La sprezzatura di Anna Toscano

E poi ci sono i luoghi,
quel bar della stazione
a Milano
mica era come ora,
era
come allora.

una-telefonata-di-mattinaQuando uscì Doso la polvere scrissi, di quella allora nuova fase della poesia di Anna Toscano, che non tutto era stato rimosso, scostando la polvere; non tutto era emerso da quel gesto che comunque voleva fare ordine. C’era molto da riordinare, troppo. C’era ancora della polvere, per esempio sotto i tappeti di casa («La mia testa è come/ la mia casa/ oggetti sparsi/ pensieri in disordine/ polvere sotto i tappeti,/ anche se qui non passano preti», La mia testa). La poesia di Toscano, e prima ancora la vita, incontravano proprio in quel momento un nuovo disordine che le chiedeva, le imperava di togliere ulteriore polvere.
.  E così la metafora di fondo al terzo capitolo della produzione poetica di Anna Toscano assume ora una nuova valenza, perché l’io poetante si chiede «da dove/ questa fitta al cuore» e sa riconoscerne l’origine in quegli oggetti che da sempre costituiscono le chiavi per accedere al significato reale di questa poesia.
.  Con l’anima delocalizzata, Anna Toscano si incammina lungo i sentieri più dolorosi del suo vivere, e Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016) non nasconde nulla più, ora che tutta la polvere è stata rimossa per fare spazio alla luce e dare corpo più nero alle ombre. Ecco perché è pure avvertibile la fatica costata nel comporre questo nuovo libro che chiude ogni stagione passata e porta il lettore sulla soglia della prossima stagione poetica di Anna Toscano – una ‘quinta stagione’, prendendo a prestito il titolo di un bel disco di Cristina Donà? –, anche attraverso alcune tappe delle prime due raccolte. Ma, si badi, Una telefonata di mattina non è un’auto-antologia! questo è un libro autonomo, non un consuntivo di un per­corso, dove il passato si innerva nel presente per chiosarlo e nel contempo acquistare nuova linfa, quasi alla maniera di certi episodi di Anna Maria Carpi, o di Franco Buffoni (anche se quest’ultimo è poeta molto lontano dagli orizzonti di Toscano).
.  Ma non si può continuare a ridurre questa poesia sotto l’insegna “poesia degli oggetti”, per arrivare a formulare una poetica degli oggetti, perché tolto l’inevitabile correlativo oggettivo qui gli oggetti evocano non solo vita vissuta o proiettata: parlano una loro lingua, che è lingua di partenza (il luogo di origine di questi oggetti) e lingua di arrivo (la “pelle parole” di all’ora dei pasti). È poesia tattile sempre di più, ora che molto di ciò che ha contato nella vita non è più possibile toccare, accarezzare, sfiorare. I sentimenti stessi si fanno tattili, e non solo vibratili. E a volte questo tatto si fa pure pugno chiuso e diretto come un gancio (come in Un giorno poesia che rievoca una telefonata a vuoto alla quale risponde «solo un’eco di tomba»), perché Toscano continua a non fare sconti a nessuno, dal momento che non ne fa a sé stessa («Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose.», Ora).
.  È un peregrinare per il mondo questa raccolta di poesie. Qualcuno dirà che da sempre Toscano immortala i luoghi su cui poggia i piedi e che misura a passi, ora lenti ora più veloci. Qualcuno ancora dirà che sono nuove istantanee di parole che misurano la vita come già è stato fatto con la fotografia. Vero! Ma io ora dico che è pure giunto il momento di smettere di prendere, per esempio, la fotografia come metro per guardare questa poesia; e dico ancora che è giunto anche il momento di staccare gli occhi dagli oggetti che affollano questi versi perché è troppo facile vedere in essi la sola chiave di lettura di tutto il percorso poetico di Anna Toscano.
.  Siamo soliti proteggere le nostre conquiste ‘critiche’ moltiplicando all’infinito intuizioni che per pigrizia si trasformano in cliché. Tutto ciò non sorregge più la lettura di Una telefonata di mattina, perché se è vero che l’anima è delocalizzata (come scritto all’inizio) è altrettanto vero che è disadorna, se non disabitata: quegli oggetti sono all’esterno, riempiono una grandissima cornice; ne oscurano a tratti la vista dei confini; celano e proteggono un io che è nudo; un io per il quale risuonano stanze vuote di una casa un tempo abitata, un tempo che non è certo l’età dell’oro, ma è ora il tempo che non esiste più e di cui si sente la mancanza. Parlano in questa raccolta più gli assenti che i presenti, e più ancora di alcune poesie di Doso la polvere. Se leggiamo attentamente queste poesie – vi invito a farlo, vi esorto a farlo – incontreremo a un certo punto quella che considero il cuore e la chiave di svolta di questa raccolta, ossia la poesia Non ti ho:

Non ti ho sotto i piedi
non ti calpesto ogni giorno
non mi entri negli occhi
non mi ferisci di riflessi:
tornerò e ti troverò mutata?
È una diaspora
questo autunno sudamericano
in cui sono scivolata
da una primavera troppo corta.

Dedicata all’amata Venezia, la poesia apre uno squarcio nella visione della vita da altri luoghi: si teme che pure il rifugio nel silenzio meditabondo, offerto dalla città lagunare, possa essere mutato, possa essere altro al momento del ritorno dalla “diaspora”; ed è la comparsa di questa parola a risuonare come un campanello d’allarme, perché è la percezione del mondo esterno a essere mutata: non si lascia più Venezia per fuggire momentaneamente al quotidiano che tutto appiattisce, per tornarvi carichi e allo stesso con­tenti come si ritorna nell’unico luogo dove ci si sente a casa. Si è scappati da Venezia per rifugiarsi in un luogo altro che non ha nulla del rifugio: le descrizioni del vivere a San Paolo, uno dei luoghi che compare più di frequente nella raccolta, mantengono sempre quello sguardo un po’ discosto, tipico di chi sa di «ovunque e in nessun posto» preciso. Mentre da Venezia, come dalla vita, ci si attende di essere feriti di riflessi di luce. È l’attesa di nuova luce riflessa dall’acqua a mostrare il nuovo volto della poesia di Anna Toscano, una poesia che dalle parole fa cose (come recita il verso che apre l’intera raccolta).
.  Non so se sia possibile definire tutto ciò una nuova forma di sprezzatura, perché, a ben guardare, di primo acchito è un distacco apparente: lo sguardo di Anna, attraverso le lenti degli occhiali e non di una fotocamera, si inoltra nel quotidiano altrui, lo percosse coi suoi passi, ma non lo invade mai. È il distacco di chi porta rispetto, richiedendolo per sé. Ma a tratti è sprezzante, come quando rifiuta il ritmo fagoci­tante di chi si immerge nella vita ‘social’ per non vivere quella umanamente reale, l’unica meritevole d’es­sere vissuta, anche se dolorosa. Anche la ripresa di poesie tratte dalle prime due raccolte acquista ora una nuova ragione poetica: è quanto è riemerso dopo avere scostato gli angoli di uno dei tappeti di casa, e la casa è la poesia stessa. È forse la parte che è costata più fatica nel lungo lavoro che ha portato alla costru­zione di questo libro-edificio, dove le fondazioni, o meglio ancora fondamenta, vengono poste alla fine per ricordare a tutti che il punto da dove un tempo si è partiti, è lo stesso punto nel quale ancora ci si riconosce, per minimi scarti, per quel continuo procedere sottraendo che porta i segni e gli insegnamenti dell’esperienza, senza celare, con disinvoltura, grazie a uno stile che non ha bisogno di svolazzi barocchi, ma che conosce l’uso sapiente dell’ironia, le difficoltà di un vivere che non indossa maschere:

Un tempo mi chiedevo
perché non potessi avere
dieci occhi dieci mani
cinque vite tre cuori
quante orecchie, non lo so.
Oggi mi chiedo perché
due occhi, uno mi basta
perché due orecchie, uno
mi basta. Tante vite?
diomio già una è abbastanza.
Il cuore? Lo vorrei
dentro una scatola da scarpe
in un armadio a muro.
Lo sentirei battere
dall’androne di casa,
saprei che funziona,
che sono viva.
Altro da sentire non chiedo.

.

© Fabio Michieli

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