#Festlet #2: Istruzioni per raccontare il mondo

«Navi alte e solenni facevano rotta nelle otto direzioni del mare accompagnate da un aspro addio di sirene navali». Così Leopoldo Barechal, raccontando Buenos Aires in Adán Buenosayres. E così sul cartellone che campeggia all’ingresso della Tenda dei Libri di Piazza Sordello, dove Adrián N. Bravi, Héctor Febres, Cecilia Graña e Emanuele Leonardi sono gli esperti che presentano una biblioteca aperta ed esposta, una fonda libreria a cassetti bianchi che custodisce guide e romanzi, fumetti e libri di storiografia sulla capitale argentina. La formula è svelta e calorosa: i libri sono in libera consultazione, il pubblico va dagli esperti, ne discute, si lascia consigliare e suggestionare. Li seguo anch’io: mi siedo accanto a Leonardi, che ora sta parlando di Borges e della tigre albina incontrata nello zoo di città, e aspetto il mio turno.
Gli chiedo: ha un consiglio per me, per noi? Lui prende Cortázar, Storie di cronopios e di  famas, e inizia a leggere l’incipit del Manuale di istruzioni. Dovresti sentirlo in lingua originale, però, mi dice. La questione della lingua sarebbe tornata per tutta la giornata.
Federico Taddia, ad esempio, presenta quest’anno un ciclo di incontri di autori su autori dove il criterio è l’aver riletto un libro. Non sarà il primo – con Donatella Pietrantonio – l’ultimo incontro cui andrò, tanto è vario il programma e tanto mi ha colpita l’edizione precedente, dove il criterio era raccontare del libro letto a diciassette anni. Donatella Di Pietrantonio parla di Trilogia della città di K., di Agota Kristof. Un libro va riletto, dice, quando la prima lettura non ci trova pronti, quando ne restiamo impermeabili, ma intuiamo la grandezza di quello che abbiamo tra le mani. Nel suo caso, con un bambino piccolo, l’incipit con la separazione di una madre e i suoi gemelli ha creato uno scarto: ma da subito sa che sarà solo questione di tempo per rincontrare quel libro. Così è, quando scopre come la Kristof sia andata via dall’Ungheria e si sia impadronita di una lingua straniera per scrivere, anche spiando sui quaderni del figlio decenne per controllare la scorrevolezza e correttezza della sintassi e del lessico. Conquista parallela, dice Donatella Di Pietrantonio, alle sue: l’italiano nato sul dialetto da bambina e, più tardi, la scoperta di uno stile semplice e piano dopo tanta ipotassi. C’è stata anche una terza lettura, racconta l’autrice, questa volta in francese: «Volevo provare la sua stessa difficoltà nella lingua straniera, volevo immaginare quali parole potesse aver cercato sul dizionario».
Ed è a proposito di dizionario che vengo, al mio ritorno in redazione, fermata da un gruppo di ragazze del laboratorio “Vocabolario europeo”, curato da Giuseppe Antonelli e Matteo Motolese. Mi regalano una cartina dell’Europa e uno spesso, azzurro vocabolario che contiene le definizioni di parole europee – o all’Europa vicine – d’autore, dall’Ovest di “Saudade” all’Est del turco “Haymatlos”, “senza patria”. Chiedono anche a me di adottare una parola a mia scelta e di regalarne una definizione perché il progetto, dicono, è in continua espansione.
A Piazza Castello, invece, il primo evento serale del Festival attira una grande folla. Michela Murgia, che ha il dono di far brillare le persone che intervista, parla con Chimamanda Ngozi Adichie, autrice nigeriana celebre per i suoi romanzi ma anche per il discorso Dovremmo essere tutti femministi, diventato virale e poi stampato (in Italia per Einaudi), distribuito nelle scuole (in Svezia) e perfino campionato da Beyoncé per una sua canzone. Michela Murgia definisce i libri di Adichie, imperniati sull’identità, come qualcosa da cui non si esce mai rassicurati. E le domanda cosa si prova a sapersi più celebre come icona femminista che come romanziera. Adichie risponde che la cosa, a volte, la turba, perché non ama le etichette. Ama osservare e ragionare per vie traverse. Riflettere sul concetto di apparenza, sulla bellezza che è invenzione sociale e politica. Sul fatto di non essersi mai sentita nera, in Nigeria, e di aver smesso di stirarsi i capelli solo arrivata negli Stati Uniti. Cominciando a chiedersi, dall’altro lato, perché esistessero così pochi fard per le persone di pelle nera, perché è anche in questo, nella quotidiana minuzia, che c’è l’enorme vuoto di una mancanza di narrazione.

© Giovanna Amato

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