proSabato: Marco Mazzucchelli, Mario Marotta

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Marco Mazzucchelli, Mario Marotta (racconto inedito)

.    Domenica pomeriggio. Il padre di Mario Marotta era seduto sul divano, nella stanza di un monolocale in una scrostata palazzina sperduta nelle periferie nel sud del paese. La faccia di suo figlio friggeva distorta e dilatata nel televisore. Quello non era il quartiere dove aveva sempre vissuto, quella non era la casa dove aveva visto suo figlio crescere e dalla quale poi era fuggito con la madre. Non ci aveva mai invitato parenti o amici.
.    Faceva caldo, ma non stava bevendo niente. Non voleva distrazioni: ora erano solo lui e suo figlio nello schermo della TV. Lo fissava. L’unica cosa di buono che aveva fatto la moglie dopo la fuga era stata quella di inviargli di tanto in tanto delle foto di Mario che cresceva lontano da lui, in un posto odiato e che aveva giurato di non visitare mai. Alla fine ce l’aveva fatta, pensò: lui e i suoi maledetti libri. Mario, suo figlio, ce l’aveva fatta, sarebbe diventato famoso, lo era già, chissà quante cose avrebbe potuto fare. La presentatrice aveva in mano il suo libro e lo mostrava alla telecamera.
.    «Mario Marotta. Questo è il suo primo romanzo.»
.   La copertina non l’aveva scelta lui, nemmeno il titolo del libro o la quarta di copertina. Queste cose il padre di Mario non le sapeva, non gli interessavano nemmeno, ma era come se ne percepiva il senso nascosto. Notò, a seconda dell’inclinazione del libro sotto i fasci di luce, le numerose ditate impresse sulla copertina e poi si chiese quante di quelle persone che ora stavano seguendo il programma avrebbero comprato e letto quella storia inventata da suo figlio. Chi avrebbe avuto voglia, in quella calura insopportabile, di mettersi a leggere l’ennesima storia inventata? E poi, tra quella infinitesima parte di persone che invece avrebbero acquistato quel libro, in quanti avrebbero capito davvero quello che c’era scritto, ciò che Mario aveva voluto dire? Per tutti gli Italiani che erano sintonizzati su Rete 5, Mario Marotta non era altro che la grafica della copertina e quel titolo ridicolo. La presentatrice non si degnò di leggere nessun passaggio, non accarezzò il libro, non lo aprì nemmeno. Lo mosse a destra e poi a sinistra preoccupandosi solo che fosse inquadrato e lesse ciò che le suggeriva il gobbo. Mentre parlava, si sistemò il corsetto dal quale i seni ondeggiarono come due budini in procinto di disfarsi. Il padre di Mario pensò che le pagine di quel libro pieno di ditate avrebbero potuto benissimo essere tutte bianche e nessuno lo avrebbe mai saputo. Le sue mani vennero percorse da quello stesso brivido che le elettrizzava quando entrava nella biblioteca della loro vecchia casa – e le assi di legno scuro del pavimento scricchiolavano, e le tende bianche si gonfiavano fino a quando non si richiudeva la porta dietro di sé, e nelle narici si infiltrava quell’odore di muffa e cadaveri che impregnava i mobili e i divani di quella stanza e i vestiti e i pomeriggi di suo figlio – e impugnava i libri per la costa e li lacerava, separando lo scheletro legato della copertina dal corpo molle delle pagine, dilaniando la carta come se fosse carne, con la testa ormai da un’altra parte, rimanendo tutto mani e tutto rabbia, in balia di un impulso che allo stesso tempo doveva assecondare e si sentiva di incoraggiare.
.   Nei suoi cinque minuti di notorietà, Mario aveva la fronte lavata di sudore. Suo padre guardava. Stava seduto sulla sua poltrona, serbando nel cuore un posto in cui desiderava ritornare – una casa con uno scuro porticato, delle magnolie gonfie e barocche e un giardino trascurato, che non esisteva più – e ne sentiva il peso greve, come una lastra di pietra, ne percepiva la presenza sussultante. Era un uomo che faceva fatica a capire, ma che non era più sorpreso dagli episodi della vita a cui doveva assistere. Sin da piccolo Mario aveva avuto la testa persa chissà dove, completamente rapita da cose futili. Si concentrò sulla sua espressione, sulla sua postura non telegenica. Continuava a sudare sotto quelle luci. Era il suo essere sotto stress. Era la sua voce strisciante, il suo accento marcato nordista, un’altra vergogna. Era l’unica persona microfonata e inquadrata esteticamente fastidiosa, l’unica con gli occhi cerchiati e stanchi, indolenti, l’unica che non era a proprio agio perché sapeva di trovarsi nel posto dove, senza mai chiedersi perché, aveva sempre sognato essere. Riconosciuto, letto, considerato. Ma non ancora pagato, aggiunse mentalmente e con sarcasmo suo padre. Nell’ultima lettera che aveva ricevuto, la moglie gli aveva scritto che Mario che era ancora impiegato all’UPS. Era questo che mandava maggiormente in bestia quel padre: che suo figlio fosse sempre stato in balia di un sogno che aveva sin da piccolo e che allo stesso tempo non si fosse mai fermato a chiedersi i perché di questo suo desiderio, la sua realizzabilità, la vera necessità, e che si fosse fatto semplicemente trasportare da questo sogno negli anni, senza controllo o una meta precisa, come se volesse diventare uno scrittore e basta, in un mondo immaginario, delle fiabe, dove tutto il resto non esisteva.
.   Questo uomo sprofondato nella poltrona, assorbito dal televisore, rimase concentrato sulla copia del libro che veniva rigirato nelle mani della presentatrice. Lei se lo posò in grembo a pochi centimetri dallo spacco dell’abito. Venne inquadrato insieme alla sua vagina, che solo per una tragica, fantozziana frazione di secondo – il tempo di scavallare le gambe – venne mostrata senza mutande. In quell’istante il libro divenne un vero ”prodotto”, sublimato in questa accezione, battezzato dalla televisione, unto da quella mano da cui milioni di Italiani avrebbero voluto essere accarezzati, e unto dai milioni di occhi in diretta. La storia che suo figlio aveva scritto, il cuore e il tempo che ci aveva dedicato, erano diventati un pretesto per quell’immagine televisiva volgare e per quell’involucro grossolano e mostrato, per quella grafica e quel packaging, un modo come un altro per riempire un buco televisivo di due minuti e cinquanta secondi, il motivo per la produzione per ottenere dei soldi dall’editore, un mezzo per Mario per vendere più copie e così portare a casa quei quattro soldi necessari per farlo sentire orgoglioso di essere diventato un vero scrittore – perché ora poteva finalmente vivere delle proprie opere… – battezzato e unto a sua volta, sublimato a questo nuovo ruolo riconosciuto. La storia che suo figlio aveva inventato, il cuore e il tempo che ci aveva dedicato, quel cuore che non era mai riuscito a esprimersi e a battere liberamente, perché era cresciuto oppresso dalla presenza del padre e da una sorta di insicurezza verso i propri sentimenti e le proprie possibilità, ora era diventato un cuore oppresso anche nella scrittura, strozzato dai processi di adattamento stilistico, perché piegatosi per appagare il gusto dei pigri e dei semianalfabeti, dei lettori della fascia media italiana, quelli che leggono quattro libri l’anno – quello da leggere in spiaggia, quello che gli è stato regalato a Natale, quello che tutti leggono in treno e in metro e che quindi tutti comprano per moda, e quello dal quale hanno tratto il film campione di incassi della stagione. Così vedeva suo figlio inquadrato nel tubo catodico, l’immagine di un cuore che si prostituiva intellettualmente, per cercare di arrivare a fine mese, per anelare un posto vicino ai grandi nomi della letteratura, perlomeno sugli scaffali delle librerie. Quel padre si alzò dalla poltrona nauseato da una lotta intestina e confusa, fatta di pensieri sfocati e intuizioni che non gli appartenevano, che si stava combattendo all’interno della sua gabbia toracica, all’altezza dello stomaco, più che nella sua testa. Un duello tra la pena che provava per quel figlio che vedeva come a bordo di una scialuppa di salvataggio e sbatacchiato tra le onde di un mare in tempesta, e la soddisfazione, la certezza, di aver avuto per una volta ragione – nonostante il prezzo che tutti quanti avessero dovuto pagare in quegli anni. Lentamente si indirizzò verso l’angolo cottura di quella scatola bollente, camminando come se stesse alleggerendo la tensione che gli aveva percorso il corpo per quegli ultimi e frenetici minuti. Aprì il frigo e si prese una birra. Tornò vicino al divano e, senza aspettare che l’intervento di suo figlio finisse, spense il televisore. Stappò la bottiglia e fece un lungo sorso, come se tutto a un tratto, dopo migliaia di anni di solitudine, avesse vinto la sua piccola battaglia.

© Marco Mazzucchelli

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