proSabato: Camilleri – De Mauro, La lingua batte dove il dente duole

DE MAURO  Comincerei con lui, con Luigi Meneghello. Ti ricordi quel passo bellissimo in Libera nos a Malo? «Nell’epidermide di un uomo si possono trovare, sopra, le ferite superficiali, vergate in italiano, in francese, in latino; sotto ci sono le ferite più antiche, quelle delle parole del dialetto, che rimarginandosi hanno fatto delle croste. Queste ferite, se toccate, provocano una reazione a catena, difficile da spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nocciolo indistruttibile di materia, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, percepita prima che imparassimo a ragionare, e immodificabile, anche se in seguito ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua».

CAMILLERI Il dialetto è sempre la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare. Come diceva Pirandello, la parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto di una cosa esprime il sentimento, mentre la lingua di quella stessa cosa esprime il concetto.
A casa mia si parlava un misto di dialetto e di italiano. Un giorno analizzai una frase che mia madre che mia madre mi aveva detto quando avevo diciassette anni: mi aveva dato le chiavi di casa e io tornavo tardi la notte. Mi disse:«Figliu mè, vidi ca si tu nun torni presto la sira e io nun sento la porta ca si chiui, nun arrinescio a pigliari sonnu. Resto viglianti cu l’occhi aperti. E se questa storia dura ancora io ti taglio i viveri e voglio vedere cosa fai fuori fino alle due di notte!».
Porca miseria, dissi, la prima parte di sto discorso è la mozione degli affetti, la seconda parte interviene il notaio, la giustizia, il commissario di pubblica sicurezza, il legalitario.
A me con il dialetto, con la lingua del cuore, che non è soltanto del cuore ma qualcosa di ancora più complesso, succede una cosa appassionante. Lo dico da persona che scrive. Mi capita di usare parole dialettali che esprimono compiutamente, rotondamente, come un sasso, quello che io volevo dire, e non trovo l’equivalente nella lingua italiana. Non è solo una questione di cuore, è anche di testa. Testa e cuore. È una relazione molto articolata. Non vivo in Sicilia da sessant’anni, non c’è nessun siciliano in famiglia, mia moglie è romana ma è stata educata a Milano, le mie figlie sono nate tutte a Roma, nessuna di loro conosce il dialetto.  Posso stare un anno, anche di più senza parlare in dialetto. Allora, la mia testa seleziona le parole del dialetto attraverso una formula di perdita e guadagno, tornano nella mia memoria parole che – attenzione – sono le più lontane dall’italiano, ma incise profondamente in me fin dalla nascita, mentre quelle venute dopo le dimentico.
Nella mia famiglia, in Sicilia, non si parlava un dialetto molto stretto. Certo, quando parlavi con i contadini di nonno dovevi per forza parlare in siciliano. Però nella nostra famiglia, una famiglia medio-borghese, in genere usavamo, come ti dicevo, un misto di italiano e siciliano, l’italiano lo adoperavamo per sottolineare, per mettere in chiaro, per prendere le distanze, per dire «te lo dico una volta e per tutte». Il resto era in dialetto.

DE MAURO La mia storia linguistica personale è diversa. Mio padre era di Foggia, mia madre di Napoli e di famiglia napoletana. Si erano sposati giovani – ma già prima di sposarsi mio padre aveva studiato all’università prima a Napoli, poi a Roma – e si erano trasferiti a Roma nel 1916 (e qui mia madre si era iscritta all’università, a Scienze, studiava matematica), poi a Milano, poi erano tornati a Napoli, dove io ho vissuto da bambino. Ed erano laureati.
Racconto questi fatti privati perché nell’Italia degli anni Trenta, ma ancora vent’anni dopo, il matrimonio tra persone di diversa regione e quindi dialetto, l’immigrazione in città anch’essa da altra regione e dialetto, la laurea erano appunto le tre condizioni che, in un’Italia per almeno due terzi totalmente dialettofona, spingevano ciascuno verso l’adozione dell’italiano. Nel caso della mia famiglia erano tutte e tre presenti. E furono operanti. A casa si parlava italiano o, per dir meglio, parlavano italiano i miei tre fratelli maggiori e parlavano italiano con noi o noi presenti mio padre e mia madre. Solo molto più tardi, da ragazzo, ho scoperto che tra loro i miei genitori parlavano in dialetto napoletano. Mio padre aveva adottato il dialetto della moglie, quasi certamente perché il napoletano era, in tutto il Sud, il dialetto principe, il dialetto dell’antica capitale del Regno per antonomasia, come ancora si chiamava il regno borbonico.
Parlavamo dunque italiano. Ma il dialetto ci circondava, dominava in quello che si sentiva per strada o nei negozi, e con estranei o amici si insinuava nei discorsi. Certe cose non potevano che chiamarsi e dirsi in dialetto, aveva ragione Pirandello. La scoliosi deformante, oggi non se ne ha più idea, era purtroppo assai diffusa: ma un gobbo si chiamava, era uno scartellato; uno scartellatiello se era un bambino o era piccoletto.
Uno zio di mia madre, un ingegnere pensionato da anni, vecchissimo (tale mi appariva), passava il tempo a leggere seduto alla sua scrivania, sempre con un toscano in bocca, che lasciava spegnere e di continuo riaccendeva. E così un mio cuginetto lo aveva battezzato Appicc’e stuta, e il nomignolo circolava in tutto il vasto parentado, anche tra gli italofoni. Non parlavamo dialetto attivamente, ma era impossibile non impararne il necessario per riferirci ad alcune cose e per capire il prossimo. E questo avveniva da un capo all’altro dell’Italia.

Andrea Camilleri, Tullio De Mauro, La lingua batte dove il dente duole © 2013, Gius. Laterza & Figli. Edizione di riferimento: © 2017, Edizione speciale per il Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A, Su licenza Gius. Laterza & Figli SpA, pp. 5-8

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