Maria Teresa Ciammaruconi, Trasloco

Ciammaruconi_Trasloco

Maria Teresa Ciammaruconi, Trasloco. Copertina illustrata da Francesco Dezio.

Maria Teresa Ciammaruconi, Trasloco, 20 stanze 12 elenchi 12 figure. Immagini di Silvana Baroni, Leggeredizioni 2015

Un trasloco, che sia obbligato o volontario, è sempre un momento di distacco, da un luogo, da cose e da storie. Sì, perché quella dimora ha ospitato, custodito, talvolta celandole in una scatola, in un soppalco, nella prima di tre file su un ripiano, le tracce di vita vissuta, condensandole in oggetti.
Un trasloco può essere avvertito, o meglio sofferto, come un vero e proprio sgombero, che lascia dietro di sé il vuoto e minaccia oblio. Su questa particolare visione è imperniata la poesia Trasloco da Poco prima del temporale di Michael Krüger, che si può leggere nella traduzione di Anna Maria Carpi ne Il coro del mondo. Maria Teresa Ciammaruconi indica invece già nell’Ingresso, premessa al suo Trasloco. 20 stanze 12 elenchi 12 figure che, al di là del tumulto provocato da ogni trasloco in una persona che, come lei, soffre di accumulo compulsivo, un trasloco è «l’occasione per diventare più leggeri»; giunge a dichiarare «a me traslocare piace». Il trasloco si configura dunque come occasione, non solo per fare chiarezza tra ciò che va conservato per il trasferimento imminente e ciò da cui si prende congedo, ma anche per passare in rassegna gli oggetti e il loro carico, di funzioni, di fantasmi, di ricordi. Sembra, a chi legge, di cogliere il sorriso di colei che si appresta a discernere e a rievocare, ben munita da un lato di mappe ed elenchi, dall’altro di bussole e meridiane di un tipo speciale, frutto di un particolare amalgama che si potrebbe chiamare, con le iniziali dei tre componenti, s-o-s: sentimenti-oggetti-storie. Il sorriso dell’autrice illumina e riscalda, guida con passo agile, eppure consapevole della necessità di soste, attraverso (s)manie private e frenesie collettive, passa in rassegna mode e fogge che si sono date la mano nel girotondo delle epoche, scorge più di una briciola della perduta epica e la sa raccogliere, induce a riflessioni, rinfranca e schiude nuove possibilità a visioni finalmente meno concitate di spazio e di tempo. A sua volta, quel sorriso ‘danzante’ è intervallato dai commenti grafici di colei che Maria Teresa Ciammaruconi definisce in apertura uno dei suoi «angeli tutelari»,  ‹la traslocatrice per antonomasia» Silvana Baroni, poeta, aforista e pittrice, l’artista delle dodici figure che, nello spirito di “humour graphic” che caratterizza la sua opera, ritmano questo Trasloco che chiede e merita di essere letto, ascoltato, convissuto.

© Anna Maria Curci

seconda stanza   i libri delle elementari

lo chiamavano sillabario
adesso è passato di moda ma allora
non puzzava di muffa quando
spalancava pecorelle e lupi cattivi
tra gli occhi silenziosi che cercavano
verità impossibili tra i banchi e le finestre
troppo alte per potersi affacciare

vedere era difficile vedere e distinguere
tra le favole e le buone intenzioni il solco
dove andare sicuri cercando
con le dita corte e tese quella certezza
necessaria a non fare tremare le gambe

nel sillabario l’oca  l’ape l’uccello
se ne stavano fermi nella pagina
senza frullo d’ali in silenzio ma la lasciavano
sola nel marasma delle cose in movimento
nel palpito della vita che ferisce e fugge

il sussidiario è rimasto schiacciato
sotto il peso di libri senza figure

ora nessuno in casa ha il cuore necessario
per mandarlo al macero
perché fu il primo a dire
la serietà delle certezze
anche se non offrì sussidio alla paura
della bambina sgomenta non sapeva
su quale pagina appoggiasse il cuore
tra la terra che gira veloce negli infiniti mondi
e lo spavento di tutti quei morti sempre vivi
nei nomi in neretto napoleone  dante  galileo
e quello che cadde gettando stampelle
più pericolose di una spada

il rombo della confusione non si è ancora consumato
è sempre quello che allora schizzava
tra le righe larghe del quaderno
inchiostro rabbioso di vertigine
tra i grandi che guardavano gonfi di segreti
e saperi lunghi di parole incomprensibili

il sussiego della benevolenza colava
miele viscido a sporcare la fila faticosa
e disordinata di consonanti e vocali

*

dodicesima stanza … i guanti

è il momento giusto
per eliminare quelli scompagnati
chi ha scelto di conservare un solo guanto?

nel fondo di un cassetto quel guanto scoppiato
è una costanza senza speranza … la fede
ridicola nel ricongiungimento impossibile
tanti accumulati negli anni  tanti
da inventare la moda dei guanti scompagnati
perché uno sia destro e l’altro sinistro
almeno questo

serve solo un po’ di fantasia
per trovare il cappotto giusto
su cui rifare coppia

*

diciassettesima stanza … le lettere

scatola B

a saperlo che quell’avvocato sotto l’ombrellone
aveva fatto la guerra d’Africa dove
so per certo in questa sicurezza attendo
il coraggio cresceva dietro il mitra
nell’ora del maggior pericolo
e più ancora al caldo delle fantasie
che accendevano notti di deserto

voleva fare il letterato geniale l’avvocato
che allora anelava morire su labbra infuocate
sognando le onde morbide dei tuoi capelli
orgoglioso di tempi eccezionali
morbide trovò forse le dune di Tripoli
in quel natale del ’41 …infuocate
soprattutto le parole buone per appiccare il rogo
che avrebbe distrutto l’Inghilterra tutta
e illuminato le anime belle degli amanti

passione sfrenata su tutte le trincee
e revisione dei trattati anche nelle lettere d’amore
mentre batte l’ora del destino
umano troppo umano quel cuore di soldato
per resistere all’ultima battaglia

arriva sempre un’irreparabile iattura
un dubbio un ritardo uno sconforto
un diabolico inganno a schiantarsi sul mia per sempre
le lacrime di una madre sono più leali delle granate

un paio d’anni per un centinaio di lettere
all’amata che ne aveva venti
altri settanta per non dimenticare

quelle di lei sono andate perdute

3 comments

  1. Elegante questo “Trasloco” in cui ritrovo una scelta stilistica che anch’io adotto da tempo nei miei testi: scrivere senza punteggiatura e senza le maiuscole. Sono queste libertà linguistiche che consentono un respiro più ampio nella composizione ma che, allo stesso tempo, uniscono all’estrema duttilità nell’uso del vocabolo un rigoroso controllo del verso, una misura rigorosa, quasi una forza centripeta.

    Rosaria Di Donato

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