Una frase lunga un libro #72: Grazia Verasani, Lettera a Dina

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Una frase lunga un libro #72: Grazia Verasani, Lettera a Dina, Giunti 2016, € 14,00, ebook € 8,99

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È successo il 22 maggio, di mattina, mentre parcheggiavo l’auto sotto casa dopo essere andata al supermercato a fare un po’ di provviste. La voce dello speaker di Radio Italia annunciò il titolo di un vecchio successo degli Alunni del Sole: E mi manchi tanto…
Dodici anni io, dodici anni tu. Casa dei tuoi genitori.
«Non senti che non suona più? Mi hai rotto il disco a furia di ascoltarlo!»
Un 45 giri di cui non ricordavo la copertina, ma la tua voce acuta, sottile, arrivò di nuovo, dopo trentasette anni. Ripeto: trentasette anni. E rividi tutto.
I mobili antichi del soggiorno, il lungo divano rosso, l’argenteria, le mensole di marmo sul caminetto, io sdraiata su un tappeto orientale che ascolto quella canzone all’infinito, fino a sentirla gracchiare nel giradischi, con la puntina che saltella tra i solchi e mangia le parole del cantante.
Trentasette anni che non ascoltavo quel pezzo.

“È successo”, eccolo, è questo l’innesco, il click che mette in moto le vicende del nuovo romanzo di Grazia Verasani, o meglio, che mette in moto i ricordi e il racconto che l’io narrante fa. La canzone degli Alunni del Sole (e quante volte ci sarà successo con un brano musicale) fa piombare chi narra, una scrittrice cinquantenne, a trentasette anni prima, ai suoi dodici anni, e a quelli della sua amica Dina, ai tempi delle scuole medie, a loro due che ascoltano quella canzone all’infinito, che dividono e dilatano il tempo. Due amiche che si incontrano sui banchi di scuola. Una, Dina,  dichiara di essere fascista disegnando una svastica sul banco, l’altra confessa di essere comunista. Una famiglia molto ricca, borghese, vacanze di lusso, mare e montagna; l’altra operaia, comunista, da viaggi in Urss, da Feste dell’Unità (quelle vere). Una madre bellissima, chic e giovane, e una che fa la sarta, rigorosa, d’altri tempi, verrebbe da dire, e lo diciamo. Sono gli anni settanta, questo è il tempo controverso, ricordiamo quegli anni in cui questa storia comincia e in un certo senso finisce, cioè segna la fine a cui è destinata.

Le premesse, come vediamo, sono quelle di estrema distanza, due mondi, eppure scatta da subito tra le due ragazze, l’amicizia totale, che è inspiegabile come l’amore. L’amicizia che pretende la presenza costante dell’altra, la condivisione di tutto, la confidenza, il contatto, la vicinanza, la sofferenza, le risate e il pianto. L’amicizia che forse, in qualche maniera, abbiamo tutti vissuto o avremmo voluto vivere. Dina è bellissima e lo sa. Dina domina, non solo l’amica, è magnetica. Esercita un controllo, non sappiamo quanto consapevole, sull’amica; sa come ricattare la madre e il padre. Dina non è felice, Dina e il suo modo di soffrire. Dina che si ingozza di bignè, Dina che anni dopo andrà in bagno a vomitare tutto quel che mangia. Vacanze fatte insieme, pomeriggi di studio, di cinema, perfino un piccolo furto condiviso. Vicinanza, come abbiamo scritto sopra, eppure estrema differenza, non solo caratteriale, non solo di estrazione sociale, ma proprio di presenza, di maniera di rapportarsi al mondo. E il mondo in quegli anni sta cambiando.

dina

Sono gli anni delle prime lotte studentesche, delle riunioni nelle osterie, delle droghe, i ragazzi cercano il proprio posto nel mondo. Le due amiche si ribellano alle famiglie ma il modo è differente: Dina tenta (o finge di tentare) la sparizione definitiva, e così reclama l’attenzione dei suoi e dell’amica. Dina, il nome scritto per intero in questo libro, molti altri saranno un’iniziale puntata e gli dovrà bastare. Si sognava e poi i sogni sono andati a farsi benedire, si cantava e poi le canzoni sono sparite. Verasani racconta una storia intima, particolarmente intima, dentro una storia che vede cambiare il paese, la Bologna (qui si svolge la storia) città cruciale di quegli anni; lo fa con molta delicatezza, facendo avanti e indietro tra il presente e il passato, alternando alla narrazione pura lettere scritte da Dina, lettere che sono manifestazione di debolezza e potere, lettere che domandano aiuto ma che allo stesso tempo danno degli ordini. Un’amicizia che finisce, poi ricomincia, poi finisce di nuovo e che nel libro ricompare in bellissimi frammenti, in brevi incontri, frettolosi e dolorosi. E poi che fine ha fatto Dina, perché la nostra protagonista non se lo è chiesto per molti anni? Perché lo racconta al suo analista? Perché, soprattutto, ha accettato tutto il tempo la follia di Dina, il suo correre a precipizio verso il baratro, è stato solo per amore? O perché in quelle diversità così profonde, in quelle lacerazioni, ritrovava qualcosa di sé? Lettera a Dina è un romanzo bello e complicato, che si legge molto rapidamente ma a cui non si smette facilmente di pensare. Non è sempre così quando si parla d’amore e di quello che succede dentro le nostre teste?

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© Gianni Montieri

 

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