Pedro Lemebel, Parlami d’amore

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Pedro Lemebel, Parlami d’amore, Marcos y Marcos, 2016 (trad. it. di Matteo Lefèvre); € 12,00

di Martina Mantovan

 

Parlare di Pedro Lemebel significa parlare d’amore.
Significa innamorarsi di lui, della sua storia, del suo sguardo diretto e tagliente, della musica della sua voce e di quella di tutti gli altri di cui fu cantore. Perché Pedro Lemebel non era solo uno scrittore forte e delicato: era una fata, una donna in divenire, una farfalla. E come farfalla, come mariposa, ha vissuto tutta la vita in metamorfosi, lottando e credendo fermamente nella possibilità di una rivoluzione sociale, combattendo quotidianamente contro il buio vorace del Cile degli anni Settanta e contro l’odio omofobo e cieco della società passata e odierna.
Lemebel sapeva trasformare la realtà: possedeva quel dono raro e prodigioso della capacità di mutare la paglia in oro, l’abiezione in dignità, l’insulto in poesia. È colui che da maricón si trasforma in mariposa, che dispiega le ali e fa della propria entelecheia un atto d’amore e di lotta.
Parlami d’amore è una raccolta di cronache, di narrazioni vibranti di vita: “parlami d’amore” non è solo un’esortazione a cui si viene invitati, ma l’intento profondo e viscerale di narrare la vita e l’amore, di raccontarli nella loro fusione nonostante tutto il resto. Quando Lemebel parla d’amore racconta dell’adrenalina della militanza sotto il regime, delle lacrime ecologiche che si versano a Helsinki, dell’eterna indifferenza delle rovine di Pachacamac, del tocco estraneo e vellutato del prelato, dei maremoti emotivi e fisici. Ogni cronaca brilla nella sua unicità; in ogni cronaca emerge la bellezza insita nelle cose che pochi riescono a osservare e descrivere.

Non passarono nemmeno quindici minuti che arrivò lo tsunami a ricoprire come una macchia d’olio la metà del paese con la sua melassa densa di legni e sciagura. E poi si ripiegò con la forza di una bocca gigantesca che inghiottiva tutto quello che incontrava sotto una luna sanguinosa che tingeva di rosso la catastrofe.

Pedro Lemebel non si legge, si ascolta: la sua scrittura è tutt’uno con la melodia, con le voci roche e appassionate che giungono all’orecchio da una finestra aperta, o da una discoteca clandestina. La musica disvela e scandisce i ritmi della vita; si insinua e permea la lingua della fata: in queste pagine si trova il canto liberatorio, la voce che si alza sola o in coro contro tutte le ingiustizie; un canto che riempie la gola e le strade di una felicità che non si lascia condizionare dalla sventura che opprime e pare non aver mai fine. È l’insubordinazione della gioia di vivere che si fa beffe delle avversità e mostruosità del quotidiano.

Mi piace e approvo la Festa dei lavoratori per tutte le rivendicazioni politiche del caso, ma soprattutto perché non si lavora. In questo giorno mi attira la strada, mi ipnotizza il fulgore delle molotov, mi trascina quella rabbiosa allegria che ci spinge verso l’inquieta Alameda. E marcio con la classe operaia cantando una vecchia canzone italiana di Modugno che diceva: “E il capoufficio lasciamolo su… lasciamolo su”.

Senza cedere mai alla retorica o a facili moralismi,  Lemebel spinge la narrazione su terreni franabili e scivolosi: nel raccontare episodi come lo stupro o l’abuso sessuale pare farsi carico della brutalità dell’episodio, restituendolo con sincerità e delicatezza.  Non lascia alcuno spazio a un voyeurismo della crudezza di un qual certo realismo; non perde mai di vista la poesia, e in ogni lacrima riesce a vedere il luccicore della rugiada. In ogni singola parola, nella coreografia che egli crea sulla pagina, risalta la fragilità di un animo combattivo, di una mariposa maestosa e meravigliosa nel suo essere effimera, di quella fragilità cristallina delle cose eccezionali e preziose. Lemebel è lo scrittore della libertà e delle cause perse, colui che conosce la sconfitta di mille campi di battaglia, ma non della guerra: sa che per vivere, omosessuale e travestito in un paese bigotto e oscuro, deve combattere. E lo fa con l’ironia generosa e colorata di chi non rinuncia al sorriso davanti al terrore di Pinochet.

Dietro il fumo nero e fetido della sua cremazione è rimasto un paese diviso per sempre. Una fossa di  morti senza corpo, impossibile da ricoprire con la venia pietosa del perdono. Per le strade in festa incontrai molti amici che non vedevo da anni, e l’emozione ce ne fece ricordare altri che non ci sono più e che se ne sono andati senza conoscere la sorte dei propri desaparecidos. Ma quella malinconia era l’unica cosa che oscurava il gioioso sole nel cielo in cui le bandiere rosse animavano quel chiassoso carnevale. Famiglie intere percorrevano la Alameda ricoperta di stelle filanti e perfino i cani randagi dimenavano la coda abbaiando contenti in quel pomeriggio multicolore.

Corale e musicale, coerentemente con la struttura testuale e linguistica di questa raccolta, è pure la traduzione di Parlami d’amore: essa è frutto di un’esperienza collettiva di traduzione coordinata da Matteo Lefèvre e la revisione di Claudia Tarolo. Quindici sono i traduttori che si sono confrontati con il testo di Lemebel e tra di loro, creando un lavoro polifonico che è riuscito magistralmente a rendere quella complessità emotiva e linguistica tipica dell’autore. Questa raccolta di cronache narrative nasce quindi da un laboratorio di traduzione che ha letto, analizzato e discusso gli scritti, ricreandone le atmosfere linguistiche, e restando, in alcuni casi, fedele all’originale cileno per mantenerne le sfumature. Essere sbocciato da questa esperienza condivisa aggiunge al testo un quid particolare: si trova tutta la ricchezza linguistica ed esperienziale di ognuno;  materia viva e multiforme su più fronti, questo testo raccoglie le metamorfosi e i cambiamenti di un paese, di uno scrittore e di una farfalla, nonché di  un gruppo di uomini e donne, traduttori e traduttrici, che hanno colto l’invito e deciso di parlare insieme di aeroporti, di azioni dissidenti e teatrali, di unicorni sul bus e di dittatori morti troppo tardi. E naturalmente, d’amore.

L’autobus continuò il suo percorso, mentre indietro era rimasto l’albero di gambe che da lontano appariva poeticamente tragico. Indietro restava l’albero fiorito di gambe che gli sbirri strappavano via con violenza. In realtà, non erano nient’altro che scintille d’arte di strada che duravano un batter d’occhio; non c’erano neanche foto di quell’attivismo che rallegrava la resistenza e alleviava la nostra rabbia. Dopo andavamo a casa a discutere dei dettagli.

© Martina Mantovan

Nota
Credo fermamente che il lavoro di traduzione meriti un’attenzione e un riconoscimento che spesso non trova lo spazio che merita. Chi traduce è a tutti gli effetti coautore del testo, il quale viene riscritto e arricchito del bagaglio personale e autoriale del traduttore. Per questo motivo ho deciso di menzionare tutti coloro che hanno reso possibile l’edizione italiana di questo libro: Laura M. Anzalone, Beatrice Borgato, Annunziata Capanna, Francesca Conte, Sara Coppola, Anna De Pari, Roberta Dimartino, Silvia Falorni, Edoardo Franchi, Matteo Lefèvre, Giulia Senes, Claudia Tarolo, Claudia Tebaldi, Gloria Tramontozzi, Concetta Tuccillo, Maria Elena Vaiasuso, Flavia Zibellini.

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