Ivonne Mussoni, La corrente delle ultime cose (di Ilaria Grasso)

Ivonne Mussoni
La corrente delle ultime cose
Giulio Perrone Editore, 2017

 

Ivonne Mussoni nella sua raccolta La corrente delle ultime cose ci descrive con enorme garbo un tema molto delicato, quello delle partenze. Nell’elemento dell’acqua l’io lirico si fa porto. Da lì numerose figure partono o arrivano senza mai essere giudicate. Sono scie leggere ma con un’enorme forza e coraggio i versi che mi ritrovo a leggere; rassomigliano alle dita di una mano nel momento esatto in cui si apre dal fondo dell’acqua salata del mare per lasciare libero di emergere l’oggetto dapprima contenuto nel suo palmo. Sono versi di una purezza e di una grazia fuori dal comune. No, non sto parlando di uno smielato descrivere le cose ma di quella grazia utile per trovare un senso o meglio una umanità in grado di farci accettare i vuoti che lasciano certe presenze nella vita che viviamo. Sono versi che si misurano non con i principi della metrica tradizionale ma con il principio di Archimede per far emergere la vera natura di chi li legge.

E non è tua la fame, l’abbandono
non sono tuoi i diluvi,
gli sbagli, le cadute della terra
ma sei ad ogni precipizio,
spalancato nell’abisso delle facce stanche.
Se non puoi stringerle
aprile bene queste mani
che diventino nido, approdo, radici

Esortano infatti, in maniera diretta, a non aver paura di lasciare e lasciarsi andare o ancora, in maniera più grande, di essere lasciati. I messaggi contenuti nella raccolta hanno una forte carica spirituale verso un bene e un amore che coinvolgono se stessi e gli altri, come qui:

Per i mai arrivati, per quelli senza approdo
bisogna rallentare,
unire al respiro il tempo delle onde
il silenzio, la fiducia nella cosa che già c’era.
E tu c’eri prima dei coralli, dei delfini,
prima delle barche con i remi
torni primitiva all’elemento,
bella alla gioia selvaggia dell’essere già stata,
esserci sempre.

Già questi versi iniziali valgono secondo me tutta la raccolta perché sanno trasferire un’enorme serenità e grande fiducia nella vita. Ma è nei versi successivi che trovo i dettagli del percorso compiuto dall’io lirico, insegnando che le ombre sono come i sassolini di Pollicino. Bisogna raccoglierle, accoglierle, farci amicizia perché non “sono silenziose” e vanno ascoltate.

Certe ombre non sono silenziose,
spalancano le porte,
le ante degli armadi per cercare,
per lasciare il segno di un passaggio.

Rompono infatti quel silenzio per accompagnarci nella sorprendente scoperta di noi stessi:

Era più sorpreso che arrabbiato
di vedermi lì che lo guardavo
di questo bene che è un’invasione,
non rispetta il tempo
e cerca nei tuoi crolli per trovarti.

L’amore che accompagna questa la raccolta non si comprende bene a chi appartenga, o a chi venga rivolto; ma non è necessario perché l’amore è un sentimento che appartiene a tutti. Di certo è un amore immenso e impregnato di grande generosità quello che viene rappresentato nelle poesie di Ivonne Mussoni. Vive per la vita nella sua totalità, facendo monumento della libertà di vivere senza dipendere da nessuno e da nessuna cosa. Difatti è solo attraverso la propria autonomia che è possibile darsi una opportunità per essere felici. In questo piglio, in questa tenacia di portare avanti questo nobilissimo pensiero, immagino abiti la forza che Mussoni, novella Euridice, ci canta in questi bellissimi versi:

Tu mi hai tenuta forte, stretta al petto
con lo sguardo verso il muro
per tutto il tempo che è rimasto
che divento muro anche io,
pietra per sempre se mi volto.
Ho preso però l’alba e l’incanto
di vederti ridere nel sonno
di pensare che dovresti essere felice
(un secondo, l’ho pensato)
anche senza, anche lontanissimo da me.

Non percepisco però alcuno sgomento durante la lettura, bensì piccole e umanissime paure che possono sempre dissolversi e svanire; come quando l’io lirico dice “Spero non mi prenda/ come un piccolo tormento,/ chiudere le porte/ le ante degli armadi,/ contare le parole dispari/ cinque volte,/ o finché non sono pari”. La preoccupazione che leggiamo in questi versi “Non lasciatela sola/ voi del continente perduto,/ sul tetto del ghiacciaio,/ mandate un riflesso di neve vino all’Emilia,/ una criniera bianca/ da stringere forte durante la corsa” si dissolverà infatti:

Se ascolti bene, se per un po’ non chiedi
di essere visto allora ti accorgi
di come ci girano intorno
scivolano piano di notte fra le porte,
si fermano a guardarci

e sorridono meglio di noi,
meglio di noi sanno restare.

L’approdo felice di questa raccolta, ai miei occhi, sembra essere quel senso di giustizia che ci fa essere paghi nella vita facendocela assaporare in quello che Mussoni definisce il “cuore primitivo”, ovvero “quel tuo immenso cuore sacro/ cattedrale immutabile, maestosa”.
L’acqua che ho attraversato in compagnia di Ivonne Mussoni è viva e fertile come non mai e vi invito a navigarla così come io piacevolmente ho fatto.

© Ilaria Grasso

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