Annegamenti – J.C. Oates

PS 9.5

1.

Nel 1932 esce in Italia,  tradotto da Cesare Pavese, Moby Dick di Hermann Melville. Con Melville abbiamo per le mani gli Stati Uniti d’America, che Pavese ebbe a definire: «un gigantesco teatro dove con maggior franchezza che altrove veniva (e viene – ndr) recitato il dramma di tutti».
Parliamo dell’Occidente, del tramontare, della caduta e del declinare che gli Stati Uniti incarnano.
La cultura americana ha una vocazione imperiale, sappiamo: una nuova Roma, una nuova Gerusalemme, sorta sulle rive del Potomac e sulle coste del Massachusetts, dove uomini e donne come usciti dall’Antico Testamento hanno costruito nel tempo esistenze con tempra dettata dal più vertiginoso senso del giudizio.
Una cultura pervasa dal senso di morte e dall’inquietudine, quella americana, e dominata forse soprattutto dal senso della perdita. Sentimenti perfettamente comprensibili, se pensiamo in particolare al catastrofismo che tanto cinema americano ha proposto negli anni o se riportiamo la mente al terrificante sconvolgimento rappresentato dall’11 settembre.
Una tradizione etica, ed epica, dunque, in questa cultura: un tentativo, quello americano, che è sempre di sintetizzare con l’arte un’intera civiltà. Come se nell’esplosione degli spazi, in quell’immenso spazio che è l’America (e si pensi soltanto, ad esempio, in tal senso, alla complessità del rapporto tra orizzontalità del paesaggio e verticalità della città), il Nuovo Mondo abbia prodotto e produca in sé una compiuta realizzazione, diciamo così, dell’Occidente. Anche in poesia. Un’epica (quasi) non storica, o comunque non “spessa” di storia, incastonata in una sorta di presente continuo, dove la verticalità dell’esistenza è scritta nel quotidiano.
Si tratta in gran parte di un’immensa History of Violence: violenza esercitata per un profitto da ottenersi a tutti i costi, certamente, ma è anche la storia di una grande democrazia, della sua faticosa costruzione, entro il mito chiaroscurale della libertà.
Di qui, potremmo dire che due aspetti della coscienza americana si stagliano all’orizzonte: il senso del peccato e l’ottimismo del sogno; il tutto perseguendo senza requie una visione manichea, per cui a imporsi nelle vite, negli eventi e nella storia, sono essenzialmente il Bene e il Male. E non sfugge certo che questo sia in stretto rapporto con la Bibbia.

2.

La poesia in America serve per comunicare, parlare di sé agli altri, della propria ricerca e della propria visione. A questa visione si lega una missione, che negli autori migliori è quasi una sorta di “apostolato”.
I poeti americani adottano generalmente la lingua d’uso, unendo la riflessione più apocalittica alla quotidianità. C’è in loro una (tradizionale ormai) propensione all’oralità, alla musica, in stretto rapporto con lo spazio aperto appunto, con la strada. Autori che rappresentano nel loro insieme una mescolanza di origini, sia per quanto riguarda i Paesi di provenienza, spesso stranieri, sia – soprattutto – se consideriamo che diversi di essi provengono dalla prosa, cioè scrivendo generalmente prosa tornano spesso alla poesia.
Ed ecco alcune parole-chiave ricorrenti della poesia americana contemporanea: sepoltura, insonnia, sogno (con apparente paradosso rispetto all’insonnia), perdita, annegamento.

3.

Cos’è allora quella franchezza richiamata all’inizio con le parole di Pavese?
È un parlar chiaro, tendere al diretto: il friendly relazionale, tipicamente americano, unito a una profondità di lettura delle questioni in gioco. Ma sempre, ecco il punto, con un tasso di concretezza tale per cui la profondità diventa chiara.
E a proposito di provenienza dalla prosa, e della parola-chiave annegamento, ecco una poesia di Joyce Carol Oates.
Non so, non ricordo da quale raccolta è tratta (The Time Traveler forse?), avendo ora a disposizione soltanto una fotografia scattata a casa di un amico conosciuto a New York. Il titolo dovrebbe essere appunto Drownings! ed è una poesia che ha continuato a visitarmi, a trattenere in sé il mio ricordo di quella città. Allora ho provato, coi miei limiti e con le mie scelte, a tradurla:

 

Drownings!

No use to touch the face
of the object.
No use the bumping
of heads.
My words flutter in your
silence – all is sucked up –
all propelled into your blood.

The awful thing about drowning
is that you have so long
to regret your mistake –
drowning in someone’s veins
or in the ordinary river,
propelled downstream.

Drownings! – deaths on the river!
A body dragged out this morning
beneath the bridge excites a crowd
of kids and a few old men standing
without purpose on the banks.
People like us look away, ashamed.
The water creates monsters of dark
heavy flesh and faces become
unreadable.

Your body, too, is heavy with mysteries.
If I raise your hand to my face
I feel the sudden illumination
of all our bones
and I am ashamed.

 

Annegamenti!

Non serve a niente toccare la superficie
di un oggetto.
Non serve a niente che le teste
si scontrino.
Le mie parole fluttuano nel tuo
silenzio – tutto risucchiato,
interamente spinto nel tuo sangue.

La cosa più terribile dell’annegare
è che ne hai di tempo
per pentirti del tuo errore –
annegare nelle vene di qualcuno
o in un fiume qualsiasi,
spinto fino a fondo valle.

Annegamenti! Morti sul fiume!
Questa mattina un corpo trascinato
sotto il ponte eccita una folla
di bambini e qualche vecchio in piedi,
senza scopo, sulle sponde.
Gente come noi distoglie lo sguardo, per la vergogna.
L’acqua crea mostri di scura
carne pesante e le facce diventano
inscrutabili.

Anche il tuo corpo è pesante, ricolmo di misteri.
Se porto la tua mano sul mio viso
sento improvvisamente illuminarsi
tutte le nostra ossa
e mi vergogno.

 

Cristiano Poletti

 

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