Una frase lunga un libro #52: Cortázar & Muñoz, L’inseguitore

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Una frase lunga un libro #52: Cortázar & Muñoz, L’inseguitore, Edizioni Sur, 2016 (traduzione di Ilide Carmignani); € 15,00, ebook € 9,99

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E a quel punto ho notato che Johnny a poco a poco si estraniava e continuava a fare allusioni al tempo, un argomento che lo preoccupa da quando lo conosco. Ho visto pochi uomini così preoccupati da tutto quello che ha a che fare col tempo, un argomento che lo preoccupa da quando lo conosco. È una mania la peggiore delle sue manie, che sono tante. Ma lui la sviluppa e la spiega con una grazia a cui pochi possono resistere.

«Questo lo sto suonando domani»

L’io narrante de L’Inseguitore è Bruno, giornalista musicale, autore di un libro su Johnny Carter (alter ego di Charlie Parker), amico, angelo custode e altro di quello che è stato, con ogni probabilità, il più grande sassofonista Jazz di sempre. Bruno fa queste osservazioni circa Johnny e la sua ossessione per il tempo nella prima parte del racconto. Sono gli ultimi giorni di vita di Johnny/Charlie, ci troviamo in una camera d’albero che è poco più di una bettola, senza acqua corrente e male illuminata. Bruno arriva, come sempre, in soccorso, registra il pessimo stato di salute di Johnny che ragiona e delira contemporaneamente. Johnny che ha perso il sax in metropolitana, forse. Johnny che vorrebbe bere e fumare invece che prendere qualche medicinale che gli farebbe calare la febbre. Dédée, la sua compagna, è stanca, silenziosa, ma protettiva e propositiva, cerca conforto in Bruno mentre parte nel racconto di una delle sue ossessioni sul “tempo”. Il tempo di Johnny/Charlie è un’ossessione, ma non è anche una delle chiavi per capire il Jazz? Ammesso che lo si possa capire.

Che significa “Questo lo sto suonando domani”? Si chiede Bruno e si chiede il lettore. Significa tutto e niente. Vediamo. Significa che il Jazz, e quindi Charlie Parker, è qualcosa che va oltre il tempo conosciuto, è una musica che viene prima e dopo, è una musica che il tempo lo reinventa, lo altera, lo modifica, lo asseconda e lo distrugge di volta in volta. Johnny fa mille ragionamenti su come poter afferrare il tempo, tenerlo tra le mani, la possibilità di averne di più e subito dopo quella di non averne affatto, di non volerne, di non sapere che farsene. Johnny è quando suona, è un genio, ma anche di quello poco gli importa, o meglio gli importa per poco tempo in un tempo sconosciuto agli altri, dove la sua musica può, dove la sua musica sa.

L’inseguitore, racconto di Julio Cortázar è del 1959, è un racconto notissimo e molto bello, riproposto da Sur in una nuova veste, magistralmente tradotto da Ilide Carmignani e accompagnato dai disegni splendidi di José Mũnoz; racconto che precede di qualche anno Rayuela, e che in qualche maniera a quel romanzo è legato, l’inseguimento (ma anche il perseguimento) del destino dei personaggi è uno dei grandi temi di Cortázar. Guardando con gli occhi di Bruno, affrontiamo gli ultimi giorni di vita di Johnny Carter, in quella meravigliosa Parigi degli anni cinquanta, i caffè che ne hanno fatto la storia. Mũnoz è bravissimo a renderne l’atmosfera, e commuove quando disegna Johnny che piange inginocchiato in un caffè davanti a Bruno; Johnny che piange disperato per la morte della figlia. Con la maestria di chi sta raccontando qualcosa che non si può spiegare, Cortázar mette il suo mostruoso talento al servizio del talento di Johnny, ci spiega il genio e la disperazione, ci dice che tutte le volte che quell’uomo suonava accadeva un miracolo, accadeva una musica unica, che nessuno sarebbe stato in grado di ripetere. Perché un genio, come troppe volte è successo, debba viaggiare più o meno consapevolmente verso l’autodistruzione non lo capiremo, non ce lo spiega Cortázar, lo scrittore ci mostra la ferita, ci dice che non conta la causa, conta la tenerezza che quella ferita ci fa, conta un uomo drogato e perduto, che si è ritrovato soltanto quando ha avuto tra le mani il suo sax. Un uomo che ha vissuto un tempo interiore più lento di quello reale, più vasto, più tormentato. Un tempo suonato domani.

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© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

 

4 comments

  1. Bellissimo Gianni! Non ho letto questo racconto e chissà se Clint Eastwood, per girare Bird – nell’88 – l’avesse letto. Io immagino di sì… Però quell’anno, il ’59, è uno spartiacque nel mondo del jazz che ha a che fare anche con molta altra letteratura del periodo, soprattutto francese. Mi ripromettevo di tornarci un giorno; forse questo libro lo richiede, di nuovo.

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