Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno

Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno. Prefazione di Francesco Dalessandro, La Vita Felice, 2018

L’ultimo quarto del giorno, precisa Raffaela Fazio nella nota introduttiva alla raccolta omonima, è, «secondo la tradizione ebraica», la quarta parte della giornata di Dio, fatta di dodici ore. È la parte in cui Dio gioca con il Leviatan. Con il Leviatan? Sì, ci avvertono fonti interpretative, è proprio con il male che non prevarrà che Dio “gioca” qui.
Fondata su questo nucleo concettuale (che l’autrice ha recentemente esposto nel suo saggio Il gioco come ‘forma temporis‘, pubblicato sul blog “La poesia e lo spirito”), anche questa raccolta di Raffaela Fazio, come la precedente ti slegherai le trecce, mostra una architettura solida, accuratamente progettata. Il passaggio da un ambiente all’altro di questo edificio poetico o, per uscire dalla metafora, da una all’altra delle quattro sezioni che la compongono, è non solo documentato con riferimenti a fonti e a ideali interlocutori afferenti ad ambiti diversi – letteratura, filosofia, testi sacri – ma anche argomentato in maniera convincente. Allo stesso tempo ogni testo di ciascuna sezione riporta a un’idea dell’incontro o, per essere precisi, del duettare di principi, poli, fenomeni, centri (essere e tempo, presente ed eterno, poesia ed esistenza) che l’autrice va coniugando nella sua intera opera poetica.
La lettura dell’opera ci dà conferma di quanto appena affermato. Il titolo della prima sezione, Tra il gioco e il mondo, richiama esplicitamente un passaggio del testo citato in esergo, la Quarta Elegia dalle Elegie Duinesi di Rilke, nella traduzione della stessa Raffaela Fazio. Viene ripreso dunque il tema conduttore, quello del gioco con il Leviatan. Esso viene, tuttavia, ulteriormente ampliato, con l’aggiunta di attori e di focalizzazioni. Nel caso del testo di Rilke, che riporto qui nella mia traduzione, è l’universo fanciullo, caricato di un potere fondante e di un potenziale creativo di grande rilievo: «Ed eravamo eppure, nel nostro andare soli,/ contenti di ciò che dura e sostavamo/ nella terra di mezzo tra giocattoli e mondo,/ in un luogo che fin dal principio/ era fondato per un puro divenire.» E allora l’area di influenza di tale potenziale si espande in misura notevole. Come precisa Raffaela Fazio nelle annotazioni che corredano ogni apertura di sezione, in questo spazio intermedio «di fluida compenetrazione, può accadere perfino che eternità e nulla coincidano.» Inoltre, il primo componimento di questa sezione non solo può essere considerato un vero e proprio prologo, come giustamente osserva Dalessandro nella prefazione, ma è anche una dichiarazione di principio circa natura e portata del dettato poetico:

Ti dirò
di noi
sarò precisa
come è preciso il richiamo
di un piccolo animale.
Per le parole serie
chiederò
materia al volo.
E per l’infinito
che le sperde
non molto:
il buio
del gioco
tra il folto dei rami.

La seconda sezione, La leggerezza degli abissi, ricorda che è pur sempre con un mostro temibile che si sta giocando. Ecco che la poesia si colloca perfino oltre l’affaccio sull’orrido, oltre la soglia del tremendo, oltre l’orlo dell’abisso, ma accetta di immergersi (e questa immersione, come ebbi a scrivere qualche tempo fa, è inevitabile quando la ricerca poetica si associa a una attività di traduzione, e traduttrice è Raffaela Fazio) negli abissi, per farne emergere, accettando il rischio che può essere fatale, una bellezza «che sovrasta/ e travolge a distanza», come l’autrice dirà più avanti, nella parte conclusiva della raccolta.
La terza sezione, La danza dei confini, riporta una frase di Eraclito («Il tempo, un bambino che gioca spostando pedine: di un bambino è il potere sovrano»), e con essa aggiunge esplicitamente un altro elemento, peraltro già implicitamente presente nelle prime due parti, al gioco complesso di contrasti, sfide e conciliazioni, di gioco e mondo, bambini e abisso: il tempo, tempo che, nella quarta sezione, diventerà «ventre materno».
La quarta sezione, Un capovolgersi di altezze, scopre le carte: sì, “la” ricerca per eccellenza è quella che praticavano i poeti del primo romanticismo tedesco, l’unità degli opposti. Nel far questo, la poesia non può che essere, soavemente ma con decisione, sovversiva, dinamica, in continuo divenire (e ancora qui torniamo al “puro divenire” della Quarta Elegia rilkiana). Essa non può che essere Sehnsucht, non può che essere – mi si perdoni l’autocitazione – “sete insondabile e perenne”:

Sii il flettersi
che attornia la visione
e sul labbro la ritrova
la ripete.

Sii la sete.

L’ultimo quarto del giorno guarda in faccia, dunque, il rischio e l’azzardo di questo gioco così come il segno del tempo sui tratti dell’animo e del corpo. Lo fa con un piglio consapevole, nutrito da una evidente familiarità con la scrittura biblica,  e con un respiro che solleva con delicatezza, eppure con decisione, anche le pieghe più distanti dalla «prima occhiata».
Lo sguardo che scava e che intuisce, che esplora e anticipa – nello scorgere e precorrere nei volti dei destinatari di molti componimenti, «David», «i miei bambini», le linee di un’evoluzione e di un’intima speranza, nonostante tutto.
Sembra procedere, questo sguardo, per rapidi squarci tra immersioni e emersioni, dunque con versi brevi. L’attacco che ricorre con maggiore frequenza in questa raccolta è un quinario o un senario, talvolta anche semplicemente un verso composto di tre sillabe. Ma attenzione: sta a chi legge non solo associare le tessere del mosaico, raccogliere i pezzi sparsi di una scacchiera ‘universale’ e mobile nel tempo, ma anche ricomporre le coppie di versi, così da individuare in esse novenari, decasillabi, endecasillabi.
Ecco che il gioco, posto a fondamento di questa raccolta, non solo è manifestazione del divino, ma si fa anche gesto solenne e serissimo degli umani nell’incessante tentativo di interpretazione del mistero.
L’ultimo quarto del giorno affronta a viso aperto e non velato, sprofondando anche negli abissi, gli scossoni della verità, che si manifesta, lo sappiamo, per lo più inaspettata, ancorché costantemente ricercata, giacché – sembra dire Raffaela Fazio sulla scorta di Controreplica (Eine Duplik) dello scrittore illuminista tedesco Lessing – è degli umani non  il possesso, bensì la ricerca di verità.

© Anna Maria Curci

***

dalla sezione L’ultimo quarto del giorno

Viviamo
e vogliamo narrarci.
Ma si sfa ogni racconto
nel dirsi:
non c’è filo, né trama.

Solo esiste
uno stare nel mondo
(sia sul fondo
che sul pelo dell’acqua).

Solo questo ci basti
e ci prema:
abitare chi siamo.

 

dalla sezione La leggerezza degli abissi

Le mani intrecciate
mio amore
tentiamo il passaggio
dalla febbre notturna
al coraggio

ma intatti
ricadiamo nel sonno

sotto le palpebre
un’onda
una stessa luce di luci

come acqua che tiene
due relitti sul fondo.

 

dalla sezione La danza dei confini

Sono il tuo tornante.
Faccio sbandare
chi verso te
arriva in fretta.

Sono la tua vetta.
Per l’audace sognatore
——pronto il dirupo.

Tu sei il mio padrone

ma io la vincitrice
sul battito più cupo.

 

dalla sezione Un capovolgersi di altezze

Bellezza

C’è una bellezza
che sovrasta
e travolge a distanza.
Si riconosce
per la forza
che tutto ammutolisce
e per la coincidenza
tra l’apice e l’inizio
——–della fine.

Ma l’altra
non è data mai
in partenza.
La precede
——–l’asprezza
il masticare lento
il fare posto.
Poi accade
un capovolgersi
———di altezze

se si stacca
dal fuoco passeggero
——- una lingua
tra i rovi
una lucentezza
che si conserva
ardente
———nella prova.

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