Altri dischi #4: Tortoise, Millions now living will never die

tortoise coverTortoise
Millions Now Living Will Never Die
Thrill Jockey, 1996

di Ciro Bertini

*

Difficile non lasciarsi conquistare da una band che ha scelto come nome di battesimo quello di uno tra gli animali più buffi del Creato, simbolo universale della lentezza, che piazza in copertina un banco di aringhe, che eleva il vibrafono, oggetto piuttosto inconsueto per un complesso rock, al livello della chitarra e i cui componenti amano scambiarsi di continuo gli strumenti come fossero giocattoli. C’è molto più di questo, ovviamente. Se un ascolto superficiale può cogliere soltanto il lato più “simpatico” ed estroso della band di Chicago, la musica racchiusa in Millions Now Living Will Never Die è in realtà il risultato di un meticoloso lavoro di ricerca sul suono e una sperimentazione infaticabile sui generi, un cervellotico processo di decostruzione e ricostruzione della forma canzone (ammesso che di “canzone” si possa parlare, trattandosi di un complesso di musica strumentale). L’impianto è sostanzialmente quello di un disco prog: una lunghissima suite in apertura e un insieme di brani a completamento, anche se nel corso di queste sei tracce si ascolta proprio di tutto, dal blues alla psichedelia, dal dub all’avanguardia, dall’elettronica alle colonne sonore, dal krautrock al minimalismo. Esiste comunque un baricentro, un denominatore comune in quest’oceano di suoni, stili, esperimenti e maestria musicale, e si chiama ritmo. Per quanto testardamente refrattari a seguire una direzione comune, quasi a voler dichiarare con orgoglio la propria indipendenza, questi sei componimenti non prescindono mai da quella matrice comune che li accompagna fedelmente lungo il cammino, dettando le (poche) regole di condotta. Un fatto in realtà neanche troppo singolare se si pensa che complessivamente, scambi di strumentazione a parte, la formazione che ha registrato l’album comprende ben tre percussionisti. Dai cambi repentini di Glass Museum e The Taut and Tame alle pulsazioni regolari di A Survey e Dear Grandma and Grandpa fino all’incedere sofferto di Along The Banks of RIvers. Non importa come o con che cosa, che si tratti di una batteria o di una chitarra, di un basso o una tastiera, di un vibrafono o di qualche diavoleria elettronica: è il ritmo, preciso e glaciale, a rappresentare l’essenza del suono Tortoise, elevandosi talvolta esso stesso a melodia, creando dense nebulose dietro le quali giungono qua e là echi di una musicalità dimenticata. Un procedimento che può forse ricordare i Talking Heads, anche se i principali ispiratori di questo capolavoro sono senza dubbio i teutonici Neu! e i ventun minuti dell’iniziale Djed sono lì a ribadirlo.
Se Hallogallo partiva però in medias res, con quell’intarsio fra chitarra e batteria che prosegue ostinato fino alla fine, Djed inizia in sordina, con un tema di basso cui fanno da contorno svariati effetti sonori. Nel corso di questa lunga suite in più movimenti si alternano dub, sciabordate elettroniche, crescendo carichi di pathos e un finale estatico e sonnolento, il tutto imbevuto in una salsa a base di tastiere ritmiche e percussioni melodiche. Ad un simile monumento allo sperimentalismo e alla fusione tra generi non poteva non seguire un brano più “tradizionale”, ed ecco infatti irrompere il rock compatto di Glass Museum, sorretto dagli arpeggi di chitarra e vibrafono, un concetto che ritroviamo anche nell’incalzante The Taut and Tame. A Survey e Dear Grandma and Grandpa, i due brani più brevi, sono invece felici incursioni nel minimalismo, il primo cadenzato da frasi incompiute di chitarra e canto di grilli, il secondo una rilassante colonna sonora per aeroporti riscaldata dal sole dei Tropici. Dopo così tante idee, divagazioni e incursioni in territori ancora inesplorati, i Tortoise provano a fare un po’ di ordine e ricompongono i cocci nella conclusiva Along The Banks of RIvers, un brano notturno e sconsolato, una chitarra esangue in primo piano e una batteria jazz a condurre un malinconico tema da film noir che sembra quasi fuori posto, dopo tante costruzioni geometriche e ricerche scientifiche. Non potrebbe invece chiudersi in modo migliore l’opera, ricordandoci che anche questi matematici della musica, in fondo, hanno un cuore e che a dare linfa vitale alle loro costruzioni avveniristiche è ancora un sangue caldo e umano.

*

© Ciro Bertini

*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: