Coriandoli a Natale #3: il ‘Natale’ di Alessandro Manzoni, con una nota di Chiara Pini


Il Natale e Il Natale del 1833: cronache di vita familiare di Alessandro Manzoni

di © Chiara Pini

Il Natale

Qual masso che dal vertice
Di lunga erta montana,
Abbandonato all’impeto
Di rumorosa frana,
Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;

Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole;
Né, per mutar di secoli,
Fia che riveda il sole
Della sua cima antica,
Se una virtude amica
In alto nol trarrà:
Tal si giaceva il misero
Figliol del fallo primo,
Dal dì che un’ineffabile
Ira promessa all’imo
D’ogni malor gravollo,
Donde il superbo collo
Più non potea levar.

Qual mai tra i nati all’odio,
Quale era mai persona,
Che al Santo inaccessibile
Potesse dir: perdona?
Far novo patto eterno?
Al vincitore inferno
La preda sua strappar?
Ecco ci è nato un Pargolo,
Ci fu largito un Figlio:
Le avverse forze tremano
Al mover del suo ciglio:
All’uom la mano Ei porge,
Che si ravviva, e sorge
Oltre l’antico onor.

Dalle magioni eteree
Sgorga una fonte, e scende,
E nel borron de’ triboli
Vivida si distende:
Stillano mèle i tronchi;
Dove copriano i bronchi,
Ivi germoglia il fior.

O Figlio, o Tu cui genera
L’Eterno, eterno seco;
Qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
Non ti comprende il giro:
La tua parola il fe’.

E Tu degnasti assumere
Questa creata argilla?
Qual merto suo, qual grazia
A tanto onor sortilla?
Se in suo consiglio ascoso
Vince il perdon, pietoso
Immensamente Egli è.

Oggi Egli è nato: ad Efrata,
Vaticinato ostello,
Ascese un’alma Vergine,
La gloria d’Israello,
Grave di tal portato:
Da cui promise è nato,
Donde era atteso uscì.

La mira Madre in poveri
Panni il Figliol compose,
E nell’umil presepio
Soavemente il pose;
E l’adorò: beata!
Innazi al Dio prostrata,
Che il puro sen le aprì.

L’Angel del cielo, agli uomini
Nunzio di tanta sorte,
Non de’ potenti volgesi
Alle vegliate porte;
Ma tra i pastor devoti,
Al duro mondo ignoti,
Subito in luce appar.

E intorno a lui per l’ampia
Notte calati a stuolo,
Mille celesti strinsero
Il fiammeggiante volo;
E accesi in dolce zelo,
Come si canta in cielo,
A Dio gloria cantar.

L’allegro inno seguirono,
Tornando al firmamento:
Tra le varcate nuvole
Allontanossi, e lento
Il suon sacrato ascese,
Fin che più nulla intese
La compagnia fedel.

Senza indugiar, cercarono
L’albergo poveretto
Que’ fortunati, e videro,
Siccome a lor fu detto,
Videro in panni avvolto,
In un presepe accolto,
Vagire il Re del Ciel.

Dormi, o Fanciul; non piangere;
Dormi, o Fanciul celeste:
Sovra il tuo capo stridere
Non osin le tempeste,
Use sull’empia terra,
Come cavalli in guerra,
Correr davanti a Te.

Dormi, o Celeste: i popoli
Chi nato sia non sanno;
Ma il dì verrà che nobile
Retaggio tuo saranno;
Che in quell’umil riposo,
Che nella polve ascoso,
Conosceranno il Re.

 

Il Natale del 1833

Sì che tu sei terribile!
Sì che in quei lini ascoso,
in braccio a quella vergine,
sovra quel sen pietoso,
come da sopra i turbini
regni, o fanciul severo!
È fato il tuo pensiero,
è legge il tuo vagir.

Vedi le nostre lagrime,
intendi i nostri gridi,
il voler nostro interroghi
e a tuo voler decidi;
mentre a stornare il fulmine
trepido il prego ascende,
sorda la folgor scende
dove tu vuoi ferir.

Ma tu pur nasci a piangere;
ma da quel cor ferito
sorgerà pure un gemito,
un prego inesaudito;
e questa tua fra gli uomini
unicamente amata,
……..
…….

Vezzi or ti fa: ti supplica
suo pargolo, suo Dio;
ti stringe al cor, che attonito
va ripetendo: é mio!
Un dì con altro palpito,
un dì con altra fronte
ti seguirà sul monte
e ti vedrà morir.
Onnipotente!

Cecidere manus

♦.

Del progetto iniziale, che prevedeva la stesura di dodici Inni Sacri, Manzoni ne scrisse soltanto cinque. Acceso dal suo cammino spirituale, desiderava narrare le principali festività religiose: Il Natale, L’Epifania, La Passione, La Resurrezione, L’Ascensione, La Pentecoste, Il Corpo del Signore, La Cattedra di San Pietro, L’Assunzione, Il nome di Maria, L’Ognissanti, I Morti. Una sintetica calendarizzazione della spiritualità cristiana che forse gli era utile per razionalizzare e dominare quanto si era svelato al Manzoni illuminista con la conversione al cattolicesimo, avvenuta da poco e in corso di approfondimento.
È nota la dedizione dell’autore alla revisione delle proprie opere e in particolare alla cura maniacale dei dettagli, delle scelte lessicali e strutturali. Ci sono elementi che stridono fortemente tra quella che è la fase di progettazione degli Inni Sacri e la loro finale realizzazione. Com’è possibile che un progetto così ampio e così rappresentativo della nuova scelta di vita si sia in breve tempo frantumato e risolto in soli cinque componimenti? E, soprattutto, perché questo progetto, che sembrava strutturato e determinato, non segue nella stesura nemmeno l’ordine iniziale di esecuzione?
Tra il 1812 e il 1815 si susseguono, a partire da La Resurrezione (23 giugno 1812), Il Nome di Maria (6 novembre 1812 – 19 aprile 1812), Il Natale (15 luglio 1813 – 29 settembre 1813), La Passione (3 marzo 1814 – ottobre 1815) e, a qualche anno di distanza, La Pentecoste (1822). Se Alessandro Manzoni fece tali scelte è probabile che queste fossero dettate da esigenze personali, dal desiderio di approfondire i misteri più enigmatici e profondi di Cristo nella sua duplicità di essere uomo e divino, secondo un ordine di priorità e di significato in ambito teologico e personale. Probabilmente, a giustificazione dell’ordine di stesura dei primi tre Inni Sacri, la riflessione sul primo mistero della Resurrezione chiamò l’autore a gioire e a contemplare un percorso che ha origine ne Il Natale e che non può evitare la celebrazione di Maria-Madre-Beata, senza la quale nulla sarebbe accaduto in terra. A ciò si aggiunga che ogni opera di Manzoni scaturisce da momenti di vita personale particolarmente significativi, che lo obbligano alla scrittura, vera via di riflessione per Alessandro. Se in prima istanza Il Natale sembra essere una tappa obbligata per configurare la costruzione seriale degli Inni Sacri, poi si comprende che probabilmente le inferenze di significato sono maggiori. In particolare, Il Natale richiama la nostra attenzione per il momento in cui venne scritto: i giorni in cui nacque Pietro Luigi. Il mistero della nascita esalta Manzoni padre, così desideroso di costruire un nido familiare di cui mai da bambino aveva potuto godere, seppur profondamente desiderato. «Ecco ci è nato un Pargolo» è il verso con cui nel terzo inno si annuncia la nascita di Cristo, ma sembra al contempo la frase trepidante di attesa esaudita pronunciata da Manzoni stesso dinanzi alla venuta al mondo di Pietro. La strada di approfondimento del mistero del Natale verrà nuovamente ripercorsa dal nostro Lisander, in modo diversificato, in seguito a due perdite devastanti, quelle delle tanto amate Henriette e Giulia.
Il Natale del 1833 è giunto a noi dalle carte di Manzoni in due versioni: la prima, scritta di getto dopo la morte della prima moglie, avvenuta proprio il giorno di Natale del 1833, e la seconda, più breve, datata 14 marzo 1835, quindi, dopo la morte della primogenita Giulia. Il Natale e Il Natale del 1833 sono due componimenti completamente diversi: il primo, vibrante di entusiasmo paterno, riconoscente per l’immane dono fatto a lui e agli uomini, narra la gioia familiare, in un inno di speranza per la stirpe umana; il secondo, viceversa, è un urlo disperato di dolore senza risposta.
Nel primo Natale vi è tutto l’orgoglio compositivo di autore fiero di condividere il mistero della nascita, che Manzoni affronta con profondità teologica e con lieta leggerezza scenografica, attraverso la rappresentazione di un Presepe dalle finalità apologetiche: cori celesti e pastori adoranti diventano parte di un’imponente e maestosa opera lirica. La gravità dell’incipit, generata dal peccato originale e rappresentata dall’immagine del masso, in cui si descrive l’inesorabilità della condizione umana, subisce un innalzamento e un’apertura verso spazi d’insperata rinascita per l’uomo grazie alla mano ch’«Ei porge» e allo sgorgare di quella «fonte» per cui «stillano mele i tronchi;/ dove copriano i bronchi,/ ivi germoglia il fior» (vv. 40-42).
Dopo aver affrontato, nella settima e ottava strofa, con magistrale sintesi teologica, il mistero dell’essenza di Dio, attraverso i concetti di eternità del padre e del figlio, della sovratemporalità e della sovraspazialità di Dio, annuncia nuovamente a gran voce la nascita di Cristo: «Oggi Egli è nato», a compimento di quella nota profezia. E Manzoni ci dona un «umil presepio» in cui Madre e Figlio rifulgono di luce e attirano a sé migliaia di Angeli dal cielo, pastori devoti e tutti quei fortunati che «(…) videro,/ siccome a lor fu detto,/ videro in panni avvolto, in un presepe accolto,/ vagire il Re del Ciel» (vv. 94-98).
In quest’apice lirico il ritmo si spezza infine dolcemente in una ninna nanna tenera e straripante di amore paterno che rimanda ad un Manzoni adorante accanto alla culla del proprio figlio e che chiude l’Inno nella gioia di un futuro migliore.
L’immagine dolce e soave del Salvatore, regalataci nel primo Natale, stride con violenza con il «Sì che tu sei terribile!», incipit del Natale del 1833. La scena di apertura resta quella del presepe, in cui il piccolo piange tra le braccia della vergine ma siamo lontani dall’allegria iniziale: l’ammirabile, Vergine e beata Madre che «in poveri/ panni il Figlio compose», diventa, in questo secondo inno, semplicemente «quella vergine» e il «puro sen» si trasforma in «sen pietoso» per un fanciullo oltre che terribile, «severo». Se nel primo inno vi era tutta la partecipazione e il desiderio di donare da parte di Dio una seconda opportunità al genere umano, qui le lacrime e le grida degli uomini sono ascoltati con indifferenza, anzi: «sorda la folgor/ scende/ dove tu vuoi ferir». Non vi è nemmeno la devozione del primo Natale: Manzoni si mette in un dialogo alla pari con Dio, testimoniato oltre che dal tono quasi accusatorio, dall’assenza totale di maiuscole. Lo strazio per il dolore della perdita, tuttavia, non annulla del tutto la natura speculativa di Manzoni, che continua a porsi domande, a ricerca di una verità desiderata e consolatoria e che per noi apre a quel percorso di approfondimento teologico di cui si parlava inizialmente, in cui inesorabilmente il mistero del Natale è strettamente collegato a quello della Resurrezione, attraverso la Passione di Cristo: «Ma tu pur nasci a piangere:/ ma da quel cor ferito/ sorgerà pure un gemito». La frammentarietà della costruzione di questo inno rivela l’impossibilità di Alessandro di procedere nella composizione, offuscato dal dolore e dalla paura, ormai solo ad affrontare le responsabilità di quella numerosissima famiglia di cui riteneva Henriette luce e guida. Si sente tradito e non sa reggere il peso di un volere superiore: «Onnipotente!» è l’ultimo grido che lancia Alessandro, nulla di più lontano dalle note della ninna nanna del primo Natale e molto più vicino all’immagine di un Napoleone vinto dal peso delle proprie memorie su cui «cadde la stanca man». E così l’espressione e l’immagine vengono parimenti riprese nell’ultimo verso: «Cecidere manus», caddero le mani, la resa è totale.
Quanto tutto sembra chiaro e certo nel primo Natale, tanto rimane sospeso e oscuro ne Il Natale del 1833 di cui fece mirabile approfondimento in forma romanzata Mario Pomilio, in una ricostruzione del tentativo di elaborazione del dolore da parte di Alessandro attraverso un ipotetico carteggio tra la madre Giulia Beccaria e un’amica di famiglia.¹
Il Natale e Il Natale del 1833 ci appaiono dunque proprio come cronache di vita familiare di Alessandro Manzoni: la dimensione religiosa ha costituito parte fondamentale della sua esistenza e del suo pensiero ma la famiglia e i suoi affetti sono stati sicuramente il primo motore di tante decisioni e pensieri, che hanno determinato il corso dell’esistenza e delle scelte artistiche di Alessandro. La critica ci ha restituito per molti anni un Manzoni di cui aveva bisogno per unità d’identità nazionale e culturale. Ma, talvolta, viene da pensare che Manzoni si sia trovato coincidentemente in linea con tali necessità e che il motore principale della propria vita siano stati gli affetti familiari di cui lui aveva un bulimico e disperato bisogno: la ninna nanna del primo Natale è la stessa che avrebbe desiderato per sé a lungo e la stessa che non avrebbe voluto negare al proprio e ai propri figli, in unione e comunione con Henriette, la donna che gli aveva dato l’occasione e la gioia di una vera famiglia unita e che, un giorno, quel terribile Natale del 1833, gli è stata violentemente strappata senza apparente e fondata ragione..

© Chiara Pini

¹ Il riferimento è a Mario Pomilio, Il Natale del 1833, Milano, Rusconi, 1983¹..
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Chiara Pini si è sempre riconosciuta negli studi umanistici ma ha compreso tardi l’importanza e la bellezza del suo lavoro di insegnante; tuttora preferisce definirsi ‘mediatrice tra l’onirico e il reale’, forse perché influenzata dalla sua tesi di laurea in Lettere su La circolarità dell’immaginario fantastico nei romanzi di Dino Buzzati, forse perché pensa che il suo sia un lavoro sempre in revisione e in divenire. La necessità di individuare una didattica della lingua efficace l’ha avvicinata alla Grammatica Valenziale; al momento collabora con un gruppo di linguisti esperti di modello valenziale in attività di formazione dei docenti.
Coltiva studi e interessi linguistici in ambito cronologico italiano compreso tra XIX e XX secolo.
Occasionalmente conduce incontri con autori a presentazione dei loro libri.

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