Afterhours: Folfiri o folfox

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Afterhours: Folfiri o folfox

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di Raffaele Calvanese

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Un album che si muove tra magniloquenza, spocchia, genialità e catarsi, un percorso lungo e faticoso, ma anche molto gratificante.
Ammetto di aver fatto fatica, parecchia fatica a finire il disco degli Afterhours. L’ultimo album di Agnelli e soci infatti, come si capisce già dal titolo duale, è un album doppio davvero ricco di spunti e canzoni. I soci poi non sono i soliti ma la line-up del gruppo si rimescola e segna l’ingresso di nomi importanti del panorama italiano;  oltre a Xabier IriondoRoberto Dell’Era, con ottimi progetti solisti alle spalle, e Rodrigo D’Erasmo, salgono a bordo Fabio Rondanini dei Calibro 35, forse qualcuno lo ha anche visto nella band di Gazebo, al posto del batterista storico Giorgio Prette e Stefano Pilia (chitarrista dei Massimo Volume), a sostituire Giorgio Ciccarelli. Più che degli Afterhours si potrebbe a tutti gli effetti parlare di una All-Star band della musica alternative-rock italiana.
Nel disco questi nuovi ingressi si fanno sentire, anche se le liriche sono ancora tutte incentrate su Manuel Agnelli e nello specifico di questo lavoro, sul suo rapporto con il padre e la sua perdita a seguito di un tumore. Il titolo dell’album infatti prende proprio spunto dai nomi di due terapie antitumorali.

L’album, come si diceva, è lungo. Per i meno abituati potrebbe rappresentare una montagna troppo alta da scalare, e in alcuni momenti anche per i fan più incalliti si sente il fiato corto per arrivare alla fine delle ben 18 canzoni di cui è composto il lavoro.
Alcune canzoni sono gemme brillanti già al primo ascolto. È il caso di Non voglio ritrovare il tuo nome e di Grande, ma anche di Lasciati ingannare e Se io fossi il giudice: quest’ultima quasi una profezia che si auto-adempie in quanto Manuel Agnelli è balzato agli onori delle cronache più per la sua annunciata partecipazione a XFactor come giudice che per la presentazione del nuovo disco, atteso da ormai qualche anno. In queste canzoni c’è tutta la delicatezza che solo gli Afterhours sanno tirar fuori da una ballata rock. Sembra a tratti di ascoltare i brani più leggeri di Non è per sempre.
Poi ci sono le canzoni da evitare, anche se nel percorso del concept album hanno un senso, brani come San Miguel e Il mio popolo si fa, a mio parere sono solo un grande SKIP.
Al contrario di queste due canzoni, pezzi come Fa male solo la prima volta e Né pani né pesci mi hanno riportato a brani come Non sono immaginario. Pezzi capaci di dare il giusto ritmo ad un album, come già detto, già su lunghe distanze e che senza episodi del genere potrebbe diventare davvero soporifero.

Ascolto dopo ascolto, una volta spezzato il fiato durante il percorso, questo disco si rivela un lavoro enorme, pieno di grandi intuizioni. La varietà degli artisti viene fuori sulla distanza. Si comincia a far caso alle divagazioni quasi jazz di brani come La giacca di mio padre o anche la cavalcata elettrica e a tratti psichedelica di Ti cambia il sapore. Brano dopo brano ti restano attaccate le ballate e qualche altro bel pezzo tirato. Certo come spesso capita bisogna lasciare qualche canzone necessariamente per strada, ma voltandosi indietro dopo il lungo cammino rimangono tracce davvero imponenti.
Cose insopportabili che ho pensato quando ho ascoltato questo disco: senz’altro la pronuncia di Manuel tremendamente spocchiosa in molti pezzi, a tratti quasi artefatta (vedi il caso di San Miguel, manco fosse un messicano di quarta generazione). Il disco è bello ma a volte pecca di eccessiva magniloquenza. Archi come se piovesse, urla nel silenzio più totale del one-man-show Manuelagnelliquellodixfactor. Probabilmente quello che manca davvero a questo lavoro è l’istinto a cui ci avevano abituato i migliori dischi degli Afterhours. Sono cambiate le modalità di scrittura e di composizione, è cambiata l’alchimia della band. Ciò non significa che questo lavoro sia peggiore degli altri, anzi, forse è l’album più completo della band, ma resta un album diverso, perché diversi sono i fattori che hanno portato alla sua composizione. Se infatti si ascolta il disco pensando alla traccia umana che ripercorre, ci si rende conto che è un viaggio doloroso, quasi, anzi sicuramente, catartico; che forse giustifica anche alcune divagazioni strumentali e pseudo sperimentali.
Insomma questo è un disco enorme, ricco di spunti, con input diversi in ogni brano. Se si considera che i brani sono 18, è come una tempesta nel deserto: lascia storditi; ma dopo qualche tempo ci si accorge che come ogni tempesta di sabbia ti ha lasciato addosso tantissimi residui, quei residui saranno difficili da mandare via, e poche band sono in grado in questo paese di scatenare una tempesta pari a quella degli Afterhours.

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© Raffaele Calvanese

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