Festlet! #2: ereditare

Foto G. A.

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Per festeggiare il ventennale, Festlet incontra quest’anno, per venti minuti ciascuno, degli scrittori che sono liberi di parlare del libro che hanno letto a vent’anni (la ricognizione è aperta, però: potete twittare il vostro libro a #librodei20). Per tornare al tema di ieri sul corpo, Chiara Valerio, ad esempio, ha parlato di un libro che avrebbe voluto leggere a quell’età ma aveva letto a sedici, Tra un atto e l’altro di Virginia Woolf, da lei recentemente anche tradotto per nottetempo. Forse è della rappresentazione di noi, come ha detto stamattina Antonio Prete parlando dell’autoritratto in pittura, che lasciamo l’eredità più ballerina; lo stesso Borges, ha raccontato Alan Pauls, a un certo punto della sua vita si è tolto un anno per far coincidere la sua nascita con il 1900. Parlando ancora del Libro dei vent’anni, Giorgio Ghiotti ha ereditato l’amore per Natalia Ginzburg (e poi tutti i suoi libri) dalla nonna, che una sera dei suoi dieci anni ha iniziato a leggerla per lui dopo che aveva dimenticato il libro per ragazzi che aveva con sé.

Il tema dell’eredità, per la gioia di chi scrive che ama collegare i suoi racconti con un filo rosso, è stato molto presente nella giornata di ieri. Alan Pauls, autore di un libro su Borges (Il fattore Borges, SUR 2016), è stato per esempio incalzato su cosa voglia dire per un autore sudamericano rapportarsi al mito del grande scrittore argentino. «La mia è stata la prima generazione» dice «a non sentire il peso di Borges ma le enormi possibilità che ci ha schiuso come narratore. Con lui abbiamo imparato a usare la cultura come materiale di partenza e non certezza granitica. È stato per noi come uno zio scapolo che entra in famiglia e inizia a portare i più piccoli su una strada non propriamente santa.» Non si sente scrittore borgesiano, Alan Pauls, ma crede di «aver ereditato da lui alcune manie, soprattutto come lettore, e lo spirito che poi è tutto argentino della perdita.»
Nel pomeriggio ho accontentato una fascinazione che viene forse dalle mie origini amalfitane e ho seguito un affollatissimo incontro, nella bella Piazza Castello, con Corrado Augias che parlava di Istanbul. Città strepitosa, la definisce, di recente tornata alla cronaca ma le cui vicende sono naturale eredità di una lunga catena di storie. Città, continua, paragonabile solo a Roma e a Gerusalemme, da quando Bisanzio era un villaggio di pescatori alla scelta di farne capitale di un Impero, nella sua collocazione geografica a cavallo tra i continenti. Il viaggio per conoscerla può partire dal monumento ad Ataturk di Villa Borghese come dalla quadriga sulla Basilica di San Marco a Venezia. «L’errore che si fa è cercare solo le sue cupole molli, che mimavano il profilo delle tende per ricordare da cosa era partita la città; Istanbul invece va letta: le logge dei suoi minareti datano gli imperatori, i pavimenti di Santa Sofia indicano il percorso di salvazione.»
Ci siamo spostati di molto, di moltissimo, nella consueta lavagna serale, che ieri era dedicata alla possibilità di una vita intelligente nello spazio come stimata nell’equazione di Drake, che prende in considerazione la quantità di stelle della galassia e altri fattori fisici o biologici come la supposta abitabilità e la possibilità di sviluppare un’intelligenza in grado di mettere i mondi in comunicazione. Tutti dati che hanno necessariamente il limite, non conoscendo altri che noi stessi, di essere tarati sull’esperienza umana. Equazione che non esclude il tempo, cioè la possibilità che le civiltà che cerchiamo – o che ci stanno cercando – possano essere nostre contemporanee, o i suoi esponenti in viaggio almeno eredi di una civiltà perduta. Un aneddoto particolarmente simpatico che ho scoperto ieri riguarda Enrico Fermi che, silenzioso, a mensa, improvvisamente alza gli occhi dal piatto e dice: «Dove sono tutti quanti?». Aveva calcolato durante il pasto che di tempo a sufficienza in questa nostra galassia per venirci a trovare, per eventuali extraterrestri, ce n’era stato.
Mi converrà tenere il naso in su perché se fossi una forma di vita davvero, ma davvero intelligente non mi perderei il Festlet.

© Giovanna Amato

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