Andrea Longega, La seconda cicara de tè

Andrea Longega, La seconda cicara de tè, Ati editore, 2017; € 15,00

 

Ogni volta che comincio a leggere un nuovo libro di Andrea Longega mi sembra di tornare a casa, per la particolare sensazione che avverto leggendo le sue parole, cercando di capirle alla prima lettura, di immaginarne il suono, è come accomodarsi in luogo sicuro. E niente è più sicuro del luogo in cui ti senti a casa, della tua poltrona preferita; l’effetto è più o meno questo. Effetto amplificato dal fatto che Longega scriva in una lingua non mia: il dialetto veneziano. Lingua che ho imparato a conoscere e ad amare, lingua poetica naturalmente. Tra i dialetti italiani credo che i due che suonino meglio in poesia siano il veneto (soprattutto il veneziano) e quello siciliano; il mio dialetto d’origine, il napoletano, continua a suonarmi meglio se cantato, forse perché mi appartiene troppo, oppure non so. Longega scrive soltanto in veneziano e lo fa benissimo, ed è tra i più bravi poeti della laguna. Col tempo è riuscito a raggiungere col dialetto una dimensione nazionale, un riconoscimento certo, quasi unanime; Andrea Longega poeta italiano in lingua veneziana.

Tuti lo capisse xe talmente fassile
che xe sempre mègio far finta:
e parlo de Ande e de Perù
de un inverno de fango in Patagonia
e de quanta paura pol far
na mandria de réne che te sfiora
su la strada che porta drita a Capo Nord
me invento come niente
de na setimana intiera de piova e smarimento
a tirar su case e mureti
sul scoglio de St Kilda

parché xe mè gio che non se sàpia tanto in giro
che a Venessia co i me dise se vedémo
for de l’entrada de un albergo
o in un posto che no sia
San Bortolo o la Stassion
mi de le volte prima de mòverme da casa
vèrzo el computer e quel posto lo sérco,
lo ingrandisso, su Google maps.

Tutti lo capiscono è così semplice/ che è sempre meglio fingere:/ e parlo di Ande e di Perù/ di un inverno di fango in Patagonia/ e di quanta paura può fare/ una mandria di renne che ti sfiora/ sulla strada che porta dritta a Capo Nord/ mi invento come niente/ di una settimana intera di pioggia e smarrimento/ a ricostruire case e muretti/ sullo scoglio di St Kilda// perché è meglio che non si sappia tanto in giro/ che a Venezia quando mi dicono ci vediamo/ fuori dell’entrata di un albergo/ o in un posto che non sia/ San Bartolomeo o la Stazione/ io a volte prima di uscire di casa/ accendo il computer e quel posto lo cerco,/ lo ingrandisco, su Google Maps.

La prima, consistente, parte di questa nuova raccolta è in movimento, sono versi che vengono e che raccontano di viaggi, ma in un modo che è caro a Longega e che è raro. Il paesaggio, se è mostrato, è per un attimo, proprio come succede quando da un sentiero, dopo una curva, ci appare una scogliera che poi scompare alla curva successiva. Una curva è Creta, la curva dopo è Rialto, la circolarità dei versi gioca sulle andate e sui ritorni, sul falso movimento, sulle partenze reali e quelle che non avvengono, su come sia più facile inventarsi qualcosa di molto lontano rispetto a un vero che ci passi vicino. Perciò il viaggio è un luogo, e poi è un tempo, e poi sono le persone che si ritrovano nei posti in cui si ritorna, sono i loro racconti, sono i piatti che preparano. I viaggi di Longega sono fatti di luce, del sole che batte sugli strapiombi e che poi filtra dalle tende di un hotel, magari già conosciuto, un posto dove ritornare e far casa, proprio come a casa. Sono viaggi fatti in coppia, poesie che con delicatezza ci portano momenti condivisi e i silenzi tanto cari al poeta di Murano. E quanta bellezza c’è nel raccontare il compagno di viaggio, di vita, descrivendolo nel momento in cui lo si lascia da solo nella quiete di un’abitudine:

Co sémo in viagio a la matina par colassion
pa nuialtri do spero sempre un posto
vissin ai véri a vardar fora la strada
de le volte l’aqua scura de un fiume
le prime vetrine i nuvoli grandi
par capir un fià come se imposta el tempo
e al buffet dopo aver tólto qualcossa de salà
passo al dólse e del dólse no finirìa mai
de far un ultimo giro, e magno tuto in svèlto,
tuto a strangolón, e cussì tante volte capita
che avendo za finìo te lasso là tranquilo
a béverte la to seconda e sacrosanta
cìcara de tè e intanto torno de su in càmara
o méto el muso ‘pena fora de la tana
come ne i documentari el picolo de la volpe
a nasar l’aria, a insospetirse, a far subito marcia indrio.

Quando siamo in viaggio alla mattina per colazione/ per noi due spero sempre un posto/ vicino alle finestre per guardare fuori la strada/ a volte l’acqua scura di un fiume/ le prime vetrine le nuvole grandi/ per capire un po’ come si mette il tempo/ e al buffet dopo aver preso qualcosa di salato/ passo al dolce e del dolce non smetterei mai/ di fare un ultimo giro, e mangio tutto alla svelta,/ tutto troppo alla svelta, e così tante volte succede/ che avendo già finito ti lascio là tranquillo/ a berti la tua seconda e sacrosanta/ tazza di tè e intanto torno di sopra in camera/ o metto il muso appena fuori dalla tana/ come nei documentari il cucciolo di volpe/ ad annusare l’aria, a insospettirsi, a far subito marcia indietro.

Si va avanti e dal viaggio si torna a casa e si fanno più presenti le persone, il dialogo, il racconto delle genti della laguna, che piano si muovono, chiacchierano, tramandano storie, o il poeta le immagina. Storie che sanno di laguna, di alghe, di isolamento (che è un isolamento bello, di raccoglimento); e c’è Bruna, c’è Marcella, qualche dedica. C’è la capacità di osservare e di commuoversi per ciò che accade intorno, come qualcuno che piange sul treno, c’è la tenacia di tessere ogni parola con il suono che fa la Laguna, che fa il vento che tira, o il freddo che si prende ogni passo quando torna l’inverno e tutto in quei posti si fa più grigio e per qualche strano motivo ancora più bello. Longega ha un passo che è soltanto suo ma che diventa subito quello di chi legge, al punto che vogliamo quel silenzio, vogliamo una piccola finestra dalla quale guardare le barche ormeggiate, vogliamo che la verità di queste poesie, che in fondo Longega non cerca perché la verità è già nell’esserci, diventi per qualche minuto il nostro comandamento/raccoglimento. Vogliamo stare in pace, come in un dondolio, un po’ così si sta in questi testi, che non ci appartengono ma che ci somigliano terribilmente, fortunatamente; perché Andrea Longega è capace anche, in mezzo a un quadro tanto intimo, di ritrarsi e parlare con altre voci, così che questo libro diventi un coro.

De istà le suore cambia color
come le lepri come le volpi
ma al contrario – de inverno dopo
le torna al nero, al cardigan, al paltò,
a le siàrpe stréte intorno al colo,
che ghe strapassa tutto el velo.

D’estate le suore cambiano colore/ come le lepri come le volpi/ ma al contrario – d’inverno dopo/ ritornano al nero, ai cardigan, ai cappotti,/ alle sciarpe strette intorno al collo,/ che gli stropicciano tutto il velo.

 

© Gianni Montieri

 

 

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