proSabato: Giuseppe Berto, Avventura in provincia

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proSabato: Giuseppe Berto, Avventura in provincia

Uscendo quella mattina dalla stazione di X…, io dovevo avere la faccia di chi, arrivando forestiero in una cittadina di provincia, si sente tanto difforme dagli altri da ritenersi centro d’attenzione.
Siccome non avevo più di ventiquattr’ore da dedicare alla città, lasciai la valigia in albergo e mi avviai a caso per quella che era senza dubbio la strada principale. Era ingombra di mercanti e di paesani venuti dalla campagna, e io osservavo compiaciuto ogni nota di colore locale nelle case e nella gente, godendo soprattutto della visione delle donne recanti in bilico sulla testa ceste o fagotti.
D’un tratto mi si avvicinò un tale con una valigetta in mano, sulla trentina, di aspetto dimesso ma non troppo, la cui faccia magra e segnata suscitava il sospetto di chissà quali traversie. Usando un linguaggio misto di inglese e di locuzioni meridionali, lo sconosciuto mi chiese press’a poco: «Scusatemi, signore: mi sapreste indicare dove si trova il più vicino Commissariato di Polizia?».
Il fatto che parlasse inglese, sia pure approssimativamente, e che mi chiedesse proprio della Polizia, valse a dissipare la mia diffidenza. Ma ahimé, non ero in grado di essergli utile: essendo forestiero, non potevo favorirlo dell’indicazione richiestami. Glielo dissi in italiano, e poi, siccome il giovane stentava a capirmi, gli ripetei il concetto in inglese. Forse a causa della mia cattiva pronuncia, pareva che nemmeno questa seconda spiegazione gli riuscisse intellegibile. Eravamo tutti e due un po’ in imbarazzo. Per fortuna si avvicinò un signore, sulla quarantina costui, vestito propriamente con un paio di pantaloni di flanella, giacca blu e cravatta dal disegno classico, a dire il vero un po’ sciupata. Certamente, avendo indovinato le difficoltà in cui ci trovavamo, veniva a prestarci il suo aiuto. Ma, prima di tutto, mi si presentò: «Permettete: avvocato Leopoldo Palizzi, di Reggio Calabria, qui di passaggio per discutere una causa presso questo Tribunale».
Assolto così amabilmente il suo dovere di cortesia verso di me, l’avvocato si rivolse allo sconosciuto e gli indicò il più vicino Commissariato. Ma poi, mentre già quello si avviava, certo animato dal desiderio di potergli ulteriormente giovare, gli chiese: «Scusatemi: se non sono indiscreto, perché mai volete andare al Commissariato?».
Sempre nel suo ibrido linguaggio, lo sconosciuto, mentre sul suo volto le tracce delle passate sofferenze si facevano vieppiù palesi, raccontò di essere maltese, cioè suddito inglese, ma di sangue italianissimo: marinaio a bordo di un mercantile battente bandiera britannica, era sceso a terra in franchigia: attardandosi senza sua colpa, a terra c’era rimasto, perché nel frattempo il mercantile aveva salpato l’àncora; senza denaro né documenti, non gli restava che rivolgersi alla Polizia. Ma, soggiunse, nel recarsi alla Polizia si sentiva un po’ a disagio, in quanto che temeva che il motivo della sua venuta a terra non fosse del tutto lecito. Infatti, la valigetta conteneva stoffe di contrabbando.
Il volto dell’avvocato, dalla pietà per lo straniero tanto provato dalla sorte, era passato ad esprimere il più vivo interesse per le stoffe. «Scusate», disse. «Non potreste mostrarmele?».
Lo straniero dette un’occhiata in giro, dopo di che si dichiarò disposto ad accondiscendere al desiderio dell’avvocato, a patto che costui si degnasse di entrare in un vicino portone. «Perché non venite anche voi, signore?» mi chiese l’avvocato. «Potreste, all’occorrenza, darmi un consiglio». Io, però, ero ricaduto nella primitiva diffidenza.
Approfittando del fatto che lo straniero aveva in più occasioni dimostrato di non afferrare del tutto la mia lingua, dissi all’avvocato, per il quale mi stava nascendo una sincera simpatia, che stesse in guardia, perché si trattava senza dubbio d’un imbroglione: tutta l’Italia ne era piena, in particolar modo le regioni meridionali, e questo lo dicevo senza voler minimamente offendere lui, né il suo paese.
A tali mie affermazioni l’avvocato sorrise, come di chi sia abituato, per professione, a sventare ben altri imbrogli. Disse che la faccia dello straniero non gli sembrava del tutto disonesta, che d’altra parte dare un’occhiata alle stoffe non significava acquistarle, e che, infine, quello avrebbe anche potuto essere un buon affare. E mi rinnovò la preghiera di accompagnarlo nel portone con tanta urbanità, che io lo seguii.
Ma nello stesso stato d’animo di uno che si propone di combattere per salvare un amico da un’insidia cui va troppo confidentemente incontro.
Dentro il portone lo straniero aprì la valigetta che conteneva tre tagli di stoffa di diverso disegno e colore, sulla cui cimosa, a togliere ogni possibile dubbio, appariva, ricorrente e dorata, la scritta «Made in England». L’avvocato, con lodevole prudenza, spiegò le stoffe, ne guardò la trama controluce, le palpeggiò da vero intenditore tra l’indice e il medio. In un momento in cui lo straniero era distratto, mi ammiccò, come per dirmi: un magnifico affare. E insistette perché le palpeggiassi anch’io, benché io protestassi la mia completa ignoranza in fatto di tessuti. Comunque, pur senza il mio avviso, l’avvocato doveva essersi già convinto che si trattava di merce di prima qualità, originale inglese. Restava ora soltanto da vedere il prezzo, e chiese allo straniero quanto costasse ciascun taglio di stoffa.
Lo straniero, però, non era dell’opinione di vendere un taglio alla volta. Per potersi recare al Commissariato libero di quell’impiccio, svendeva, ad un prezzo irrisorio, ma tutti e tre i tagli insieme: trentamila lire.
L’avvocato, benché ad un occhio attento la sua espressione rivelasse che egli, pure a quel prezzo, giudicava ottimo l’affare, parve scandalizzarsi. Con un’abilità davvero ammirevole, discutendo, protestando, facendo le viste di volersene andare, riuscì in breve a buttar giù la cifra fino a diciottomila lire. Ora non gli restava che consegnare il denaro allo straniero, prendersi le stoffe e andarsene.
Ma, me lo confessò con molto tatto e pudore, non aveva in tasca diciottomila lire. Era venuto a Catanzaro per una sola giornata, col denaro normalmente necessario per le spese spicciole, né avrebbe mai immaginato che gli sarebbe capitata una cuccagna simile. Comunque, se io mi fossi associato a lui nell’affare acquistando due tagli di stoffa, egli avrebbe avuto sufficiente denaro per comprare il terzo e, pur dolente di essersi lasciato sfuggire la parte più considerevole, si sarebbe consolato al pensiero che già un taglio solo rappresentava un vantaggiosissimo acquisto.
La proposta mi trovò nettamente contrario. Confessai all’avvocato che, nonostante la sua sicurezza derivante senza dubbio da eccesso di buona fede, non ero del tutto convinto dell’onestà dello straniero. D’altra parte neppure io avevo esuberanza di denaro, e inoltre la mia valigetta era talmente piena che sarebbe stato difficile introdurvi uno spillo.
ll volto dell’avvocato manifestò una così sincera costernazione, che io, mosso da pietà e simpatia, gli offersi del denaro in prestito. Non molto, cinquemila lire, tutto ciò che in quel momento potevo. Me le avrebbe restituite con comodo, mandandomi un vaglia.
Da quell’istante le cose precipitarono: l’avvocato protestò che mai e poi mai si sarebbe permesso di accettare denaro da uno che lo conosceva appena di vista: lo straniero fece una riduzione di altre tremila lire alla cifra di diciottomila: l’avvocato combinò che lui avrebbe acquistato due tagli di stoffa e io uno: fui invitato a scegliere per primo: io e l’avvocato pagammo; lo straniero e l’avvocato se n’andarono in fretta, uno dopo l’altro; io mi trovai con un taglio di stoffa in mano, improvvisamente consapevole di essere stato truffato. E il cuore mi si stringeva al pensiero che a truffarmi non era stato tanto lo straniero, quanto l’altro, il suo compare. Furibondo, ero.
Tornai in albergo, invano cercando di nascondere agli occhi del portiere l’incauto acquisto. Mi disse che molti ci cascavano, comprando a tre, quattro, o anche cinquemila lire, un taglio di roba rigenerata che ne valeva al massimo millecinquecento. La mia rabbia non passò neppure dopo che ebbi provato che il taglio di stoffa, con molta buona volontà, trovava posto nella valigia. Uscii di nuovo nella strada principale.
Ormai non m’interessavano più né le cose né la gente. M’interessava solo di pescare un tale coi pantaloni grigi di flanella e la giacca blu. Volevo fargli pagare la fiducia di cui l’avevo ingenuamente gratificato. Passai alcune ore in quella ricerca. E me ne stavo ad un crocicchio, ormai stanco e sfiduciato, quando sentii un discreto colpetto sulla spalla e una voce gentile che, in linguaggio misto d’inglese e di meridionale, press’a poco mi chiedeva: «Scusatemi, signore: potreste indicarmi dove si trova il più vicino Commissariato di Polizia?».
Riconoscendomi, il manigoldo tentò di fuggire, ma io lo afferrai per il collo, chiamai una guardia, lottai per vincerne l’apatia, lo condussi davvero al Commissariato. Più di un’ora aspettammo su di una panca, prima che il maresciallo ci ricevesse. E intanto diventammo amici. Il mio rancore non era per lui, era per quello dalla giacca blu. Infine il maresciallo ci introdusse nel suo ufficio. Si fece mostrare i documenti dal mio nuovo amico: Michele Attanasio, di anni 32, nato ad Acireale e domiciliato a Catania, regolarmente autorizzato al commercio ambulante di tessuti. Pagava perfino una tassa, per quella autorizzazione.
Il maresciallo, guardandomi male come se io fossi venuto apposta dal nord per turbare i prosperosi commerci del sud, mi chiese che volessi: quello era un commerciante autorizzato, e i mezzi escogitati per vendere la merce pertinevano alla sua abilità di commerciante.
Feci un pandemonio e non mi arresi neanche di fronte all’evidenza del ragionamento che, se la stoffa fosse stata veramente inglese, mi sarei ben guardato dal protestare. Io volevo l’uomo dalla giacca blu, per denunciarlo. E se il mio amico Attanasio non me lo avesse tirato fuori, avrei denunciato lui, con tutto il rincrescimento possibile.
Ma il mio amico Attanasio era un uomo d’onore, non poteva tradire il compagno di lavoro. Però si dichiarò pronto a riprendersi il taglio di stoffa e a restituirmi le cinquemila lire, così mi sarei convinto che non si trattava d’una truffa. Il maresciallo ci congedò su questo accordo. Io e Attanasio ce ne andammo insieme per prendere la stoffa in albergo, e strada facendo ci fermammo a bere, e poi gli offersi il pranzo, e alla fine gli dissi che la stoffa me la tenevo, perché in questo nuovo clima di amicizia che s’era creato, di cinquemila lire non m’importava gran che. Ma il suo compare dalla giacca blu, che tanto crudelmente aveva abusato della mia simpatia, quello io continuavo a detestarlo. Lo incaricai di riferirglielo.
Tornato io a Roma, un mio amico vide per caso il taglio di stoffa. Gli piacque tanto, e lo trovò così conveniente al prezzo di ottomila lire, che finii per cederglielo. Ma la città di X…, pur essendoci stato un intero giorno e una notte, non la conosco per nulla.

© Giuseppe Berto, Avventura in provincia, in «Il Gatto Selvatico», n. 1, gennaio 1956.

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