Una frase lunga un libro #83: Cristina Henriquez, Anche noi l’America

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Una frase lunga un libro #83: Cristina Henriquez, Anche noi l’America, (trad. di Roberto Serrai), NN editore, 2016; € 17,00, ebook € 7,99

*

«Hanno parecchia roba?» domandò.
«Non mi è sembrato».
«Bene» disse mio padre. «Allora forse sono gente come noi».

 

È quasi sempre una faccenda di spazio. Spazio da liberare, spazio da trovare, spazio da occupare. Spazio non concesso, spazio salvavita. Spazio negato. È la ricerca costante di uno spazio vitale o la sua assenza che, tra le altre cose, spinge – da sempre – milioni di uomini e donne a spostarsi verso altri luoghi, non per forza migliori ma necessari. La ricerca dello spazio in cui stare (dentro il quale esistere/resistere) è sopravvivenza, è la costruzione di una possibilità. Lo spazio, in poesia, consente il respiro. Chi si sposta da un luogo all’altro, che scappi da una guerra o da morte per fame, cerca lo spazio in cui allargare il proprio respiro. Respirare cercando il futuro, respirare per mettersi il passato alle spalle, o almeno provarci. Tempo fa, nel Canale di Sicilia, tra i corpi di migranti morti furono rinvenuti quello di una madre e una figlia abbracciate. Loro l’avevano annullato lo spazio, quando non c’era più respiro e più niente, per stringersi e morire insieme. Anche noi l’America di Cristina Henriquez è costruito sulla ricerca di questo spazio, della sua collocazione nel tempo e, soprattutto, su come la scelta di allontanarsi dalla propria terra rappresenti l’applicazione della concretezza al sogno, l’apertura al possibile, alla vita.

Siamo negli Stati Uniti, nel Delaware, ma prima siamo stati a Panama, in Messico, in Guatemala. Siamo statti i tutti i posti che stanno un po’ più sotto di quella frontiera. Laggiù dove qualcuno ha promesso di costruire un muro, promessa che, per fortuna, non manterrà. Alma è una madre, Maribel è una figlia, e poi c’è un padre: Arturo. Un giorno partono dal Messico, dove non stavano malissimo economicamente, stavano meglio di molti altri. Si spostano perché Maribel ha subito un incidente, il suo cervello funziona in modo strano. Ha bisogno di assistenza medica e di una scuola particolare. Maribel e i suoi partono per il Delaware in cerca di aiuto.

Alma sarà la meravigliosa voce narrante di questo romanzo, che è bellissimo e commovente, e che insegna. La sua voce sarà alternata al racconto di altri immigrati che condividono, prima ancora che il sogno, lo spazio in cui vivere. Stanno tutti insieme in un condominio. Fatto di piccoli appartamenti, di riscaldamenti da utilizzare col contagocce perché i soldi non bastano. I vicini di casa della famiglia Rivera (questo è il cognome), come José, come Neila, come Gustavo, raccontano la loro storia tra speranze, fallimenti e nostaglia. Alma racconterà la sua storia, il suo amore per Arturo e per la bellissima figlia. Racconterà le difficoltà dovute alla lingua: che andranno dalle cose più semplici come dover comprare del cibo al supermercato o indovinare la fermata dell’autobus in cui scendere; a quelle più complicate come compilare un modulo per la scuola della figlia o parlare al telefono per farsi capire. Racconterà di Maribel che è bellissima, racconterà del proprio senso di colpa, della paura. Eppure Alma pare avere, così la si percepisce, una grande serenità, che non vuol dire che sia serena, perché soffre, ma vuol dire che porta con sé una specie di luce, che ti fa venir voglia di lottare con lei, e di darle una mano. Cristina Henriquez con Alma ha creato un grande personaggio, se Alma parla tu vuoi ascoltarla, se potessi le telefoneresti.

Quasi nessuno di quelli che mi stanno intorno sa cosa ho passato, né voglio che lo sappiano. Certe cose devono restare private. Lo dico sempre, io. Inoltre non mi serve la compassione di nessuno. La mia vita è stata quella che è stata. Non è meravigliosa come storia, ma è la mia.

Alma che è riservata e orgogliosa, che è dolce. Alma che sa dare e che accetta la solidarietà del vicinato, che è fatto di gente splendida, che ha passato quel che ha passato, che sa quanto è dura. Che sa che per farcela bisogna darsi una mano. E una mano è una torta fatta di domenica, e una mano è un abbraccio, e una mano è un modulo compilato, e una mano è un passaggio in macchina. Maribel e le sue difficoltà a esprimersi e a farsi capire. Maribel che però comprende e sente. Maribel che trova un canale di comunicazione con Mayor che è originale di Panama, e che è un ragazzino come lei. Mayor che è timido e che non si sente a suo agio con gli altri ragazzi.
Henriquez scrive un libro pieno di bellezza e amore. Un libro che aiuta a capire chi è disposto a lasciarsi tutto alle spalle, che spiega il valore altissimo della solidarietà e dell’accoglienza, che ci ricorda quanto conti avere qualcuno accanto. Quanto è difficile sentirsi stranieri. Un romanzo che ci mette davanti alle nostre responsabilità senza avere il bisogno di accusarci, soltanto mostrandoci le cose e le persone per quel che sono.

Anche noi l’America commuove, ci spiega il presente e il futuro. Ci ricorda, forse, che tutti siamo alla ricerca di qualcosa, della possibilità, appunto. Ma anche che tutti abbiamo storie diverse, degne di essere raccontate, perché la vita è questa, una vita fatta di spostamenti come quello della famiglia Rivera che dal Messico porta al Delaware, o come quelli più vicini a noi, come quelli che vediamo tutti i giorni senza farci caso. Henriquez però non si limita a questo, scrive anche dell’importanza del passato. Per trovare un futuro non bisogna dimenticarlo, bisogna farci i conti, capire che quello che verrà può essere anche dentro in quel passato e allo stesso tempo si può smettere di guardarlo, perché il futuro a volte è una finestra che guarda da un’altra parte.

Un futuro che si sarebbe svelato se solo mi fossi voltata a guardarlo.

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© Gianni Montieri

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