Giovanna Iorio, La neve è altrove

Giovanna Iorio,  La neve è altrove, Fara Editore 2017

 

A tre cose ho pensato la prima volta che ho avuto tra le mani La neve è altrove di Giovanna Iorio. A tre cose.
La prima era che quasi bastava averlo lì, posato sulle dita, oggetto già bello nel suo scuro color carta da zucchero e nella sua forma alta e stretta da mappa stradale, nelle fotografie che si intuivano da una cadenza di colore nero dei fogli. Ho pensato che era dolce dover prendersi cura, da quella sera, di un libro che manteneva la promessa troppo spesso trascurata di essere bello nella sua fattura, premuroso nella sua offerta, e tanto vario da incantare. Perché La neve è altrove è una scatola dei giochi: è assieme breve raccolta (o poemetto, se si vogliono ignorare i suoi stacchi) e sua traduzione in sei lingue  (in inglese da Charlie Hann, in spagnolo da Zingonia Zingone, in polacco da Anna Jolanta Lagoda, in francese da Grazia Calanna, in tedesco da Anna Maria Curci e in russo da Anna Tumatova); è catalogo di fiocchi di neve – dalle fotografie di Alexey Klijatov – con prefazione poetica (di Marco Sonzogni) e postfazione matematica (di Stefano Iannone). Sfogliarlo dà l’impressione di un libro che si basta, appena prima che la mente del lettore proceda e lo continui e lo riverberi come si fa per ogni libro che ha un suo profondo valore.La seconda cosa che ho pensato era quell’altrove su cui si àncora il titolo. Sarebbe bastata una minima indicazione grammaticale per comprendere se quel verbo essere indicava una presenza o un’equivalenza: e allora per quale motivo, anche se le traduzioni mi smentivano, e la poesia eponima lo stesso, io facevo orecchie da mercante e mi ostinavo a convincermi che la soluzione fosse la più inconsueta, e che la neve davvero fosse quell’altrove che modifica le percezioni e disorienta, per orientarli in maniera diversa, gli spazi? È stato allora forse che ho provato la prima grande intimità con questo libro, nel mio desiderio di forzarlo.
La terza cosa era, ovviamente, la neve. Le eccezioni sono poche: noi non siamo un popolo abituato al grande manto bianco né alla sua discesa. Cos’è per noi la neve, nel nostro immaginario e nelle nostre abitudini? Nel mio paesello di mare, è una strana festa bagnata che gironzola senza posarsi; per molti è una destinazione, per altri una minaccia. La neve è una parete bianca che preme contro la porta da aprire per andare al lavoro, o una calata silenziosa da osservare, una tazza tra le mani, al riparo tra i nostri camini?
Quando questa domanda si è fatta pressante ho aperto il libro di Giovanna Iorio, chiedendomi quale fosse la sua neve. Chiedendomi cosa Giovanna Iorio pronuncia, quando pronuncia la parola neve.
Ho incontrato un mondo attutito ma attraversato da luci di violenza. In questo mondo, dove il corpo del poeta è presente nei suoi sguardi e nelle rare azioni, il silenzio sembra la condizione di partenza per il grande evento che è la parlata umana e naturale (“C’è ancora tra la voce e il vento un vecchio / patto: sollevare ciò che è caduto”). Si osserva il cielo, che riguarda “noi”, come oltre si osserva un secchio che si voleva di metallo ma è in plastica, nella vaga ma assieme minuziosa creazione di un paesaggio. Ci si rivolge (“Vedi”). Si tende la voce, pure da questa quiete rigorosa, a un altro che è creatura:

Metto le parole in fila davanti alla tua porta
che strana carovana di suoni
la preghiera.

E dall’altro lato, dove abitano le visioni, ci si addentra con occhi tutti mentali verso apparizioni sacre quanto un tempo potevano esserlo le Muse, lampi rossi nel biancore della neve:

La neve è altrove
a noi parla il grigio del cielo
da qualche parte le volpi attraversano
pagine bianche – Oh, voi che affondate
le zampe in questo silenzio
tornate.

Misteriosa e geometrica quanto il fiocco di neve, anche la poesia trova la sua stanza nel catalogo. Lo fa nella sua natura chiara di visitatrice, che per quanto si sforzi di essere delicata disordina le abitudini degli esseri ai quali decide di apparire:

Quando la mia poesia torna
sono infelici i figli
ho appena fatto bruciare
il pane e l’acqua
bolle bolle da ore
le mie parole s’annunciano
con il fumo e il vapore.

© Giovanna Amato

 

La neve è altrove di Giovanna Iorio disegna un vero e proprio itinerario di conoscenza, sfruttando appieno tutti i predicati, ivi compresi quelli spiazzanti e quelli apparentemente contraddittori, della neve. La neve rischiara e abbaglia, attutisce i rumori e amplifica il silenzio, ricopre di un manto uniforme ed esalta i contrasti. La neve può assumere le sembianze di un’occasione rara e inaspettata così come quelle di una resa dei conti ricorrente. La neve è fonte pressoché inesauribile di fascino e di mistero per quella silente perfezione dei suoi cristalli. Non è un caso che a precedere il poemetto articolato in ventiquattro testi sia una lunga citazione da Strena seu de nive sexangula, il testo che Keplero pubblicò nel 1611.
Punto di partenza e di arrivo dell’itinerario di conoscenza in versi composto da Giovanna Iorio sono l’intreccio di vita e morte, di mobilità e di sospensione, di brusca interruzione e di prospettiva di ritorno di cui si compongono sia l’esistenza sia il tempo della riflessione su di essa (tempo benedetto, nonostante tutto, kairòs nel chronos).
Così come avviene in forma esplicita nella citazione in epigrafe da Fermine Maxence e nel brano riportato di Keplero, i richiami intertestuali che costellano i testi (l’elenco è lungo e accanto a Gozzano, Saba e Heaney, menzionati da Marco Sonzogni nella prefazione, possiamo aggiungere, senza timore di esagerare, Robert Frost, Christine Lavant, Durs Grünbein) sono ravvivati dalla partecipazione palpitante e non di rado invocante dell’io poetico. Che cosa invoca? Il ricordo «dei giorni fermi sotto la neve», degli interni con le calze bagnate messe ad asciugare intorno al camino acceso, dell’alternarsi di voce a vapore; invoca, ancora, il rincorrersi bizzarro di passi e sguardi, il mistero di silenziosi incontri di occhi umani e occhi di volpi.

© Anna Maria Curci

 

Ho bisogno di ricordare
i giorni fermi sotto la neve
le parole sbriciolate nel becco degli uccelli
l’aria piena di ali
i rami spezzati dal peso del bianco
cadevano senza fare rumore come segnali muti.
Allora le volpi uscivano dalle tane
in cerca dei nostri occhi come se fosse questo
vedersi
improvviso l’unico cibo.
Un istante di neve poi il buio rotolava giù
—-nella valle
come una frana.
Sulla fiamma intorno al camino mettevamo
—-le calze
bagnate
le scarpe sporche
di neve. Tornava la voce dopo
il vapore.
Lasciavamo al buio la neve e il silenzio
riempiva le impronte
delle corse nei campi
il bianco dentro ai nostri passi che
—-continuavano a correre
per tutta la notte
insieme alle volpi.

 

I need to remember
The idle days snowed in
The words made crumbs for the beaks of birds
The air full of wings
the branches, snapped by the white weight,
Fell noiseless like muted signals.
And then the foxes left their dens
In search of our eyes as if this – suddenly
—-catching sight
of each other – was their only food.
A moment of snow then darkness rolled down
—-into the valley
Like a landslide.
In front of the fire’s flames, we put our soaked
Socks
our shoes soiled
by snow. The land’s voice returned
after the fog.
We left the snow in the dark and the silence
filled the tracks
Of the races in the fields,
The whiteness within our steps that continued
—-to run
Throughout the night
Together with the foxes.

 

Necesito recordar los días
quietos bajo la nieve
las palabras desboronadas entre picos de
—-pájaros
el aire lleno de alas
las ramas quebradas por el peso de la blancura
caían sin hacer ruido como señales mudas.
Entonces los zorros salían de sus cuevas
en busca de nuestros ojos como si fuera este
—-vernos
repentino el único alimento.
Un instante de nieve luego la oscuridad rodaba
hacia abajo por el valle
como un derrumbe.
Sobre la llama alrededor de la chimenea
poníamos los calcetines
mojados
los zapatos sucios
de nieve. Regresaba la voz luego
el vapor.
Dejábamos en la oscuridad a la nieve y el
—-silencio
llenaba las huellas
de los correteos en los campos
lo blanco dentro de nuestros pasos que seguían
—-corriendo
la noche entera
junto con los zorros.

 

Mam potrzebe zapamiętania dni zatrzymanych
Pod śniegiem
Słowa pokruszone w dźiobie ptaków
Powietrze pełne piór
Konary złamane p od ciężarem białości
Padały bezszelestnie jak głuche znaki
Lisy opuszczaly kryjówki w poszukiwaniu
Naszych oczu
Jakgdyby to zapatrzenie było jedyną pożywką
Chwila śniegu i mrok staczał się w doline jak lawina
Przy kominku obok ognia
Kładliśmy mokre od śniegu
Rajstopy i buty
Głos powracał po parze wodnej
Zostawialiśmy śnieg w ciemnosci
I cisza wypełniała ślady wyścigów
W pola
Białość w naszych krokach
Pędziła przez całą noc
Razem z lisami

 

J’ai besoin de me rappeler
les jours immobiles sous la neige
les mots émiettés dans le bec des oiseaux
l’air plein d’ailes
les branches rompues sous le poids du blanc
tombaient doucement comme des signaux muets.
Alors les renards sortaient de leurs tanières
à la recherche de nos yeux comme si c’était
soudain la seule nourriture.
Un moment de neige et puis l’obscurité roulait
—-dans la vallée
comme un éboulement.
Sur la flamme autour de la cheminée nous
—-mettions les chaussettes
mouillées
les chaussures sales
de neige. Et la voix revenait après
la vapeur.
Nous laissions la neige dans l’obscurité et le
—-silence
remplissait les empreintes
de nos courses dans les champs
le blanc dans nos pas qui continuaient à courir
pendant toute la nuit
avec les renards.

 

Ich brauch’ mich an die regungslosen
Tage unter dem Schnee zu erinnern
an die zerkrümelten Worte im Schnabel der
—-Vögel
an die Luft voller Flügel
die durchs Gewicht des Weißes gebrochenen
—-Äste
fielen geräuschlos wie stumme Zeichen.
Da gingen die Füchse aus den Höhlen
auf der Suche nach unseren Augen, als wäre
dieses plötzliche Sich-Sehen
die einzige Nahrung.
Ein Augenblick Schnee dann rollte die
—-Dunkelheit ins Tal
wie ein Erdrutsch hinunter.
Ans Feuer um den Kamin hängten wir die
—-nassen
Strümpfe
die schneeverschmutzen Schuhe
legten wir dahin. Die Stimme kehrte nach
dem Dampf
zurück.
Wir verließen im Dunkeln den Schnee und
—-die Stille
füllte die Spuren
vom Laufen in den Feldern
das Weiß in unseren weiterlaufenden Schritten
die ganze Nacht hindurch
zusammen mit den Füchsen.

 

Мне необходимо помнить о
днях, остановившихся под снегом,
Слова, раскрошившиеся в клюве птиц.
Воздух, наполненный крыльями,
Ветви, сломанные белой тяжестью,
Падали беззвучно, как немые сигналы.
Тогда лисы выходили из своих нор
В поисках наших глаз, как будто наши взгляды
Внезапно становились единственной пищей.
Миг снега. Затем темнота скатывалась в долину,
Как лавина.
Вокруг пламени камина мы развешивали носки
Мокрые, грязные от снега ботинки.
Возвращался голос после пара.
Мы оставляли в темноте снег, и тишина
Заполняла следы
Нашего бега в полях.
Белый цвет внутри наших шагов,
—-продолжающих бегать
Всю ночь вместе с лисами.

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