Massimo Gezzi, Uno di nessuno

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Massimo Gezzi, Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta, Casagrande, Bellinzona, 2016, pp. 61; € 16,00

Sempre e solo con l’ingiustizia di Damiano Sinfonico

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Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta è un curioso e inatteso libro di versi di Massimo Gezzi. In una ventina di pagine fitte, scandite in undici sezioni, l’autore racconta in prima persona la vicenda di Giovanni Antonelli, poeta, anarchico, pazzo, ma soprattutto uomo offeso e umiliato dalla vita e dal mondo, rinchiuso in carceri e manicomi, infine dimenticato. Della vicenda il lettore con ogni probabilità ignorerà tutto prima di imbattersi in questa opera, sorella della ristampa dell’autobiografia Il libro di un pazzo. Note autobiografiche e rime presso il maceratese Giometti & Antonello con prefazione di Gezzi.

La singolarità di Uno di nessuno, rispetto alla precedente produzione dell’autore, consiste nella scelta del poemetto. La difficoltà di raccontare una vicenda in versi e di coniugare inventività e fedeltà, oltre a essere una brillante prova della padronanza dei ferri del mestiere, registra anche un avanzamento nell’arte poetica di Gezzi: la ricerca dell’equilibrio tra la concentrazione della poesia e la distensione della prosa, il gusto per il verso secco e preciso e la voglia di scendere al successivo. Il lettore dovrà scegliere se soffermarsi sulla strofa o farsi prendere dalla narrazione. Se la voglia di proseguire è più forte, il poemetto è riuscito.

Senza orpelli, ma praticando l’arte dell’ellissi e dell’accumulo, della paratassi e del contrappunto, Gezzi ottiene una lingua rapida, mossa, adatta a una narrazione avvincente. Anche quando i versi si riducono ad appunti di diario (una data, poche parole, molte virgole), la velocità si traduce in fulminea e precisa conoscenza del dramma in atto.
A volte bastano poche parole per penetrare in un sentimento: «Sul Cristina, la mia nuova corvetta,/ un mio amico si chiamava/ Ettore Ruvinetti./ Ci amammo dell’amore stupefatto/ dei ragazzi: ci appesero a un pennone,/ ci esposero allo scherno dei marinai/ delle altre navi. Poco dopo mi trasferirono/ e non lo rividi più.» Nessun lamento, ma per la sua povertà la cronaca diventa poesia. Poche notizie intorno alla realizzazione e alla repressione di un sentimento, cesellate con abilità retorica (oltre agli effetti sonori, una coordinazione ferrea e la prevalente riduzione del protagonista alla funzione di oggetto). Forse Buffoni tra i modelli, ma non dimenticherei – per restare nei confini del genere – il capolavoro di Cesare Viviani, L’opera lasciata sola (1993).
Tutto il poemetto è intriso delle passioni che hanno agitato la vita di Giovanni Antonelli, delle sue umiliazioni e della sua rabbia. Questa furia – così solitamente estranea alla scrittura di Gezzi – accende la miccia della scrittura e travolge il lettore. Antonelli incarna una figura di artista diametralmente opposta a quella di Gezzi, dunque non un alter ego, ma una persona umiliata e arrabbiata la cui filosofia, dagli accenti leopardiani, fa da contrappunto alla vicenda: il conflitto tra la sensibilità e la cattiveria umana (dalla derisione alla violenza sessuale), tra l’aspirazione alla libertà personale e l’oppressione sociale (tra carceri e manicomi). Gezzi mette in versi lo scontro frontale, titanico e solitario di Antonelli con la società del suo tempo, trovando uno spazio di manovra nel taglio ancora vibrante della sua filosofia: la denuncia di un’ingiustizia permanente e la difficoltà per l’intellettuale o per il poeta di essere compreso da chi lo  circonda: «Un giorno liberai due colombe/ ingabbiate. ‘Vivrai bene in questo mondo’,/ mi derise un cugino, ‘caro il mio piccolo / filosofo d’accatto…’.»

L’unica consolazione del protagonista è rappresentata dalla scrittura, uno specchio capace di convertire l’oscurità in oro: «Mi rubarono persino i manoscritti,/ dove le notti insonni diventavano/ guizzi di parole, splendore.» La scrittura è una presenza costante che colma anche i silenzi con la madre, come in questo quadro brevissimo e commovente: «Lei cuciva alla luce del giorno/ con gli occhiali di traverso. Io scrivevo parole/ che non le lessi mai.» Infine, nel congedo, Antonelli affida ai propri scritti la speranza che la sua vicenda possa essere compresa in futuro e che col tempo si forgi una nuova società.
L’incipit e l’explicit segnano dei confini chiari. Il primo verso annuncia: «Qui si nasce e si abita felici»: il finale classico delle favole è il punto di partenza, ma l’idillio è solo apparente, avvelenato in realtà dalla malignità umana. L’explicit invece ripropone un tema caro a Gezzi, quasi un filo rosso nella sua opera: «lasciatemi l’illusione che qualcuno saprà/ veramente chi siamo, se io sono/ Antonelli e voi tutti siete me.» Con queste parole l’autore disperde ogni più intima certezza: il racconto non si risolve nella presa d’atto dell’identità del protagonista, ma al contrario apre un punto di fuga. Il finale non scioglie le domande intorno all’io, ma le raccoglie come un testamento, lasciando sospendere sulla pagina e nella coscienza il punto interrogativo sulla propria identità, smentendo tutte le classificazioni con cui dagli altri è stato sempre bollato.

© Damiano Sinfonico

 

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