proSabato: Libero de Libero, da ‘Amore e morte’

proSabato: Libero de Libero, da Amore e morte

Ecco il giovedì, un’altra giornata di fiera.

Il sole, riprendendo a bruciare, illanguidiva la gente e sollecitava le linfe a scorrere con più impeto lungo il fusto, i rami, le foglie d’ogni pianta che si esprimeva più rigogliosa dalla pianura.

Anche la natura ha i suoi sentimenti che in uno stesso luogo sono mutevoli per il variare delle stagioni, sempre diversi e mai definitivi anche durante una stagione.

Ma la natura dei luoghi che videro nascere Assunta e Antonio ha sentimenti estremi e perentori; ha una stagione unica, nella quale a volte tutte le stagioni insieme sembrano accordarsi in una volubilità che è anche estrema. Essa non fece né da cornice né da specchio alla vita di Assunta e di Antonio né dalla loro storia venne coinvolta con la foga degli stessi avvenimenti; essa ne fu l’istigatrice e complice per aver germogliato nella specie di quelle creature che non potevano nascere e crescere con minor violenza di lei e con sentimenti meno estremi dei suoi.

S’è detto una stagione unica, ma per dire che gelo e calore fanno la stessa arsura laggiù; s’è parlato di volubilità in cui da quelle parti s’accordano tutte le stagioni a un certo momento, ma per denunciare un difetto d’armonia che era lo stesso difetto nell’indole di Antonio e di Assunta, la medesima confusione di sentimenti.

Nell’abbondanza delle coltivazioni e nella sua sregolatezza è qualcosa che somiglia davvero all’ignoranza dei nostri protagonisti, ma con quella fantasia e quel capriccio superstizioso che talora fanno il genio dell’ignoranza; perciò la bellezza di quella natura imbarbarita dal tempo risplendeva nelle sembianze di essi che, non avendone coscienza, non potettero goderne un solo istante.

Laggiù s’incontrano le cose più disparate, che di solito nell’universo stanno disposte secondo una regola di clima, allo stesso modo che nell’intimo di Assunta e di Antonio. È la natura che ha imposto all’uomo vivente laggiù la sua esuberanza, e l’uomo non può contenerla e, per non lasciarsi sommergere, lotta con la stessa tracotanza che lei gli insegna. Essa non fa decorazione, e vuole essere guardata e di continuo ricordata; può mortificarti, se vuole, schiacciarti, ridurti un granello del suo seme.

Non si videro mai, se non in luoghi tropicali, piante così contrastanti nascere insieme da una stessa zolla, senza che l’una ceda all’altra in vigore, eppure somigliandosi ciascuna per la sua prepotenza, per la brusca simpatia che insieme le restringe come in un vivaio disordinato. Laggiù il cipresso fa da recinto all’arancio; la palma sconfina tra le capellature dei salici; l’ulivo si contorce attorno all’eucalipto; la vite si strappa dal ficodindia; e tra gli uni e gli altri stanno mescolati pioppi e querce, tutte le specie d’albero da frutto, la specie d’ogni verdura; e improvvise le pause dei campi di frumento e di solitari fraticelli, una radura bruciata ai margini d’un corso d’acqua.

Le montagne brulle in catena da cui discende facendo conca la grande pianura sino al mare, sembrano aver ceduto a lei la loro capacità di verde e di fertile bravura; e quel verde è così costante nella sua distesa che un poco ne porta al lago, e gliene resta ancora da cedere al mare.

Le diverse epoche dell’uomo, confondendosi laggiù, ne hanno creata una quotidiana, nella quale esse vivono tutte insieme, e la natura ha pure un suo odio da sfogare che fa baco nella polpa dei frutti, e ne vedi l’apparenza rilucere più superba, l’inganno si rivela più triste se la addenti.

Per tanti mesi il sole, sicché ovunque è l’opaco splendore dei tropici. Basta una pioggerella, perché tutto crolli e marcisca nel fango; poi un raggio di sole in un baleno tutto fa rifiorire. Ma il sole opera con quella gente allo stesso modo che il vento con chi vive presso le brughiere.

Per essere germoglio di tale natura, la gente non potrebbe essere diversa; generosa e tracotante, taciturna e spaccona; spietata nel far soffrire gli altri non lo è di meno nel far soffrire sé stessa; prontissima all’ira, nella sua rara allegria resta tanto di quell’ira che è una malinconica ira, e impedisce la piena del riso.

I fiumicelli perenni che irrorano ogni zolla, talvolta ristagnano fomentando la malaria, allora la febbre inasprisce il sangue alla gente, e i suoi pensieri diventano pesanti, crudeli le passioni, i desideri struggenti.

Spesso la Morte viene laggiù da giustiziera, e non da consolatrice degli afflitti.

Quella gente ha una concezione impietosa della vita e dell’amore, e gli scioglimenti di quegli intrighi sono così assurdi.

Di questa razza erano Assunta e Antonio, i loro parenti, gli amici, i nemici.

© Libero de Libero, in Amore e morte, Garzanti, 1951

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Nota al testo di  © Simone di Biasio

Libero de Libero, in questo frangente nelle vesti di narratore, non abbandona la poesia nemmeno quando si tratta di una tragedia terribile. Amore e morte è un romanzo pubblicato da Garzanti nel 1951 e ispirato a un fatto realmente accaduto nel paese natale di de Libero nel 1907. La vicenda, nota come “l’eccidio del pastore di Fondi”, avrebbe dovuto dare vita anche ad un film del regista neorealista Giuseppe De Santis (in una lettera de Libero parla a Alba de Céspedes anche di un interessamento di Luchino Visconti), ma non se ne fece nulla.
Assunta e Antonio sono – a detta dello stesso de Libero in un altro passo del romanzo – “infelice Giulietta e infelice Romeo, in agguato l’una contro l’altro e contro se stessi dietro una porta che li divideva”, ma “l’amore non aveva un balcone per essi”. Un lavoro che dovette coinvolgere moltissimo l’animo delicato di de Libero, il quale così annotava nel 1948 nel suo intimo diario Borrador (Nuova Eri, 1994):

Dalle radici tanto lei che lui dovettero succhiare un veleno che non poteva non far da sedimento all’amore che li costrinse a cercarsi, quasi per vendicarsi. C’è un poco dell’uno nel carattere dell’altra: un languore femmineo in lui, una collera virile in lei. Il contrasto genera inquietudine e repugnanza, la rissa costante, una crudeltà senza limite. Infine lei, pur amandolo, sfoga su di lui il corruccio antico dei suoi genitori verso i genitori del giovane; infine lui avrebbe il potere di domarla, ma vi rinuncia per esercitare contro di lei un cruccio più segreto, indecifrabile. Il veleno è dunque il male delle loro radici. La pianta è bella, è fiorente, ma il frutto ha il baco nascendo. È questo il nodo da sciogliere, il luogo da scavare senza pietà.
[…] La scena di Antonio e Assunta sotto la pioggia mi è costata più di due giorni, e una fatica immensa. Come se costringessi i due personaggi a ripetere la scena sino a cento volte, ed era sempre la stessa, terribile e spettrale. Non la volevo così letteraria.

Non occorre nemmeno chiamarlo femminicidio questo gesto estremo. De Libero supera l’incompiutezza di una parola per scavare nella lingua come nella psiche di Assunta e Antonio. Antonio brucerà la capanna in cui la sua amata è in compagnia d’una vecchia zia. «O mia o di nessuno», le aveva urlato in un altro punto della storia. La realtà della cronaca è stata persino più crudele, quasi inenarrabile. Un libro, questo, di cui pochissimi hanno memoria, ad essere memorabile è la prosa e la capacità di de Libero d’essere poeta d’amore e scienziato della morte.
Un romanzo che meriterebbe d’essere ristampato e su cui l’associazione “Libero de Libero” sta lavorando all’interno d’un laboratorio teatrale dal titolo Fuoco, attività che darà luogo ad una performance curata dal regista Luigi Morra durante il Festival poetico “verso Libero” del 30 settembre e 1° ottobre prossimi.

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