Franco Falasca, La creazione nota

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Franco Falasca, La creazione nota, Fabio D’Ambrosio editore, 2016

Nota di Irene Sabetta

… a furia di gironzolare è giunta anche questa cosa: questa cosa umorale e tagliente, fuggevole ed emozionante, cadente o …sosta prima: La creazione nota, ultimo libro di Franco Falasca, pubblicato da Fabio D’Ambrosio editore.
Un racconto? Un romanzo breve? Una poesia lunga? Un monologo? Un atto unico? Tragedia o commedia? Nella postfazione, Francesco Muzzioli riconduce la questione al grado zero della pura ed essenziale scrittura. Si tratta di una scrittura irregolare, refrattaria a ogni tentativo di identificazione sicura e rassicurante da parte di lettori amanti della finzione storica o dei confini di genere. Prosa anomala, secondo Francesco Muzzioli, che si sottrae alle regole della narrazione e, con esse, a quelle del mercato, della comunicazione repressiva, proponendo, invece,  un itinerario avvincente a chi volesse confrontarsi con il testo e con la propria capacità di immaginazione.
Il fatto è che c’è del romanzo nel libro, ma La creazione nota non è un romanzo. C’è della poesia, ma La creazione nota non è un poema. È un’opera intorno al romanzo, è un’opera cornice, scritta in un linguaggio a tratti sferzante, come uno schiaffo in piena faccia, a tratti liscio e musicale come gocce liquefatte zuccherose.
About the novel…, nel senso che è un romanzo su ciò che sta attorno alla storia; su quello che resta fuori dalla narrazione. O che sta dentro, molto dentro, nel sottotesto. Scrittura massimamente democratica che dà voce ai non protagonisti, agli oggetti che non fanno parte del setting, alle trame possibili che non costituiscono l’intreccio della storia. Eppure gli elementi costitutivi ci sono tutti: personaggi, dialoghi, relazioni, descrizioni, interni ed esterni, voci, ritmi, umori e azioni. È una cornice che contiene tutte le possibili combinazioni di quegli elementi e, leggendo, si procede lungo quell’orlo, al limite dell’interpretazione certa, provando un brivido e anche un po’ di capogiro. È la vita che circola tra le pagine. Sarò capace di arrivare fino in fondo? Riuscirò a sbirciare un lembo della creazione ignota? Romanzo e ipotesi di romanzo. Nel flusso di immagini banali (ceci fagioli canne pietre formiche) e spiazzanti giri di vite, il senso non è fissato sulla pagina una volta per tutte, ma si compone nella mente di chi legge, senza il rischio, per il lettore, di affezionarsi a un significato soltanto poiché, a ogni rilettura, la musica cambia. La citazione da Karl Jaspers, posta all’inizio del libro, suggerisce il tono filosofico dell’opera e contiene un importante concetto che è anche una possibile chiave interpretativa: l’autore ci sta conducendo attraverso quelle tensioni originarie per cui, agendo nel mio esserci, divento ciò che sono. Punto di partenza è il divenire. Punto d’arrivo (anch’esso transitorio), l’essere. Normalmente gli scrittori procedono da ciò che sono e sanno già e ripropongono all’infinito la stessa vecchia storia.
La creazione nota è un libro sulla conoscenza: ciò che a mano a mano apprendi condiziona la trama la quale, accadendo, ti porta a ciò che sei. Di cosa parla? Parla. Sì, ma di cosa? Di questa cosa.
Scegliendo la forma della sintesi estrema e dell’economia linguistica, senza sprechi consumistici di parole vuote, l’autore, che ama la riservatezza e la bassa voce, presenta nella prima pagina tutti gli ingredienti della finzione letteraria: gli oggetti e le loro immagini sparate a raffica, decine di personaggi con interconnessioni infinite imitabili ma non riproducibili, i temi possibili del racconto umano, l’avvilimento, la malattia, l’estasi; tutto questo attorno al perimetro del girovagare. La seconda parte prende avvio da un Se.
Quanta virtù nel Se. Percorrendo la strada che ruota intorno alla formula, si continua a fluire fino alla cosa. La terza sezione ci informa sull’esistenza di realtà parallele: i microbi fanno rumore e l’io vive nell’orizzonte di un altro. A questo punto, cominciano a delinearsi dei personaggi che camminano anch’essi sul bordo della storia senza entrarci a invaderne lo spazio. S’intravede una figlia, figura femminile proteiforme, a tratti innocente, a tratti voluttuosa; nella quarta sezione, il maschile si configura, a sua volta, come birillo dritto, asse ebete, ossuto gendarme. Nella quinta, lui e lei si incontrano e ha inizio una storia non d’amore ma di attesa (si viveva come d’attesa). Attesa è il termine forse più ricorrente in queste pagine e uno dei temi portanti. Mica male quest’attesa! Non fosse altro perché aspettare è quello che facciamo in ogni istante. Nella sezione XIII, la scrittura prende la piega del racconto che, tuttavia, si fa subito musica, assumendo l’andamento e i toni, ora alti ora bassi, e i ritmi, ora lenti ora vorticosi, della sinfonia concertante K364 di Mozart. Sentiamo la vita che si muove e, muovendosi in su e in giù, verso i lati e in ogni direzione, dissipa, a poco a poco, la melodia. Sfumati gli assoli di violino, quel cumulo chiamato materia si siede davanti ad un piatto di fagioli. L’attesa ha perso la sua natura ed è, oramai, una sorta di sentimento di attesa. Dopo tanto scorrere, al termine del viaggio si arriva a una sorta di resa dei conti: non si può fluire oltre (per ora). La creazione nota è il punto di arrivo e non di partenza, quello che il poeta sa lo ha imparato strada facendo e, forse, lo ha già dimenticato, la realtà è quella che costruiamo ed è solo essendo che siamo. L’opera si chiude con una serie di domande che ribadiscono il carattere aperto di una scrittura che rilancia all’infinito le proprie possibilità espressive e speculative.
Una peculiarità che, infine, mi preme sottolineare è l’assoluta difficoltà o, addirittura, impossibilità di memorizzare i testi di Franco Falasca. Ciò deriva dalla natura fluida e ariosa della sua scrittura ma, nel caso dell’ultimo libro, il non voler essere “memorabile” ha a che fare con l’impianto progettuale dell’opera.
Come Il libro dimenticato a memoria di Vincenzo Agnetti (1969), un grande libro in cui le pagine sono state ritagliate e private della parte centrale, abitualmente riservata alla scrittura, La creazione nota è un invito a guardare dentro quel vuoto e a trovarci tutti i mondi possibili, in un processo attivo in cui la conoscenza e la dimenticanza si alternano e si sovrappongono.

© Irene Sabetta

 

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