Adriano Padua, Still life

Adriano Padua, Still Life, Miraggi edizioni 2017, € 10,00

*

non c’è una medicina ma la cura
del nostro male è la ferita stessa

Si usa spesso il termine “levare” quando si parla di poesia. Lo usano, a volte, gli autori per raccontare i loro versi, la tecnica che usano per lavorare a un testo affinché questo possa considerarsi concluso. Lo usano i critici perché è considerata poesia riuscita quella da cui più si toglie, quella che lascia fuori; che il verso sia il risultato anche di cose che non compaiono, ma che esistono. Levare per lasciare immaginare, a chi legge naturalmente, ma anche a chi scrive, perché ciò che il poeta lascia fuori è qualcosa di non concluso, è sempre la domanda a cui ritornare.

Leggendo Still Life di Adriano Padua ho pensato ad altre parole, ho riflettuto sul verbo sparire, ho pensato al dissolversi, a un modo di fare a meno, che poi è anche un farsi a meno, un farsi meno, un sottrarsi. Ho pensato a cose molto belle come sempre si spera che accada quando leggiamo.

questa notte è un rosario di assenze
ed ognuna ha il suo nome preciso
è una pace girata al contrario
un sipario calato sul mondo
che la luna disvela splendendo
nella sua luce madre rinchiusa
inchiodata sui muri a agitare
delle case l’anomala quiete

 

Il primo verso di questa poesia mi si è piantato in testa, per l’importanza di quello che contiene, del mondo che lascia intravedere, della traccia di mancanza assoluta, certificata; e poi per il suono che il verso fa. La poesia la troviamo all’inizio del libro, a pagina 17, e mi pare che sia quella che fa cominciare a ballare, da quel momento in poi si entra nel ritmo di Padua, ne siamo vittime e complici, mi pare che non possiamo fare altro che seguirlo. Anche adesso mentre scrivo sto cercando di seguirlo, di assecondarlo. Qualcosa non c’è più, ci dice il primo verso, ma subito il secondo verso dando alle assenze un nome preciso ci dice il contrario, ed ecco il terzo con la pace girata al contrario. Molto del libro di Padua sta in questi tre versi molto belli. Un continuo senso e il suo opposto come il sipario (che chiude) svelato dalla luce madre della luna (che apre). Intanto leggiamo, intanto seguiamo il ritmo, intanto ci accomodiamo dentro una scrittura non banale ma nemmeno inutilmente complicata, ogni parola mi pare stia là dove deve stare, per significato e per suono, e poi ogni parola è una sponda sulla quale far rimbalzare la parola successiva, o un’altra che sta venti pagine più avanti.

adesso è come se la stanza si dovesse aprire
ti scrivo e ogni parola vuota intanto si comprime
da un mondo che ha il tuo nome come linea di confine
con la pioggia nelle viscere masticando un pasto nudo
sotto un cielo torbido e nero di carbone umido
contro lo sguardo gelido della natura morta
composta tra le strade avvolte in una membrana
di luce che sgorga opaca da questa luna umana

Padua costruisce i versi con pulizia, con fantasia, tra il dire e il non dire, tra rime nascoste, rime palesi, rime interne, parole che suonano vicine, si chiamano di lettera in lettera. Mi viene in mente una cosa che mi è capitata di dire molte volte sulle poesie lette in pubblico, sulla poesia orale, sul modo in cui si possa e si debba leggere, e cioè che poesie belle come quelle di Adriano Padua giustificano l’uscita di casa per ascoltarle in una bella serata, con i musicisti che lo accompagnano, ma non rimangono lì, non sono finite lì davanti al microfono, dopo l’applauso, ma continuano, te le puoi portare a casa, te le puoi reinventare. La poesia orale ha senso (come quella scritta) se è bella e se è bella, quasi certamente, funziona anche in un libro. Questa dissertazione rischia di portarmi fuori dal ritmo di Padua, e invece no, io voglio rimanerci, voglio che voi ci entriate.

continuo ritornare verso il termine

Questo pezzo di verso dà senso a molte cose che penso, verso il termine, la fine, si ritorna non si va, perché è da lì che si viene. Ogni storia non solo contiene la sua conclusone, ma la sua conclusione potrebbe essere l’origine, perché no? Prose brevi, versi corti, versi lunghi, perché la poesia come le giornate non è mai uguale, mai dovrebbe esserlo e mai lo sarà.

è come se venisse messo in atto
per te questo ripetersi perpetuo
e alterno della voce e del silenzio
che torna eterno e non termina mai
fermando il tempo ai versi disarmati
ai termini che formano le frasi
fra simboli e suoni simultanei
venuti al mondo vivi corpi estranei
dal buio degli strati sotterranei
preludio della notte in cui verrai

Il buio e la luce, l’apertura e il sipario, la notte e il giorno, l’andata e il ritorno, la voce e il silenzio, il suono e il rumore, lo svanire e il riapparire. E poi una visione del mondo, mi pare di poter dire, per quel che è, più ombre che luci, più schiene che volti. Se c’è un futuro più avanti lo si vede sfumato, la vita che viene è la vera Fata Morgana.

la comunicazione si è interrotta e procede tutto

*

© Gianni Montieri

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