Riletti per voi #11: Ennio Flaiano, Tempo di uccidere

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Riletti per voi #11 Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, Longanesi, 1947 (ultima edizione BUR, 2008; € 10,50)

di Francesca Piovesan

Ero meravigliato di essere vivo, ma stanco di aspettare soccorsi. Stanco soprattutto degli alberi che crescevano lungo il burrone, dovunque ci fosse un posto per un seme che capitasse a finirvi i suoi giorni. Il caldo, quell’atmosfera morbida, che nemmeno la brezza del mattino riusciva a temperare, dava alle piante l’aspetto di animali impagliati.

Inizia così Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, Premio Strega del 1947.
Ho iniziato questo tour fra i vari premi letterari mondiali, per scoprire letture che sicuramente non riuscirei ad affrontare nella mia routine di lettrice.
L’incontro con Flaiano è stato fondamentale. Mi ha riportato a un potere immaginifico che avevo un po’ perso nell’ultimo periodo. Le descrizioni che l’autore affronta in queste pagine non possono che ricondurmi all’Africa che ho sempre idealizzato: un paese senza tempo, avvolto in una foschia calda che confonde i contorni netti con le ombre.
Un continente dalla natura indomita che preserva degli animi umani puri, incorrotti. Voi mi direte che oggi la realtà è ben diversa, ma io ho bisogno di immaginare questo, di trovare quelle piccole grandi virtù che nel nostro progresso scarseggiano.
Flaiano al centro del suo romanzo mette proprio questo: l’Africa, e il suo essere oltre il tempo. L’incontro con il “conquistatore bianco”, in questo caso il soldato italiano del periodo coloniale, genera diffidenza, sospetto, ma anche curiosità, sentimento di rivincita.
Tempo di uccidere è la storia di un tenente che, a causa di un mal di denti, ottiene una licenza speciale di tre giorni per raggiungere un dentista in un centro urbanizzato. Un camion rovesciato e una scorciatoia segnata da carcasse di muli lo porteranno all’incontro con Mariam, giovane etiope che si presenta nuda in una pozza d’acqua.

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Mi accorsi che era bella, anzi mi parve troppo bella, o forse la solitudine mi imponeva questo giudizio senza scelta. No, era davvero una di quelle bellezze che si accettano con timore e riportano a tempi lontani, non del tutto sommersi nella memoria.

Mariam sarà il punto di svolta dell’intera vita del tenente. Mariam scatenerà passioni erotiche, affetto e tenerezza riservati, prima d’ora, solo a quella “Lei” lasciata in Italia. Rappresenterà la morte, la pietà, il dominio dell’uomo bianco, la vendetta dei sacrificati. Sarà “l’untrice”, colei che può condannare a una vita di dolori fisici e di prostrazione morale.
Il tenente dovrà affrontare in poche settimane un processo a sé stesso. Sarà il difensore e l’accusatore, la vittima e il carnefice. Dovrà scontrarsi con le circostanze che possono condurre ad azioni ignobili e con lo spirito di sopravvivenza. Un antieroe, un nemico che vede riflesso nei suoi stessi occhi.
I mille interrogativi che il protagonista si pone sembrano trovare una risposta nel finale. Pare che Flaiano abbia voluto virare violentemente per spiazzare il lettore, per far intravedere una rinascita, una remota possibilità di salvezza. Il giudizio degli altri, che finora era stata la spada di Damocle sopra la testa del tenente, si affievolisce, per sparire quasi del tutto.
Avrei forse preferito una conclusione diversa: una mera accettazione delle colpe e delle conseguenze. Questo continuo appellarsi ad un giudizio definitivo doveva rimanere sospeso, per far intravedere al lettore varie scelte ed interpretazioni.
A scanso di equivoci, comunque, Tempo di uccidere è un romanzo che ha meritato e meriterebbe il Premio conquistato. Un’analisi del senso di colpa e delle reazioni al giudizio altrui fortemente attuale.

Tacemmo. L’aver ucciso Mariam ora mi appariva un delitto indispensabile, ma non per le ragioni che me l’avevano suggerito. Più che un delitto, anzi, mi appariva una crisi, una malattia, che mi avrebbe difeso per sempre, rivelandomi a me stesso. Amavo, ora, la mia vittima e potevo temere soltanto che mi abbandonasse.

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© Francesca Piovesan