#PoEstateSilva #26: Gianluca Rizzo, Il lavoro meccanico

PoEstate Silva #26: Gianluca Rizzo, Il Lavoro meccanico, Oèdipus edizioni, 2016

*

Le tre carte

Maggio porterà la pioggia,
per ragioni metriche e di consonanza.
Il papa, a passeggio nei giardini vaticani,
ne sarà dispiaciuto, per ragioni metriche.

Vulcanizzare la guttaperca, bisogna,
elettrizzare l’idrolitina, piuttosto,
darsi a passatempi proficui.

Ci penserà la locusta a trarci d’impaccio,
mandibole e mascelle mentolate,
sette teste, dieci corna, occhi innumeri,
stagliata contro le fiamme dei granai.

Sfuggono agli elenchi,
con indolenza regolare,
granatieri sardi e vedette lombarde:
aspettando che la geografia faccia il suo corso
sfogliamo, svogliati, acini ribelli.

*

Caudato

Stringeremo duraturi legami
coi piccioni della piazza, la loro razza
risparmierà i ponti e gli alti monumenti,
le statue, invece, ne soffriranno.

Dedicheremo il meriggio ai sacri
uffizi fino all’arrivo della catastrofe
ci perderemo in prebende.

Lasceremo cadere sugli spondei
ogni accusa d’isolazionismo,
e le lamentele.

Dovendo arrossire, lo faremo a comando.

*

Ianus

Tutto nell’ordine abituale
nascita, crescita,
riproduzione, morte
e gli intervalli dedicati
a raccontarsi l’un l’altro
quello che sarebbe stato

indirizzati a destini più miti
seguendo più miti consigli
la fine del viaggio bene in vista
tutte le uova in un solo paniere
e i lapilli degli attimi sparsi
fra i vuoti delle lettere a stampa,
e non spartirsi nemmeno una lingua!

le cose si fanno complicate
o non si fanno, basta volerlo,
l’inizio della propaganda,
sentimento di appartenenza

le mandrie innumeri,
e democratiche
allineate a bordo pista:
desideri precisi, istinti infallibili

lo scopo generale è condiviso,
un atto dovuto,
attributo di una divinità glabra
e particolare,
Marte, e il resto degli dei guerrieri

rimane Iano, bifronte, padre
degli inizi, Giano delle alzaie,
delle corazze appese alle mura del tempio,
le soglie perennemente spalancate
le spazzano i sacerdoti con capelli di vergini
e il resto vada pure all’inferno

*

Apocalisse tascabile

comincia tutto all’aereoporto
un’alba inevitabilmente rossa
l’odore dei gabbiani e gli uomini
della stradale, guanti e cappelli
catarifrangenti, il contenuto
delle tasche sul tavolo, allineato
in ordine crescente, da sinistra
a destra, e per le strade i mammiferi
in corsa e di colpo immobili agli
incroci si guardano l’un l’altro
e sembrano non vedersi
e il latrato dei coccodrilli rimbalza
fra i palazzi, nei cortili delle
case, nei parchi pubblici, nelle
strade, e il vento che porta il polline
in ondate successive, pigmentazione
eccessiva, bellezza imperfetta
ottenuta attraverso letture oblique
in maniche di camicia, abbandonata
la fossa delle Marianne, delle
Filippine, l’intero bacino asiatico
è tutta una questione di muscoli
la corretta proporzione delle masse
corporee, la cadenza degli accenti
e l’intera popolazione cittadina
ci si rivolta contro, le macchine
color beige parcheggiate in doppia
fila, la minaccia delle falciatrici
a motore, e una folata di vento
dove ci si aspettava la calma,
assenti dalle specifiche tecniche
uno alla volta, è il momento di
scoprire le carte, il fiato tiepido
dei passanti e l’orologio da polso
con la calcolatrice, non importano
le fermate intermedie, le corse in
autostrada da punto a punto, un dente
alla volta si batte il terreno palmo
a palmo, per la macchina che genera volti
occorrono parametri certi, derivati
dalla memoria, un lavoro da niente
quando si ha chiaro il modello,
semplice permutazione di fattori,
bisogna concedersi qualche anno
per guarirne completamente, scrutano
dalle auto in corsa un cielo immorale,
afflitto dal male cadùco, mettetegli
in bocca un bastoncino, perché non
si morda la lingua, perché non affoghi
nel suo stesso sangue, quelle giornate
passate davanti ai graffiti rupestri, alle
case popolari, ingentilite dal trifoglio
aspettando la sua venuta, circonfusa di
profumi stranieri e l’eccessiva pigmentazione
della pelle, che non dava fastidio
quel po’ di magrezza che invita alla
danza, i talloni leggeri, e non s’era
forse d’accordo che ci saremmo concessi
un pomeriggio in un parco qualunque,
a guardarli dal finestrino li avresti
detti felici, e ci abbiamo creduto
e gli umori del manto stradale, le sirene
la pioggia, in fretta, più in fretta
che si perde il filo, la coincidenza
e l’altro rogo che non s’era previsto
il dolore alla base del collo
l’andamento epidemico della fortuna
e l’aria più folta dell’aria, l’aria
più folta di cosa, i loro sguardi di capra
un sistema di riferimenti incrociati
assicura che non si venga invitati
due volte, e l’aria si chiude per lo
spavento, se si vuole fare giustizia

*

© Gianluca Rizzo

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