Alberto Manzoli: due inediti

Lamento di Enkidu

Gilgamesh ordinò al cacciatore:
“Va’, e porta la prostituta Shamhat con te.
Quando gli animali selvaggi si recheranno all’abbeverata,
falla spogliare, fa’ che mostri il suo sesso.
Enkidu la vedrà, le si avvicinerà,
e allora i suoi stessi animali, quelli con cui è cresciuto,
non lo riconosceranno più.”

La lepre. Il toro. L’ape e il leone:
le grandi anime sono capaci
di grandi silenzi e grandi segreti.
Sarà per questo forse che al ricordo
dei giorni andati, quando ero divino,
quando scorreva senza distinzione
la vita tra me e ciò che non ero,
il cuore mi si stringe come un pugno;
e allora grido, e il grido cade in nulla,
la mandria fugge ancora e mi abbandona.
Io, Enkidu, ero uno di loro:
e nei tramonti e nei mattini immensi
ero silenzio e sogno e alba certa,
avevo i loro occhi e la visione,
e in dono un mondo di pascoli e rivi.
Adesso non sono più nulla: gemo,
ridotto a forma umana senza scampo,
ad un pensiero conforme e banale;
e al passo di un inverno che si guasta
contemplo l’acqua pura del disgelo,
e il folto dei comignoli sul tetto
a sfidare la luce che si allunga
verso frontiere franche, mentre insieme
quieti alla nostra fine scivoliamo.
E in questo scarto tra rumore e suono,
seduto sul gradino presso all’uscio,
mondando le insalate per la cena,
ricordo il fuoco della mia potenza,
quando correvo assieme al vento caldo
piegando a terra le erbe con l’amore
più crudo e nel mio corpo trionfante
era la mia certezza e il mio destino.

Poi, nel bagliore di un giorno assetato,
senza che avessi sospetto o sentore,
venne la bella. Sapeva di rose.

 

 

Australopithecus sapiens sapiens

Mi muovo qui, in assenza di tempo,
scostando i rami per cogliere i frutti,
e uova e nidi e poi di tanto in tanto
scimmie minori, quando ci riusciamo,
da spartire con le femmine a terra.
Non prendo mai più di quanto mi serve.
Ogni tanto, poi, mi fermo su un ramo,
e il mio sguardo sereno si distende
sopra l’immensa cupola smeraldo
fresca e pulita di recente pioggia,
e al richiamo gioioso degli uccelli,
a questo soffio gentile di dentro,
io mi domando se esiste davvero,
se ciò che alcuni chiamano la morte
non abbia regno che sull’apparenza,
e non sia solo un mutare di forme,
dal minerale al vegetale e oltre
poi, tutto daccapo, e tutto di nuovo,
col cuore in gola, affannato e felice,
questo scendere e salire dal ramo
che non si spezza e che non avvizzisce,
la mammella sempre verde di latte
che non distingue tra figli e figliastri.

Ignoro tutto, a parte la foresta.
Così mi pare di sapere tutto
quello che esiste da sapere al mondo,
soltanto gli alberi, i ruscelli, i sassi,
tutta la vita che ci nuota dentro,
che vola, striscia o canta nel mattino,
e che non chiede null’altro che vita.
Questo io so che è la cosa giusta.
Se esiste un altro mondo, è sbagliato.

*

© Alberto Manzoli

 

Alberto Manzoli è nato a Corniglio (Parma) il 13-11-1962. Laureato in Lettere, funzionario di ASP (Azienda Servizi alla Persona) di Fidenza (Parma), ha pubblicato le seguenti raccolte di versi: La cruna dell’ago, ed. Tapirulan, Cremona 2011, Parma di Francia, ed. Tapirulan, Cremona 2015.
Recensioni e testi sono stati pubblicati da riviste e antologie (Lieto Colle – Antologia Clandestini – Keltia – PPS – Aurea Parma – Al Pont ad Mez – Editrice Battei).
Dal 2007 fa parte della giuria del Concorso di Poesia dell’Associazione Culturale Tapirulan, presieduto dal Prof. Paolo Briganti, direttore del Dipartimento di Italianistica dell’Università degli Studi di Parma.
Interviene più volte, sia come relatore che come saggista, nel percorso di ricerca sul Futurismo portato avanti dall’Università degli Studi di Parma, Dipartimento di Italianistica.
Collabora da anni con il critico letterario Giuseppe Marchetti e con il prof. Paolo Briganti nell’organizzazione di readings e spettacoli incentrati sulla poesia per il Comune di Parma.

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