Slegalo! Usi e abusi della pschiatria

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria, di Alice Banfi, Giovanna Del Giudice, Pier Aldo Rovatti. Becco Giallo, 2016, € 8,50

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria è stato presentato nel maggio scorso a Venezia durante il Festival dei Matti, proponiamo qui in lettura un estratto del libro, la conversazione tra Anna Poma, curatrice del libro e del Festival,  e Alice Banfi, perché riteniamo questo piccolo libro importante e prezioso e degno della massima attenzione. (gm)

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Anna Poma: Non è facile incontrare qualcuno che abbia vissuto l’esperienza drammatica dell’essere legato, contenuto meccanicamente, in un servizio psichiatrico, e che abbia voglia di raccontarla. Secondo te, perché questo accade?

Alice Banfi: Ci sono almeno due motivi validi per non raccontarsi. Uno, di sicuro, è la vergogna. Raccontare ad altri di aver subito una tale violazione del corpo e dell’anima fa male. Ci mette a nudo. E anche a rischio di subire una nuova violenza. La violenza di chi ti dice e crede che te lo sei meritato, che te la sei cercata, e che il tuo male mentale era ed è una colpa. L’altro è la paura. Paura di subire ritorsioni dal reparto in cui si viene ricoverati, dai curanti, dagli infermieri. Paura di venire di nuovo legati, rinchiusi, maltrattati. Io ho scelto di raccontare perché volevo che tutti sapessero cos’è la contenzione, e cosa può accadere in un luogo di cura. Perché ero arrabbiata per aver subito una cosa così incredibile, e non volevo più avere paura, né della contenzione né dell’opinione degli altri su di me e sulla mia storia.

Anna Poma: Tu hai scelto di farlo, e ripetutamente. Prima nel tuo folgorante Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta. Poi in Sottovuoto, romanzo psichiatrico e in molte altre occasioni pubbliche. Secondo te, il silenzio delle vittime è la ragione per cui si sa così poco di quello che accade in molti, troppi, luoghi deputati alla cura della sofferenza mentale?

Alice Banfi: In parte la non conoscenza di queste pratiche è dovuta al silenzio delle vittime. Poi però c’è il silenzio dei familiari, anche loro ostaggio della malattia del loro caro. Temono l’abbandono e così tacciono e subiscono, oppure si affidano nonostante tutto alle scelte dei medici. E chi non si fiderebbe del proprio dottore? Poi c’è il silenzio degli operatori, che ugualmente temono ritorsioni. E sono ancora troppo pochi quelli che hanno il coraggio, in un servizio, di contrapporsi alla contenzione. In tanti anni di ricoveri in luoghi diversi ne ho conosciuti solo due: Domenico e Gianna. E non li scorderò mai.

Anna Poma: Come racconteresti l’esperienza dell’essere legata in un reparto ospedaliero?

Alice Banfi: Essere legati da qualcuno a un letto è un esperienza orribile. È una sorta di stupro. Inizia con un gruppo di infermieri che ti circonda, e in un attimo ti ritrovi afferrato dalle loro mani, con le voci che si fanno sempre più concitate: “prendile le gambe!”, “stai ferma!”, “bloccala!” Un braccio ti si stringe attorno al collo, e più ti divincoli più la presa stringe: “stai buona, stai buona!”, e quando abbandoni la lotta la presa si allenta. Poi vieni portato sul letto come fossi un pezzo di carne, i polsi e le caviglie ti vengono bloccati dalle fascette al fondo e ai lati della struttura. Io venivo legata anche con lo spallaccio, un lenzuolo arrotolato che mi passava dietro al collo, poi in avanti sulle spalle e ancora indietro, sotto le ascelle. E infine veniva fissato al letto. Non potevo muovere nulla. Vedevo solo il soffitto e a malapena i miei piedi. Rimanevo bloccata così per 6, 12, 24, 48 ore. Sola. Al buio. All’inizio urlavo dei gran “vaffanculo!” A volte piangevo, poi cantavo (“Alla fiera dell’est”) per non darla loro vinta e per essere di massimo disturbo. Poi mi veniva sete, e urlavo chiedendo da bere. Dopo un po’ cominciavo a sentirmi scomoda e a provare dolore alle braccia, alla schiena, al sedere. Mi si gonfiavano le mani per la stretta delle fascette, mi formicolava un piede per l’immobilità, mi prudeva il naso o la guancia e facevo delle smorfie per togliere il fastidio. Se avevo caldo o freddo dovevo ricominciare a urlare aspettando che qualcuno arrivasse a mettermi o togliermi la coperta. Quando desideravo fumare una sigaretta, chiamavo sperando in un amico, ricoverato come me, che venisse a farmi fare due tiri. A volte mi addormentavo per qualche ora, mi risvegliavo, e se mi scappava la pipì o la cacca dovevo gridare di nuovo perché venissero a calarmi i pantaloni. Poi mi mettevano la padella sotto al sedere oppure un pannolone.
Avevo vent’anni e mi ritrovavo legata a un letto mani e piedi, senza sapere quante ore, quanto tempo ancora, sarei stata lì, con indosso un pannolino gigante pieno di piscio e di merda. Ecco, questa è la contenzione.

Anna Poma: Perché e con quali obiettivi, secondo te, la psichiatria decide di contenere le persone?

Alice Banfi: Si contiene per controllare, e per punire. Mai per curare. Si lega per fare più in fretta, perché è più facile di qualunque altro intervento. Non ci vuole un genio per legare uno come un salame. Si lega per non avere responsabilità: lo psichiatra, il reparto, l’ospedale, tutti legano per non provare, per non sbagliare, per lavarsene in qualche modo le mani. Io venivo legata per i più disparati motivi: perché non andavo a dormire e giravo canticchiando per il reparto, perché ero arrabbiata e tiravo calci a una porta, più spesso per prevenire un atto autolesivo. Solitamente arrivavo in reparto dopo un tentato suicidio o dopo un atto dimostrativo: mi ero tagliata il corpo, ero stata ricucita, bendata, sedata e successivamente ricoverata in psichiatria. Quando arrivavo così mi legavano subito, e io non avevo nessuna voglia di lottare. Ero stanca, la mia carica aggressiva si era esaurita ore prima, nel compiere quell’atto. Volevo solo dormire, ma così avrei dormito scomoda. Provavo a dirlo ai dottori, ma non c’era spazio per le parole. Era piuttosto stupido pensare di prevenire un atto che non si sarebbe verificato prima di altri 15 o 30 giorni legandomi. Sembrava non sapessero nulla di psicologia, psichiatria, eccetera. Era solo per dire: “Sei stata cattiva. E ora vai in punizione.”

Anna Poma: Sorvegliare, punire, togliersi d’impaccio, sono traiettorie di desoggettivazione, interventi oggettivanti che evocano una certa idea della sofferenza e della normalizzazione come unica via d’uscita a un male di vivere sempre più diffuso nel nostro mondo. Cosa realmente si ottiene legando le persone, punendole e torturandole come fanno i regimi totalitari con i dissidenti?

Alice Banfi: La contenzione ottiene cose diverse su persone diverse. Su nessuno il recupero e la riabilitazione. Molti temono a tal punto di subirne la stretta che per evitarla diventano ombre silenziose, si schiacciano completamente. Un mio amico mi diceva spesso: “Io sto buono, non dico niente, non chiedo niente, così loro non mi legano.” E passava così i suoi quindici giorni di ricovero, prendendo medicine, dormendo, mangiando, camminando su e giù per il corridoio. Veniva dimesso e tutto era identico a prima.

Anna Poma: Era un’astuzia, la sua. Un’adesione fittizia e dunque una beffa alle regole di questa pratica tanto violenta e degradante. Ma il fatto che la psichiatria non si avveda della messa in scena, cosa significa secondo te?

Alice Banfi: Non era un’astuzia, in realtà. Era cedere a una regola sbagliata per mettere in salvo il salvabile. Lo capisco. Mio nonno raccontava della tortura subita dalle SS, e del fatto che c’è chi ce la fa, chi resiste, e chi parla subito. Non è una colpa. È umanissimo, e drammatico. Drammatico perché si salva chi resiste. Ti salvi dentro, rimani integro, mentre se cedi ti senti uno schifo e diventa faticoso superarlo. Lo racconto nel mio secondo romanzo, Sottovuoto. Quando mi sono adeguata alla crudeltà di quei luoghi, perdendo la pietà per me stessa e per gli altri lì con me, mi sono persa. Ero diventata come i miei aguzzini: cinica e fredda. Raccontarlo e scriverlo è stato difficile, perché è l’unica cosa di cui mi vergogno davvero.
La psichiatria si accontenta spesso di chi cede, fa il bravo, non dà fastidio a nessuno. Tutto si riduce a renderti innocuo per gli altri.

Anna Poma: Su di te, invece, che effetto aveva il venire e ripetutamente legata?

Alice Banfi: Quando venivo legata, e poi slegata, io mi sentivo senza speranza, senza futuro. Sentivo l’ingiustizia di ciò che mi accadeva, del mio stare male e del modo in cui venivo trattata. Maturavo una rabbia e un odio incredibile e mi sentivo in guerra non più con la mia malattia, ma con l’ospedale intero. Legandomi speravano di domare la mia rabbia, che invece diventava un mostro ancora più enorme.

Anna Poma: Cosa occorre per sottrarsi, almeno intimamente, alla presa della contenzione meccanica, quasi sempre sommata anche a quella farmacologica?

Alice Banfi: Credo sia necessaria una forte personalità. Io ricordavo loro ogni secondo che stavano sbagliando, che erano brutali e freddi, e che da me avrebbero ottenuto tutto il peggio che io potevo offrire. Mentre sarebbe bastato che un medico o un infermiere avesse avuto per me uno sguardo affettuoso per ottenere tutta la mia collaborazione. Gli operatori che negli anni sono riusciti ad avere a che fare con me avevano ben presente che il mio punto debole – e il mio punto di forza – erano i sentimenti. Che non avrei mai aggredito chi era gentile e premuroso con me. Che in questo io ero di una semplicità allarmante, quasi primitiva: se sei buono, sarò buona. Se sei cattivo, io lo sarò di più, e non mollerò mai. A me è servito non cedere a questa violenza. La disobbedienza, in questo senso, mi ha salvata. Dimostrare che non mi piegavo mi permetteva di non piegarmi realmente, di rimanere, dentro me stessa, integra. Non sono riusciti a farmi sentire uno schifo, colpevole o complice, proprio perché non cedevo a quelle violenze. Di fronte alla malattia, al mio dolore, mi sentivo persa, mentre rispetto alla contenzione mi sentivo forte. Era un nemico così ben disegnato, talmente cattivo, che non mi lasciava dubbi.

Anna Poma: Nel tuo libro, Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta, racconti di te ma anche delle altre persone che vedevi legate e che aiutavi a liberarsi. Di quali “strumenti condivisi” abbiamo bisogno per contrastare queste palesi violazioni del diritto?

Alice Banfi: Sarebbe bello dire soltanto: di empatia. Guardare l’altro e trattarlo sempre come come fosse noi. Cercare di immaginare i sentimenti dell’altro, la paura, il dolore, la rabbia, è difficile ma vale la pena provarci. Ci migliora come persone, come professionisti, e funziona sicuramente meglio che legare, che invece non funziona, non funziona per niente.
Ma non basta: ci vuole una legge che vieti di legare. Ci vogliono più luoghi, perché ce ne sono ma sono pochi, che propongano un modo diverso per curare le persone, per affrontare la loro rabbia, e la disperazione e la violenza che ne derivano. Le buone pratiche esistono e si dovrebbero allargare a macchia d’olio, mentre le cattive pratiche dovrebbero essere penalizzate, punite, messe fuorigioco.

Anna Poma: In Italia manca una legge contro il reato di tortura. Se ci fosse, pensi che queste pratiche – che come sappiamo hanno talvolta esiti fatali andrebbero equiparate alla tortura?

Alice Banfi: Venire legati è tortura. Le persone che mi hanno raccontato le loro esperienze di contenzione, oltre alla contenzione stessa hanno subito cose terribili. Ai tempi del ricovero G. aveva 22 anni, e quando era legata un infermiere la molestava sessualmente. F., invece, mi ha raccontato che gli urlavano contro, mentre lo legavano, e che un infermiere gli è salito sul petto con tutto il peso, con le ginocchia, e lui si è sentito soffocare. C. veniva lasciato per giorni nei suoi escrementi, così sedato che nemmeno se ne accorgeva. È stata la sorella a farlo liberare, e a raccontarmi la sua storia. Ricordo poi M., un omone barbuto che era uscito dalla sua stanza in mutande, con i piedi legati al letto, e si era trascinato dietro anche quello. Si era alzato perché aveva sete. Ho visto uomini e donne piangere come bambini, col moccio al naso, o urlare in un modo che non so descrivere e che nessuno può immaginare. Ho visto un ragazzino con un trauma facciale legato per ore. Poi gli occhi che si giravano all’indietro e la corsa per trasportarlo, con il letto a cui era ancora legato, fuori dal reparto, verso la medicina d’urgenza. Son passati i giorni, e non l’ho visto più.
La contenzione è tortura e viene usata per annullare le persone che la subiscono. Però io penso che ci voglia una legge apposita, perché già c’è il reato di sequestro di persona e violenza personale, già la Costituzione parla chiaro sul diritto di libertà. Ma non basta. Ci vuole una legge che la vieti senza spazio per interpretazioni, senza bisogno che la vittima si esponga sempre e ancora una volta in prima persona.

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© Anna Poma e Alice Banfi

4 comments

  1. Gli operatori che negli anni sono riusciti ad avere a che fare con me avevano ben presente che il mio punto debole – e il mio punto di forza – erano i sentimenti. Che non avrei mai aggredito chi era gentile e premuroso con me. Che in questo io ero di una semplicità allarmante, quasi primitiva: se sei buono, sarò buona. Se sei cattivo, io lo sarò di più, e non mollerò mai. A me è servito non cedere a questa violenza. La disobbedienza, in questo senso, mi ha salvata. Dimostrare che non mi piegavo mi permetteva di non piegarmi realmente, di rimanere, dentro me stessa, integra. Non sono riusciti a farmi sentire uno schifo, colpevole o complice, proprio perché non cedevo a quelle violenze. Di fronte alla malattia, al mio dolore, mi sentivo persa, mentre rispetto alla contenzione mi sentivo forte. Era un nemico così ben disegnato, talmente cattivo, che non mi lasciava dubbi.

    (grazie Alice e grazie Anna)

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      1. Grazie anche a te Gianni per la pubblicazione dell’articolo. Indispensabile parlarne, non sarà mai abbastanza. Un libro che prenderò per il tema ma anche per l’incanto provato nel leggere la profonda umana bellezza dello scrivere di Alice. Un saluto…

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