I poeti della domenica #95. Natalia Ginzburg, Non possiamo saperlo

ginzburg

Non possiamo saperlo

Non possiamo saperlo. Nessuno l’ha detto.
Forse là non c’è altro che una rete sfondata,
Quattro sedie spagliate e una vecchia ciabatta
Rosicchiata dai topi. C’è caso che Dio sia un topo
E che scappi a nascondersi appena arriviamo.
E c’è caso che invece sia la vecchia ciabatta
Rosicchiata e consunta. Non possiamo sapere.

Forse Dio ha paura di noi e scapperà, e a lungo
Noi dovremo chiamarlo e chiamarlo coi nomi più dolci
Per indurlo a tornare. Da un punto lontano
Della stanza lui ci fisserà immobile.

Forse Dio è piccolo come un granello di polvere,
E potremo vederlo soltanto col microscopio,
Minuscola ombra azzurra sul vetrino, minuscola
Ala nera perduta nella notte del microscopio,
E noi là in piedi, muti, sospesi a guardare.
Forse Dio è grande come il mare, e spumeggia e tuona.

Forse Dio è freddo come il vento d’inverno,
Forse ulula e romba come un rumore assordante,
E dovremo portare le mani alle orecchie,
Agghiacciati e tremanti, rimpiattendoci al suolo.
Non possiamo sapere com’è Dio. E di tutte le cose
Che vorremmo sapere, è la sola veramente essenziale.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia,
E quel suo paradiso è una noia mortale.

Forse Dio ha gli occhiali neri, una sciarpa di seta,
Due volpini al guinzaglio. Forse ha le ghette,
Sta seduto in un angolo e non dice parola.
Forse ha i capelli tinti, ha una radio a transistor,
E si abbronza le gambe sul tetto d’un grattacielo.
Non possiamo sapere. Nessuno sa niente.
Forse appena arrivati ci manda allo spaccio
A comprargli del pane e salame ed un fiasco di vino.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia
E quel suo paradiso è la solita musica,
Svolazzare di veli, di piume, di nuvole,
Un odore di gigli recisi, una noia di morte,
E ogni tanto una mezza parola per passare il tempo.
Forse Dio sono due, una coppia di sposi
Abbandonati al sonno ad un tavolo d’osteria.

Forse Dio non ha tempo. Ci dirà di andarcene
E tornare più tardi. Noi andremo a passeggio;
Siederemo su di una panchina a contare i treni che passano,
Le formiche, gli uccelli, le navi. A quell’alta finestra,
Dio s’affaccerà a guardare la notte e la strada.

Non possiamo sapere. Nessuno lo sa.
C’è anche caso che Dio abbia fame e ci tocchi sfamarlo,
Forse muore di fame, e ha freddo, e trema di febbre,
Sotto una coperta sudicia, piena di cimici,
E dovremo correre in cerca di latte e di legna,
E telefonare a un medico, e chissà se subito
Troveremo un telefono, e il gettone, e il numero,
Nella notte affollata, chissà se avremo abbastanza denaro.

© Natalia Ginzburg, Non possiamo saperlo, in «Paragone», giugno 1965.

3 comments

  1. mi piace tanto, mi fa ricordare una pagina letta pochi giorni fa:
    da Il concetto di Dio dopo Auschwitz di Hans Jonas:
    I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole: E tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
    – Viva la libertà! – gridarono i due adulti.
    Il piccolo, lui, taceva.
    – Dov’è il buon Dio? Dov’è? – domandò qualcuno dietro di me.
    Ad un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.
    Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.
    – Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quattro di noi piangevano.
    – Copritevi! -.
    Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più.La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…
    Più di mezz’ora restò così, a lottare tra la vita e la morte , agonizzando sotto i nostri occhi.
    E noi dovevamo guardarlo ben in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti.La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
    Dietro di me udìi il solito uomo domandare:
    – Dov’è dunque Dio? –
    Ed io sentivo dentro di me una voce che gli rispondeva:
    – Dov’è? Eccolo: è li appeso a quella forca.

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  2. Forse un dio piccolo e impaurito è l’unica immagine di lui che riusciamo a concepire. Perché in un modo così pieno di dolore, l’ idea di un dio onnipotente che non ci concede alcuna grazia risulta davvero insopportabile. La poesia è, naturalmente, bellissima.

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