Non sapevo che passavi #8: Benny Hill

Stefano Domenichini: Non sapevo che passavi #8: Benny Hill

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Hanno dissotterrato la bara, poi l’hanno fracassata pensando di trovarci oro e gioielli, il mio tesoro. Il vecchietto minuscolo cui picchiettavo la mano sulla pelata e le ragazze seminude cui ho sempre dato del lei. Quello era il mio tesoro. Troppa roba per farla entrare in una bara. Hanno messo un nuovo coperchio e difeso la fossa con una lastra del marmo più pesante. Non voglio sapere cosa hanno scritto sopra. Laido, genio, vecchio porco, attore, guardone, uomo gentile. Dicono di aver trovato dieci milioni di sterline, quando sono morto. Lo sapete cosa sono dieci milioni di sterline? Una montagna di pezzi di carta, tutti uguali, con la faccia della Regina. Io la Regina l’ho conosciuta. Mi ha ricevuto a Buckingham Palace. C’era anche il consorte Filippo. Beveva birra in calici da champagne. Già da un po’, c’era da giurarlo. Mi prese da parte e disse, con gli occhi lucidi e un sorriso complice: «Lei ha contribuito molto all’incremento delle nascite». Mi salì una risata candida che fece piacere al Principe. L’approccio regale mi aveva riportato alla mente il mestiere dei miei genitori.

Ero nato in Bernard Street, a Southampton, il 21 gennaio 1924. I miei vendevano preservativi. Mio padre era un clown severo, io e i miei fratelli dovevamo chiamarlo Capitano. Imponeva una ferrea disciplina, e lo faceva indossando il suo vecchio abito da pagliaccio. Veniva dal circo, come suo padre e un suo fratello, morto cadendo dal filo del funambolo. Mi hanno trovato per via dell’odore. Un sacco di 110 chili afflosciato sulla poltrona. Ero lì da quattro giorni, difronte alla televisione accesa. Sono il Suonatore Jones e non ho mai posseduto niente. I pezzi di carta con la Regina li hanno trovati nei cassetti dei pochi mobili in affitto. Vivevo in un piccolo appartamento al 62-28 di Twickenham Road a Teddington, un sobborgo a ovest di Londra. Per pochi soldi potete affittarlo anche voi. Probabilmente hanno portato via le mie cose: bicchieri vuoti, stoviglie sporche, cibo scadente e i poster della boxe.

Sono morto guardando Charlie Chaplin, Charlot Innamorato. Quando ero bambino lo imitavo, vivevo fingendo di essere lui. Ma a un certo punto non bastò più per evitare gli scherzi dei compagni di scuola che mi prendevano in giro per le guance paffute. Diventai un doppio senso, un’anima di battute sfacciate e mimiche sboccate. Il Capitano mi fucilò, armato dalle sue frustrazioni. C’era mia madre che mi ascoltava, mi suggeriva sconosciute funzioni corporee e consolava le mie snervanti timidezze con le ragazze. Quando mia madre è morta, ho chiuso la sua casa e ne ho fatto un santuario. Da bambino scorazzavo mano nella mano con la piccola Peggy Bell, ma non passò molto tempo prima di capire che la mia gentilezza e galanteria non avrebbero mai acceso il cuore di una donna. Sono il Suonatore Jones, ma un’occhiata all’amore l’avrei data volentieri. I no delle donne sono diventati la mia arte. La mia arte, la mia terapia. Era solo autoderisione, un vecchio cialtrone ossessionato dall’idea di belle ragazze poco vestite. Hanno scomodato la censura, il femminismo, gli sporcaccioni e la morale. Ma eravamo solo io e Jackie, il piccoletto che teneva la sigaretta dentro la bocca, due adolescenti timidi e invecchiati, in un gioco di rincorse a velocità doppia, troppo brutti perché qualcuna ci chiedesse in sposi.

Di Netta e Kitten non ho mai parlato. Sparivo per un po’ e andavo a trovarle, dalle parti di Felixstowe. Pulivo le loro case, le portavo al ristorante, le accompagnavo a teatro. Di solito era estate. Per quarant’anni ho cercato di capire dove stesse il limite della loro paralisi cerebrale, ma non mi è venuto in mente nulla. Erano due buone amiche, e Netta aveva tutto per essere una grande attrice. Ho dato una sbirciata alla mia nuova tomba. C’è scritto God Bless, ma io sono il Suonatore Jones e il cielo non l’ho mai guardato. Ho guardato, invece, la televisione. Di giorno e di notte, senza sosta. La televisione mi ha tolto la paura. Quando suonavo la batteria con l’orchestra di Ivy Lillywhite mi rintanavo dietro ai tamburi, nella penombra, picchiavo sui piatti a ogni minima scossa. Ero un lattaio, di giorno. O un operatore di ponte. Andava tutto bene anche come assistente dei direttori di scena o se mi esibivo nei circoli maschili o nell’oscurità dei night club. Era il teatro il mio Dio Pan, la vendetta del Capitano. Ogni palcoscenico mi terrorizzava, sentivo le parole uscirmi dalla faccia e i gesti, i gesti diventavano quelli di un altro. Dovevo essere lì, ma ne morivo.

Davanti alle telecamere tutto questo spariva. Era come tornare a recitare per i compagni di scuola o per mia madre. C’eravamo solo io, Jackie Wright e i miei angeli procaci. Mi ero scelto una bella famiglia con cui passare la vita, questo è sicuro. Ci guardavano in tutti gli angoli del mondo, ma lì non c’era nessuno, solo noi che ce la spassavamo. Un congegno a orologeria a bassissimo rischio, un tambureggiare programmato dove anche l’improvvisazione era frutto di precisione e pazienza. Non servivano neanche le parole: bastavano smorfie rumorose, turbolente e vanamente depravate. Fino a conoscere Charlie Chaplin. Mi invitò a cena nella sua casa di Corsier-sur-Vevey, in Svizzera. Era il 1970. Ero stato il Professor Peach, genio dei computer ossessionato dalle donne grasse, che aiutava Michael Caine a rapinare la Fiat in The Italian Job e un giocattolaio senza più clienti in Chitty Chitty Bang Bang. Ma a Charlie interessava il mio show. Il tavolo era più lungo del viaggio che avevo fatto per arrivare lì. Charlie non aveva niente del pagliaccio triste di cui mi ero innamorato da bambino. Era freddo e gentilissimo, non riusciva a sottrarre al suo sguardo un’aria di sfida. Dopo cena mi chiese di seguirlo. Mise la mano sulla maniglia di una porta e, prima di aprire, mi disse: «Qui non è mai entrato nessuno, nemmeno i miei famigliari». Era il suo studio privato che dentro aveva un cinema. Aveva cambiato passo, era diventato frettoloso, andò verso un punto specifico e mi mostrò l’intera collezione del mio show. Rideva come un matto e continuò per tutta la sera. Non so per quanto andammo avanti a vedere i filmati. Si alzava di continuo e io con lui, per educazione. Me lo trovai difronte e mi venne spontaneo: anche se era più alto di Jackie, gli feci pat pat sui capelli bianchi. Aveva perso del tutto quell’aria da vincente. Era un ragazzino felice, e mi chiese di rifarlo.

Il Capitano, pur non sopportandola, era deferente verso l’autorità. Omaggiava i notabili, gli avvocati, i medici. Io mi sono limitato a ignorarli, a farne completamente a meno. Come medico mi ero scelto un ginecologo radiato dall’Albo perché non resisteva all’ossessione di dare i pizzicotti sul sedere delle pazienti. Non diedi retta neanche a lui quando mi disse che dovevo dimagrire e mettermi un bypass. Ancora oggi non saprei dire cosa sia la trombosi coronarica che mi uccise il 20 aprile 1992, quattro giorni prima che mi trovassero. Ero nato Alfred Hawthorn Hill, ma poi divenni Benny, Benny Hill e una cosa la so: vi ho fatto ridere.

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© Stefano Domenichini

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Nota: I “Non sapevo che passavi” sono pubblicati in accordo con Sdiario

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