Racconti Matti (verso il Festival) #1: Andrea Pomella, La tribù dei topi

biennale 2010 - foto gm

biennale 2010 – foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il primo racconto è di Andrea Pomella e si intitola “La tribù dei topi”.

*

 

 

La Tribù dei Topi

Subito dopo la diagnosi di schizofrenia paranoide – il tipo paranoideo presenta alcuni deliri come il delirio di gelosia, il delirio erotomane, il delirio interpretativo, il delirio di persecuzione, il delirio di querela e il delirio di grandezza; io li ho sperimentati tutti, a eccezione del delirio di grandezza – Elena è tornata dai suoi in Romania. Ha portato con sé la bambina. Sono riuscito a sentirle due volte in tutto. La prima volta ho chiesto di Chiara, che però ha rifiutato di venire al telefono, preferendo continuare a guardare i cartoni in Tv. La seconda volta ero stordito dai farmaci, così Elena ha troncato la chiamata dopo meno di un minuto. Qualcuno mi ha suggerito di intentare una causa a mia moglie, ma ho zero voglia di intentare cause. La conclusione a cui sono giunto è che non mi manca niente. Non mi manca Elena; anzi, in un certo modo sento di esserle grato per avermi sollevato dalla responsabilità che provavo nei suoi confronti, soprattutto dall’obbligo di tenermi su di morale, di non lasciarmi sopraffare dalla follia; non mi manca Chiara, perché penso di non essere un buon padre e perché sento il peso della colpa di averla scaraventata nel mondo, un mondo che fa scempio di corpi e menti con una precisione essenziale; non mi manca mia madre, che nel frattempo è morta, infarto, un puro caso, un perfetto assassinio naturale, dovuto, a quanto immagino, al dolore di non poter più vedere la nipotina.

Ora la mia vita è ridotta all’osso. Ho lasciato l’appartamento in cui vivevamo e mi sono trasferito in un seminterrato in periferia. È un affitto in nero. Il locatore è un dentista, per non essere tracciabile pretende che gli paghi il canone mensile in contanti. Il seminterrato confina con un altro appartamento intestato alla figlia del dentista. È una ragazza di diciannove anni che vive con i genitori ma usa l’appartamento per fare feste e per scopare con il suo fidanzato. Nei fine settimana non riesco a chiudere occhio per via dei gemiti che si levano dall’altra parte del muro. Le altre notti le passo a vegliare il lampione in giardino che rischiara il monolocale attraverso le due finestre a bocca di lupo poste all’altezza del soffitto, a ripensare alla mia vita di un tempo.

Quando ho letto l’annuncio su internet non c’erano foto del monolocale, c’era solo una descrizione meticolosa, avrei detto orgogliosa. Nella descrizione tuttavia non c’era niente che mi allettasse (a pensarci bene non poteva esserci niente che avrebbe potuto allettarmi), a parte il prezzo: cinquecento euro mensili. Mi è sembrato subito un affare, cinquecento tondi, una cifra che non mi avrebbe neppure impegnato più di tanto, facile da ricordare, essenziale, cinque pezzi da cento, niente resto, niente spiccioli. Ho telefonato e ho fissato un appuntamento.

La villa è su due piani, ha un cancelletto pedonale antichizzato, un piccolo viale in piastroni in graniglia di marmo, parabola satellitare ben esposta sul lato stradale come i genitali rinforzati sotto la patta di una rockstar. Al piano terra c’è lo studio dentistico a cui si accede attraverso un portoncino verde. L’intero piano superiore è occupato dall’appartamento, centottanta metri quadri più balconi e mansarda. Il dentista mi è venuto incontro sul vialetto, mi ha teso la mano. È basso di statura, ha una capigliatura squadrata e corvina, occhi scuri e sopracciglia folte. Ha un’espressione ombrosa, come se fosse costantemente allerta, deve vigilare per avere questa bella casa, deve vigilare per far studiare i suoi figli in un’università privata, deve vigilare per avere dei bei mobili, deve vigilare per avere un’Audi beige carat metallizzata da quarantamila euro nel garage. Mi ha fatto strada attraverso la scala che conduce al seminterrato.

“Vede, questa villa l’ho costruita tutta da solo, pezzo per pezzo, senza l’aiuto di nessuno”.

Mi sono sforzato di mostrarmi impressionato, anche se ho pensato che fosse molto stupido sobbarcarsi un lavoro immane e pionieristico come la costruzione di una casa per il solo gusto di poter pronunciare quella frase al primo che passa.

“Mi sono sempre piaciuti i lavori di precisione. E in fin dei conti non c’è una gran differenza tra ricostruire un molare e fabbricare una casa”.

Si è messo a ridere, ma la sua faccia non è conformata per ospitare il sorriso, così la sua espressione ha assunto un che di artificioso e di disarmonico.

“Ho costruito anche il tavolo, e la libreria”, ha insistito, mostrandomi prima l’uno poi l’altra.

Ho osservato gli scaffali imbarcati della libreria, il segno di evidenti difetti strutturali. Ho immaginato che se la casa era stata costruita con la stessa imperizia della libreria, avrei corso il rischio di fare la fine del topo. Il dentista mi ha scrutato, mi ha detto che sembravo avere l’aria perplessa. Ho sentito che mi mancava l’ossigeno e che la fioca luce solare che penetrava dall’esterno avrebbe potuto rappresentare un colpo mortale per il mio stato di salute. Ho sentito un vago odore di muffa, un’esalazione stantia, ma erano dettagli di cui non m’importava. Avevo in mente i cinquecento euro, la cifra tonda, un terzo circa del mio stipendio, avevo in mente l’immagine di me stesso rannicchiato in questo rifugio, due metri sotto il livello terrestre, come un lombrico.

Il dentista ha detto che in Italia c’è una sottovalutazione dei seminterrati, che nei paesi anglosassoni è perfettamente naturale scegliere questo tipo di soluzione immobiliare. Mi ha invitato a considerare la frescura di cui avrei potuto godere nei mesi estivi. Poi mi ha raccontato che ha lavorato due anni in Cina, mi ha chiesto se ho mai sentito parlare della Tribù dei Topi. A Pechino ci sono circa seimila rifugi antiaerei scavati sotto i palazzi ai tempi della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Questi rifugi sono stati riconvertiti in miniappartamenti di dieci metri quadri, senza finestre né riscaldamento, e vengono affittati a lavoratori migranti appena arrivati dalle province, gente che fa mestieri normali, dal programmatore al contabile, dall’impiegato all’insegnante, e che per via dei bassi salari d’ingresso non possono permettersi di pagare affitti ordinari. Ha detto che per queste persone si tratta di soluzioni abitative temporanee, un passaggio che, una volta che avranno risparmiato e incrementato il profitto, li condurrà a potersi permettere un appartamento alla luce del sole. Ha detto che tendere all’ascesa è nella natura umana, che un uomo deve aspirare al miglioramento, deve avere una bella casa e per averla deve prima aver risparmiato, e poi deve avere dei bambini, ma prima deve essersi goduto un po’ la vita. Deve, deve, deve. Ha detto che il lavoro non è tutto, ma è una grossa parte del tutto. Questo ha detto. Senza sapere che io vado nella direzione contraria; senza sapere che ho avuto una casa, ho avuto una bambina, ho risparmiato e ho incrementato il mio profitto, ho un lavoro che non è tutto ma è una grossa parte del tutto; senza sapere che ho una diagnosi di schizofrenia di tipo paranoideo e che corro dalla luce al buio, che l’imperativo umano della costruzione mi ha distrutto, che un tempo sono stato un uomo degno, eretto, sereno, e che adesso non ho nient’altro che queste giornate e il vuoto conseguente.

Ci siamo accordati sui dettagli dell’affare. Prima di stabilire una data per il trasloco, il dentista ha chiesto di poter visionare la mia busta paga. Ho acconsentito e gli ho chiesto se, da parte mia, avrei potuto usare il giardino. Il dentista si è mordicchiato le labbra e ha detto di no, ha detto che avrei avuto solo il diritto alla servitù di passaggio. Al che ho ripensato a quella cosa della Tribù dei Topi, ho pensato che quello è di fatto l’unico diritto di cui gode un topo. Poi ho ripensato a una cosa che mi raccontava mio padre quando metteva il veleno per i topi: diceva che i veleni per i topi sono progettati per causare emorragie interne, diceva che il topo a seguito dell’ingestione del veleno può morire in un paio di giorni, il che significa che il topo si spegne di una morte lenta. Mentre mio padre lo diceva, suonava molto spaventoso. E in effetti lo è.

*

© Andrea Pomella