle quieta
sta gioendo invano, dell’ultima tregua

 

*
Anche negli interstizi ai margini
dove sparute guerricciole accadono
la vita esplode infinitesima.
Come fiori appassiti al resto
dell’agglomerato umano,
i personaggi, lì
si colorano vivacemente
più che altrove, solo per sé stessi.
Qualcuno di loro, talvolta
infrange gli invisibili confini,
e puoi vederlo svettare
gigante purosangue
sui palcoscenici che contano.
Ma anche là, pare
una sola vita non basti.

 

Poesia matura della pioggia

C’è una pioggia battente
che inzuppa fino alle ossa,
che reca in dono l’ultima goccia
che salva.

 

Jazzin’ City dawn

ogni giorno, la sua alba, ha di che stupirsi
di come resiste e vince il gelo.
di come pallido un arancio dal niente s’accende
on the sparkling grinding city
che pian piano si lamella di miele
e che a terra sfarina galaverna come zucchero.

 

*
essere liberi vuol dire
poter abbracciare indifferentemente
capomastri e braccianti
nello stesso recinto:
ma è necessaria una parca lucidità vegliante
e il grilletto pronto come lo scatto
di chi sta alla base della catena alimentare.

 

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