Il «Terzo libro» di Caproni (Einaudi, 2016)

caproni

Giorgio Caproni, Il «Terzo libro» e altre cose, Einaudi, Torino, 2016; € 11,00

Le parole-chiave del Terzo libro di Caproni, per meglio dire e approfondire, credo, quanto evidenziato da Enrico Testa nella prefazione di quest’ultima edizione Einaudi, sono i portoni e i colpi. Si tratta di “parole-elemento”, azzardando ulteriormente nel dire, che nei versi del grande livornese si accompagnano a un motivo continuo: l’aprirechiudere. Motivo esaltato mediante due verbi se possibile ancor più essenziali, e ricorrenti: premere, da una parte e, dall’altra, spingere, in particolare l’essere spinti a. Tutto questo cresce nel libro alla luce di un impeto e soprattutto di un costante gemito. Gemere, in effetti, è il verbo che forse alla fine più colpisce, insieme al premere. Perché torna, torna con insistenza e forza in tutte le prime poesie, risalenti all’arco temporale 1944-47 e racchiuse nelle brevi sezioni intitolate Due sonetti (il primo dei quali, Alba, è semplicemente meraviglioso) e Gli anni tedeschi (nella suddivisione che li distingue: I lamenti e Le biciclette).
Il Terzo libro, è noto, è la ricostruzione riproposta dall’autore stesso nel 1968 di una raccolta non pubblicata e confluita poi nel Passaggio d’Enea del 1956: una sorta di auto-antologia che vide a suo tempo l’aggiunta di poesie tratte dal Seme del piangere del 1959 e dell’allora recente Congedo di un viaggiatore cerimonioso (1965), oltre ad alcuni inediti.
E se nel quadro complessivo dell’opera, a lettura compiuta, spiccano ancor oggi le celebri Stanze della funicolare (che terminano non a caso con «un portone»), sorprende e anzi quasi schianta il cuore (oggi come ieri, o forse più di ieri) avvertire con quale nettezza negli anni finali della Seconda Guerra Mondiale (1944-45) le poesie di Caproni fossero in grado di spazzare via di colpo ogni possibile “facile” retorica civile, ogni canto o meglio “lamento” universale, costruito potremmo dire a tese larghe, nell’orizzonte di una coralità troppo “scontata”.
È nel suo, vorrei dire, specialissimo io che invece Caproni condensa «tutta una generazione d’uomini che, nata nella guerra e quasi interamente coperta – per la guerra – dai muraglioni ciechi della dittatura, nello sfacelo dell’ultimo conflitto mondiale, già in anticipo presentito e patito senza la possibilità o la capacità, se non extremis, d’una ribellione attiva, doveva veder conclusa la propria (ironia d’un Inno che voleva essere di vita) “giovinezza”». Sono parole sue. Parole che racchiudono in una tutte le voci di un’Italia perduta. Tramite la voce, nello spartito e nel canto di Caproni, classe 1912, prende corpo un intero dramma, sottile e profondo.
Sappiamo, Giorgio Caproni porta ai ferri corti, con l’io e con Dio. Per forza, e per fortuna. Mira e bersaglio presi benissimo. È una dimensione, questa, che verrà acuminandosi più tardi nella sua vita e nella sua opera, senz’altro, ma già qui si sente. E svetta dal profondo. Preme, appunto, geme, spinge e scalpita. D’altronde, volendo gettare altra luce sul tema, mi piace riprendere e citare una dichiarazione di Wallace Stevens: «La più grande idea poetica del mondo è ed è sempre stata l’idea di Dio».
Tutta questa idea, attraversando il libro, sembra concentrarsi qui, in «quel tempo ormai diviso» della giovinezza perduta, come recita un lembo di verso de Le biciclette. L’io diviso di tanto, tutto Caproni.
E il saggio finale di Luigi Surdich in questa nuova edizione Einaudi, nello sciogliere questo e altri nodi, è davvero prezioso e importante.

Cristiano Poletti

In conclusione, due poesie: il secondo dei due sonetti d’apertura, Strascico, e l’Arpeggio finale:

 

Strascico

Dov’hai lasciato le ariose collane,
e i brividi, ed il sangue? Nel lamento
vasto che un pianoforte da lontane
stanze nel novilunio gronda, io sento
la tua voce distrutta – odo le trame
in rovina, e l’amore morto. Il vento
preme profondo un portone – d’un cane
entro la notte, il gemitìo un accento
pone di gelo nel petto. E tu i fini
denti, perché non riaccendi, amore,
qui dove alzava di brace i suoi vini
sul selciato ogni giovane? Un madore
di brina, ora il giornale dove i primi
crimini urlano copre, e il tuo cuore.

1945.

.

Arpeggio

Cristo ogni tanto torna,
se ne va, chi l’ascolta…
Il cuore della città
è morto, la folla passa
e schiaccia – è buia massa
compatta, è cecità…

196…

 

 

 

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