Christine Lavant, Poesie scelte da Thomas Bernhard

Christine Lavant, Poesie scelte da Thomas Bernhard.
Traduzione di Anna Ruchat, Effigie edizioni, 2016

Torno a proporre oggi, a 102 anni dalla nascita di Christine Lavant, dopo averlo fatto nella rubrica “Dai margini”, qui, e due anni fa, nella ricorrenza del centenario, qui, la sua poesia, autentica, dirompente e diretta, inusuale e carica dell’energia dell’interrogazione incessante. Nella collana “le Meteore”, la casa editrice Effigie ha pubblicato, nella traduzione di Anna Ruchat, le ottantuno poesie di Lavant che Bernhard scelse trent’anni fa, per la precisione nella primavera del 1987, per il suo editore tedesco. Il progetto di Bernhard, coltivato da lungo tempo, era quello di restituire alla conoscenza la poesia di colei che aveva individuato come voce potentissima.
Nel saggio che chiude questa edizione italiana delle poesie di Lavant, Porta via l’ombra del mio angelo, Anna Ruchat riporta le parole di Thomas Bernhard alla redattrice tedesca in uno scritto del 13 aprile 1987: «La nostra poetessa è tra le più interessanti e merita di essere conosciuta nel mondo intero. La Carinzia che rende malinconici, privi di spirito, lontani dal mondo ed estranei a esso, è stata fatale per le due sorelle nella poesia, Bachmann e Lavant […].» Ma «è da questa Carinzia terribile e priva di spirito che le due poetesse sono nate.»
Il riconoscimento della grandezza non è mai adesione acritica e il curatore della raccolta non rinuncia all’espressione del sé, all’acume tagliente del Thomas Bernhard che conosciamo: «Per quanto riguarda la Lavant, tra l’uno e l’altro dei suoi vertici assoluti, […] c’è anche una gran quantità di kitsch e spazzatura […] Il buon Dio mi perdoni se l’ho cacciato via il più possibile dai quattro libri. Tanto lui non smette di far danni, anche nella mia antologia.» Nel presentare l’antologia, Bernhard dichiarava che Lavant era stata «distrutta e tradita dalla propria fede cristiano-cattolica». Le tracce della frequentazione delle Scritture si imprime riconoscibilissima eppure trasfigurata dalla creazione poetica, in una lingua tedesca che acquista nuovo vigore e nuova verità proprio dal suo viaggio nella tensione interrogativa di Lavant.
Le chiavi di lettura sono sparse e talvolta scisse intenzionalmente; non di rado esse vanno cercate e riunite, come nella seconda tra le poesie qui proposte, nella quale si assiste alla separazione di “Schwert”, spada, e “Lilie”, giglio. Riunite insieme da chi legge e cerca indizi, si compone la parola “Schwertlilie”, il termine tedesco per “iris”, simbolo di costanza e fedeltà, spezzate, tradite, da un Dio che Lavant insieme accusa e invoca. E questa coesistenza di accusa e invocazione, di rabbia e di «speranza sfaccettata», è semenza della sua poesia, che sorprende e continua a dare frutti. Ancora oggi.

© Anna Maria Curci

Mentre io, turbata, scrivo,
nel disco della luna piena brilla
la parola che osservo
da quando la colomba mi ha deriso
perché dallo specchio dell’acqua
senza nome, senza sigillo,
entravo nell’arido.
Non fosse cresciuta
la semina dell’osservazione
dovrei uccidere luna e colomba
che sempre m’ingannano
e fanno il nido sul mio albero del sonno
che per questo rinsecchisce.
Spesso una parola s’imprime a fuoco
da sé nella sua corteccia,
e allora mando quel cieco
messaggio, che inutilmente si rigira
aggredendo il tuo sonno
mentre nel disco della luna
è in salvo la risposta.

Während ich, Betrübte, schreibe,
funkelt in der Vollmondscheibe
jenes Wort, das ich betrachte,
seit die Taube mich verlachte,
weil ich aus dem Wasserspiegel
ohne Namen, ohne Siegel
in die Einschicht trat.
Wäre nicht die Saat
der Betrachtung groß geworden,
müßt ich Mond und Taube morden,
die mich ständig überlisten
und in meinem Schlafbaum nisten,
der davon verdorrt.
Oft brennt sich ein Wort
ganz von selbst in seine Rinde,
und dann schicke ich solch blinde
Botschaft, die sich dreht,
nutzlos deinem Schlaf zu Leibe,
während in der Mondesscheibe
heil die Antwort steht.

*

Ti ho tuffato nella mia rabbia!
Ora sei d’acciaio sopra la terra
e sotto, mansuete, avanzano le tue radici
tra pietre scricchiolanti.

Non portarmi il grano! Non ti ho reso acciaio
per saziarmi o addormentarmi
a me spetta la metà di quella mela
che matura tra i rami dell’albero del serpente.

Spada o giglio – tu li sei entrambi a metà!
Voglio scagliare in alto la tua affilatezza
ed essere dolce sorella della terra
e indurre in tentazione Dio come lui ha fatto con me.

Ti ha tuffato tre volte nel mio cuore
e ti ha ordinato di rinunciare a lui
ma io ti ho immerso nell’acciaio della rabbia;
ora porta a suo figlio la mia metà della mela!

Ich habe dich in meinen Zorn getaucht!
Jetzt bist du stählern oberhalb der Erde
und unten schlagen deine Wurzeln sich
sanftmütig durch das knirschende Gestein.

Trag mir kein Korn! Ich hab dich nicht gestählt,
um satt zu werden oder einzuschlafen,
mir steht die Hälfte jenes Apfels zu,
der im Gezweig des Natterbaumes reift.

Schwert oder Lilie – beides bist du halb!
Ich will nach oben deine Schärfe schleudern
und mit der Erde sanft verschwistert sein
und Gott versuchen, wie er mich versuchte.

Er hat dich dreimal in mein Herz getaucht
und dir befohlen, ihm zu widersagen –
ich aber habe dich im Zorn gestählt;
bring meine Apfelhälfte seinem Sohn!

*

Su ogni gradino del mio corpo abita
un dolore e desidera diventare sacro,
io sono già nemica giurata del convento
e preferirei essere un campo nomadi.

L’abate è pazzo e continua a tamburellare
invece di raccogliersi, noiosa benedizione della sera,
e mai si addormenta, tiene gli altri svegli
perché tutti i gradini tremano incessantemente.

Tutte le volte che la mia resistenza si anima
l’impostore la insegue tra le fondamenta del convento,
là dove la verità è granulosa
e produce pane per gli affamati.

Così io sono casa e corte e impalcatura del pane
e a volte anche una segretissima collina
dove la mia ostilità produce frutti oscuri
affinché i santi possano diventare zingari.

Auf allen Stufen meines Leibes haust
ein Schmerz für sich und möchte heilig werden,
ich bin dem Kloster schon spinnefeind
und wäre lieber ein Zigeunerlager.

Der Abt ist irr, er trommelt immerfort,
statt sich zu sammeln, öden Abendsegen
und schläft nie ein, hält auch die andern wach,
weil alle Stufen unentwegt erzittern.

Sooft mein Widerstand lebendig wird,
treibt ihn der Täuscher durch die Klostergünde,
dort wo die Wirklichkeit ganz körnig ist
und Brot hervorbringt für die Hungerleider.

So bin ich Haus und Hof und Brotgerüst
und manchmal auch ein ganz geheimer Hügel,
wo meine Feindsal dunkle Trauben trägt,
damit die Heiligen Zigeuner werden.

*

Ho esiliato la mia e la tua ombra
in un nocciòlo autorizzato,
perché aspettino lì il giorno del giudizio
perché commemorino la più antica delle notti
per amore della loro santificazione.
Se ora la luna entra nella stanza
la fronte della notte s’inchina sorpresa
nel mio specchio accecato
davanti alla mia sfaccettata speranza.
Spero sotto una fronda di nocciòlo,
spero fin’oltre il muschio del tetto,
spero così in profondità e così in alto e così forte
che il mio udito ne risuona.

Ich habe deinen und meinen Schatten
in eine ermächtigte Hasel gebannt,
damit sie erwarten den Jüngsten Tag,
damit sie gedenken der ältesten Nacht
um ihre Heiligung willen.
Wenn jetzt der Mond in die Stube tritt,
verneigt sich staunend die Stirne der Nacht
in meinen erblindeten Spiegel
vor meiner vielfältigen Hoffnung.
Ich hoffe unter dem Haselstrauch,
ich hoffe über das Dachmoos hinaus,
ich hoffe so tief und so hoch und so stark,
daß mein Gehör davon läutet.

*

Terra, se tu avessi due labbra
e una lingua e un’ora gentile
vorresti allora parlare con me
anche ora che schiaccio rabbiosa
il mio moncone d’intelletto sotto i fiocchi di neve?
Terra, rideresti allora?
Mi sono vantata della tua amicizia
e ho raccontato che vivo spesso accanto alle radici
e che parlo del tempo con i sassi
e che sono in grado di condizionare il tuo sangue.
Mentire, sai, era come la malattia
che spesso precede le grandi epidemie
e il mio cuore mi ha sempre creduto.
Ora è stato contaminato e non fa che chiamarti,
non vuole morire prima, non vuole dire a nessun altro
ciò che ha in mente, che lo tormenta,
e chi alla fine vorrà benedire.
Terra, accetta la mia lingua,
terra, ti prego, e le mie labbra!
Spargi la voce sotto i fiocchi di neve
racconta dell’amore caldo e duraturo.

Erde, wenn du zwei Lippen hättest
und eine Zunge und eine freundliche Stunde,
würdest du dann mit mir reden mögen
auch jetzt noch, wo ich mein Stümpfchen Verstand
wütend unter die Schneeflocken trete?
Erde, würdest du lachen?
Ich habe mit deiner Freundschaft geprahlt
und erzählt, daß ich oft bei den Wurzeln wohne
und mit den Steinen über das Wetter rede
und imstand bin, dein Blut zu besprechen.
Das Lügen – weiß du – war wie eine Krankheit
die man oft vor großen Seuchen bekommt
und mein Herz hat mir immer alles geglaubt.
Jetzt ist es verseucht und schreit bloß nach dir,
will früher nicht sterben, will keinem sonst sagen,
was es im Sinn hat, womit es sich quält
und wen es am Ende noch segnen möchte.
Erde, nimm meine Zunge an,
Erde, bitte, und meine Lippen!
Rede unter den Schneeflocken her
von der warmen währenden Liebe.

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