I me medesimi n. 22: Giancarlo

 

berliino, foto gm

berlino, foto gm

Sua moglie gli ha detto al telefono: ti ho comprato un maglione color caramella. Che colore sarebbe il color caramella? Vedrai.

È rosa, ha detto Giancarlo. Non è rosa, ha risposto la moglie. Al massimo ciclamino. Mi hai preso un maglione rosa? Ha ripetuto Giancarlo. Ma guarda che sui polsini e alla vita è profilato in azzurro. Ah beh, fa Giancarlo. Tocca il maglione ed è morbido. Ma insomma ti piace o no? Gli chiede la moglie. Giancarlo capisce che sta per offenderla allora si infila il maglione in fretta e senza neanche guardarsi allo specchio dice: ma sì che mi sta bene.

La moglie ride. Te l’ho preso per mettere un po’ di colore in quel posto dove lavori. Il posto è tutto grigio, infatti. Tutti sono grigi, anche quelli che entrano solo per una mattinata diventano grigi. Giancarlo, figurarsi, lavora lì da quindici anni. Altro che ciclamino. Anche con addosso il maglione la faccia che gli è venuta mica cambia. Sembra un pesce dietro il vetro dello sportello informazioni.

Capelli grigi, occhiali grigi, persino le orecchie e la bocca hanno una piega che fa subito pensare grigio. Sopra il maglione ciclamino fanno un effetto strano, come se il maglione fosse una strisciata di evidenziatore sopra i caratteri imprecisi di un foglio fotocopiato. I colleghi lo guardano e alzano le sopracciglia. Giusto quello che tanto sono grigi pure loro e non si prendono la briga manco di sfottersi.

D’altra parte prova tu a non diventare grigio a girare tutta questa carta, a controllare le somme, le cifre, i riferimenti normativi. Poi arrivavano gli utenti in fila fin dal mattino e la fila fino fuori in strada. C’erano quelli che non sapevano niente e tu gli dovevi spiegare tutto e quelli non capivano e finivano per arrabbiarsi. C’erano i vecchietti soprattutto, tanti tantissimi vecchietti.

Quelli si doveva spaventarli subito. Ce l’ha il modulo? Gli si chiedeva. E se ce l’avevano, lo sa compilare? E se l’avevano compilato già gli potevi chiedere: ma è sicuro che è il modulo giusto? Se insistevano: lo sa che ci sono le sanzioni per chi sbaglia a dichiarare? Quando passavano tutti questi punti di domanda, allora gli si poteva dare il numerino e quelli eri sicuro che non li sentivi più fiatare e tu tornavi a ingrigire dietro lo sportello e a litigare con gli altri.

Ma anche litigare poi non si litiga. Giancarlo non ha mai perso la pazienza in quindici anni, quando quelli si arrabbiano lui gli ripete le stesse frasi con una voce grigia come il metallo temperato.

Ora le cose sono un po’ cambiate. Di vecchietti se ne vedono molti meno. Ora la fila più grossa la fanno gli immigrati, e lì non è più da chiedere se hanno il modulo giusto, lì è da cercare di capirsi.

In sala d’attesa delle volte non vola una mosca e non si alza nessuno per ore. Allora gli uffici di sopra chiamano giù e chiedono com’è che non arriva più nessuno, non li vedono i numeri? Oppure dicono: mancano venti minuti a chiudere, mandate la gente a due a due: chiamate voi. Allora Giancarlo si alza e col suo maglione ciclamino si piazza davanti alla folla di uomini e donne cinesi, indiani, arabi, filippini, sudamericani e guarda il tabellone.

Se, per esempio, ci sono il 33 e 34, chiama: trentacinque e trentasei. Nessuno risponde. Ci sono il trentacinque e trentasei? Tutti guardano i propri bigliettini e poi guardano lui. Nessuno parla. Allora chi ha il trentacinque? Tlenta, dice un donna timida vicina a lui. Sì signora, trenta cosa? Tlenta. Sì trenta e poi? Tlentaaa… tlè! Come tre? Trentatré? Faccia vedere… Ma lei già sopra doveva stare! Terenta cuatro? Fa allora un altro incoraggiato. Trentatré e trentaquattro? Giancarlo li guarda. Di sì, fanno quelli. Mannaggia secondo piano, gli fa lui alzando un braccio. Quelli vanno.

Trentacinque e trentasei, dice la voce metallica del tabellone. Due arabi escono dal bagno in quel momento, si guardano i numerini che hanno in mano e fanno per uscire. Trentacinque e trentasei? Gli fa Giancarlo. Sì, sì, dicono quelli mentre vanno. Mannaggia oh! Allora chi è che ha il trentasette e trentotto? Trentasette e trentotto? Una donna indiana si alza. Lei signora? Io trentanove, dice quella. Mannaggia oh! Aspetti un attimo.

Un collega da dietro gli si avvicina. Gli sussurra all’orecchio: fra dieci minuti chiudiamo. Giancarlo guarda l’orologio, guarda la signora in piedi. Il tabellone dice: trentasette e trentotto. Mannaggia oh, dice lui. Nove minuti a chiudere, quindici persone ancora in attesa. Se qualcuno resta fuori ci sarà da litigare ma lui non s’è mai arrabbiato in quindici anni, non s’arrabbierà neanche oggi.

Trentanove e quaranta? Dice. Il maglioncino, intanto, potrebbe essere di qualsiasi colore, potrebbe avere quindici anni anche lui.

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© Paolo Triulzi

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