proSabato: Marco Innocenti, Contro il resto del mondo

Soldato di carta

Sono nato siamese, attaccato a un altro francobollo, che a sua volta era attaccato a un francobollo e così via. Mi stamparono e dopo tre giorni mi mandarono a Firenze. Vivevo dentro il cassetto di una tabaccheria e sentivo le voci che provenivano da fuori. Chi voleva le sigarette, chi pagava il caffè, chi ci provava con la cassiera. In quella oscurità, le voci erano tutto il mio mondo, un universo di timbri, accenti, modulazioni.
Imparai che non c’è un «buongiorno» uguale all’altro. Ogni saluto, ogni parola ha il suo carico di umori, di significati, di botte date e prese. La voce che più amavo era quella della cassiera: non si stancava mai di rispondere ai saluti con gentilezza. La cassiera era il mio sogno nel cassetto. Letteralmente. Aspettavo che prima o poi mi affidasse a qualche cartolina di turista e intanto immaginavo le sue mani. sarebbero state calde e profumate. Le mani di una donna…
Quando fu il mio momento, mi toccarono le mani del marito. Erano grandi e ruvide, le sue braccia villose avevano peli di lunghezza e spessore vari che gli invadevano i polsi e il dorso delle mani. Io ero così liscio che mi faceva un po’ schifo, lui non mi guardò nemmeno e disse: «Con le Mentos e la busta fa duemila e quattro». Il mio acquirente non era un turista. Lessi il suo nome sul davanti della busta, sotto la dicitura «mittente».
Fu così che conobbi Paolo Tarantini, il giovane scrittore ancora inedito, il copywriter più promettente della Toscana.
Lo ricordo come un tipo piuttosto basso con i capelli lunghi e spettinati, avvolto in un cappotto dalla grandezza spropositata, nero. Aveva l’aria malinconica e guardava nella direzione della strada, come se qualcuno dovesse passare a salvarlo o ammazzarlo da un momento all’altro.
Paolo Tarantini si dette un gran daffare frugando nella tasca sinistra in cerca di spiccioli, poi provò nella destra e infine si rivolse, con una certa disperazione, a quella interna. La gente dietro di lui già mugugnava, pressandolo contro il banco della cassa. Avevano tutti fretta, non so bene di fare cosa. Gli spiccioli del signor Tarantini erano nell’ultima tasca, quella della sua camicia nepalese a righe, polverosa e intrisa di fumo. Pagò, uscì, e finalmente si occupò di me.
Mi dette una gran leccata, come i cani ai loro padroni, e capii subito che era schiavo di quella lettera. Da essa sembrava dipendere il suo destino. Mi pressò sulla busta e fece due passi, poi ci ripensò. Doveva essere un tipo molto riflessivo, se trovava il modo di pensare intensamente a un piccolo, insignificante centimetro quadro come me. Non si fidava della sua saliva, che mi faceva il solletico sul dorso. Sputacchiò sopra di me e premette ancora. Ero letteralmente incollato alla busta. Quindi la infilò dentro una cassetta rossa. La lasciò scivolare con dolcezza. Sentii il suo respiro mentre scivolavo giù, nel buio, e ritrovavo i miei fratelli. Quelli sul fondo si lamentavano, io ero più fortunato, ero in superficie. Poi fui sopraffatto da altre lettere, cartoline, e mi addormentai.

 

Marco Innocenti, Contro il resto del mondo, Baldini & Castoldi, 2000

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