Fukushima: il nuovo disco “alchemico” dei Kleinkief. Con un’intervista a Thomas Zane

© Camilla Martini

© Camilla Martini

Proponiamo oggi sul nostro blog un’intervista a Thomas Zane, chitarra e voce dei Kleinkief, che qualche giorno fa hanno pubblicato il loro quinto disco, Fukushima. Seguirà poi una recensione che precede – cronologicamente – l’intervista, e cioè non è stata influenzata in alcun modo dalle risposte che qui leggerete – ed è questo già motivo di “alchimia”. Buon ascolto prima (!) e buona lettura poi.

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https://soundcloud.com/kleinkief

Un nuovo lavoro con un titolo apocalittico e “non integrato”, molto contemporaneo; cos’avete di nuovo da comunicare con la vostra musica?

Il titolo nasce durante una chiacchierata con il nostro art designer, Matteo Scorsini. Gli stavo raccontando cos’era uscito dalle session di registrazione e quando gli parlai della suite strumentale che chiudeva il disco, appunto Fukushima, lui mi guardò con occhi da killer e disse “Lo chiamiamo così!”. Non dovetti convincere il resto della band, eravamo e siamo tutti innamorati di quella non-canzone ed abbiamo appoggiato con entusiasmo il suo desiderio.
Il disco è continuamente pervaso da note apocalittiche, con la punta delle dita rimane ancorato alla realtà, ma il grosso è ampiamente immerso in un mare d’incubi e visioni oniriche. Volevamo un disco ambizioso, autentico e particolare e volevamo fare un sacco di casino, ora che è tutto finito, che è finalmente “nato”, sono molto felice di com’è andata, il risultato ha di gran lunga superato le mie attese.

Banalmente: come sono nate le canzoni, quanto avete lavorato e come? Quindi qual è stata la direzione che avete intrapreso, in particolare nei testi?

Quasi tutto è nato su temi improvvisati nella nostra amata stanza. Abbiam giocato e sperimentato molto, tenendo sempre tese le orecchie, aspettando la scintilla. Ci è parso presto evidente che avremmo potuto e dovuto osare.
Abbiamo fatto una lunga e appassionata preproduzione curata dal nostro chitarrista Nicolò che ci ha portato a decidere di registrar “live”, senza click e tracce guida.
A questo punto è cominciata la ricerca del posto giusto, conclusasi fortunatamente poco dopo, abbiamo avuto tutto per noi il C32 [sito a Mestre, n.d.r.] per 3 interi giorni, un teatro dedito a molteplici performance, molto accogliente e spazioso che abbiamo sfruttato in pieno. Giorni intensi ed appassionati che ricorderemo.

Per quanto concerne i testi, per la prima volta ho lavorato anche a cose non mie; cominciò tutto quasi per caso, conobbi qualche anno fa Fabio Macellari, anni orsono lui vide i Kleinkief e ne rimase colpito, quando incrociò il nostro nome nel social network mi scrisse e da lì è nato uno scambio quasi quotidiano di sfoghi, paranoie e divertissement lessicali. Rimasi subito attratto dal suo modo di scrivere così poetico e viscerale, audace e pazzo, una sera provai ad improvvisare usando i suoi versi, mi piaque moltissimo e a lui pure. Da quell’improvvisazione è nata “Grattacieli” la canzone che apre il disco, quella che più mi piace cantare.

Cosa lo differenzia dai primi dischi e cos’è cambiato negli ultimi anni e rispetto all’ultimo del 2013 Gli Infranti (di cui abbiamo chiacchierato qui)?

Son passati tanti anni da quando abbiamo realizzato il primo disco; nonostante tra loro ci siano enormi differenze si sente che la band è comunque la stessa, perlomeno il fine ultimo, far qualcosa di musicalmente bizzarro e audace. Rispetto a Gli Infranti le differenze sono abbastanza evidenti. Prima di tutto è cambiato il gruppo. Sono entrati in pianta stabile Claudio (piano elettrico) ed Erik (basso) ed è rientrato Fabio (chitarra elettrica). Le possibilità espressive e i giochi armonici sono aumentati rendendo gli arrangiamenti più complessi ma non meno diretti. La seconda differenza arriva dall’uso in fase compositiva dell’accordatura aperta in RE della mia chitarra, già peraltro usata per i primi due dischi. Questo ha portato una cupezza maggiore rispetto a Gli Infranti, spalancando le porte ad una sperimentazione psichedelica, da sempre presente nei nostri brani, ma che prima non era mai emersa con così tanta forza. Il suono del Fender Rhodes di Claudio e i ruvidissimi giri di basso di Erik hanno poi spostato l’asse verso le sonorità dei primi anni ’70, anche questa una novità per i Kleinkief.

Ci sono riferimenti precisi per connotare questo nuovo lavoro? E più precisamente un suono, un’idea fissa, una suggestione, qualcosa che ha accompagnato il concepimento?

La libertà più assoluta è stata il filo rosso che ci ha spinto in fase di concepimento. Abbiamo cercato di evitare le influenze più banali e mainstream, lasciando che le idee di ognuno si allineassero a quelle degli altri durante i mesi di prove. Tutto però si muove su un tappeto lievemente ma costantemente tenebroso, disilluso, che porta all’esplosione finale dei 15 minuti dell’ultima traccia.
Ce ne siamo accorti man mano che mettevamo ordine al tutto e non ci siamo spaventati, abbiamo evitato di anestetizzare questa genuina e spontanea evoluzione lasciandoci andare con aria beffarda dove voleva portarci la nostra musica.

Ci sono un gesto, un colore, un mezzo pubblico (oso), un edificio, un numero, un giorno della settimana che hanno accompagnato la realizzazione del disco?

Colore direi rosso, il colore del sangue e in Fukushima ne scorre parecchio.
Gesto? Un abbraccio; il nostro disco necessita di un po’ di pazienza e attenzione, non son canzoni da ascoltare mentre si portano i figli a scuola. Ha bisogno che l’ascoltatore si lasci avvolgere.
Mezzo pubblico, uhm, un ascensore, magari proprio quello che si sente durante i primi secondi, che vuol portare “su, su”, in una dimensione che ha poco a che fare con la realtà.
L’edificio invece, una piccola casa. Piccola ma costruita con mille cure, dove ogni dettaglio ha la sua importanza. Piccola sì ma con tante stanze, molte cose alle pareti e alcuni fantasmi nascosti negli angoli bui.
Il numero è il 9, come le persone che si sono dedicate anima e cuore allo sviluppo del progetto e che rendono viva l’epopea kleinkieffiana, noi 6, Alberto De Grandis che ha curato la registrazione, Matteo Scorsini che ne ha creato l’abito e Antonio de la Squeva di Shyrec.
Il giorno della settimana è mercoledì, tutti i mercoledì sera noi ci troviamo per suonare insieme: Fukushima è nato e cresciuto in sala prove, di mercoledì.

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Foto di Riccardo Silenzi al release party del disco; Clab Casale Lab, Casale Sul Sile (TV)

Fukushima è il quinto album dei Kleinkief, uscito lo scorso 28 marzo per l’etichetta veneta Shyrec (prodotto da DISCHI SOVIET STUDIO & SHYREC), a tre anni di distanza da Gli Infranti. Un titolo che è quello di uno spazio divenuto nella storia ‘apocalittico’; un luogo in cui oggi trova sede il fenomeno del dark tourism; un ambiente ‘contaminato’ dal nucleare com’è stato, negli anni ’80 e in Europa, Chernobyl. Ma Fukushima si può ipotizzare sia, nell’immaginario di questa band, il ‘dove’ la musica deve accadere per ‘esplodere’ soprattutto (parola calzante), senza mancare di contaminarsi, ‘evadere’. Ed è da qui che si parte, per entrare nelle sei tracce del disco che, com’è nella tradizione del gruppo, unisce molte cose: se il suono, com’è stato detto anche in alcune recensioni e anteprime già uscite, guarda di più agli anni ’70 e meno al noise che ha caratterizzato gli esordi (che pure c’è anche qui), i testi – di cui in questo contributo si intende parlare con un focus breve ma significativo – sono calati nella sempre presente fusione di un certo gusto nel creare delle immagini non convenzionali e stupefacenti, surreali e irriverenti, che abbiano una presa diretta sul piano della realtà e siano in grado cioè di penetrarne le maglie, unito alla capacità di dosare un nonsense significante. Paiono quasi frutto di un’allucinazione che non è data dalla sola psichedelica; sarebbe “facile” questo gioco pensando, ad esempio, al ‘coniglio bianco’, forse uno dei simboli più efficaci per riassumere i contorni della psichedelia. E non che i simboli aggiornati non abbiano un senso, oggi, anzi; tuttavia qui ci si deve calare nel campo del rovesciamento del punto di vista, come se a guardare non fosse l’uomo, ma la sua proiezione, un altro da sé, in altri termini un “replicante”. Verrebbe da dire un ‘io’ che è anche un ‘tu’, capace cioè di sviscerare la contemporaneità senza prescindere da una tradizione di linguaggi. Così i Grattacieli della prima traccia «stanno camminando./ Andate piano,/ qui va tutto bene»; sono appunto umanizzati e sovrapposti nel punto di vista ai versi successivi, in cui agiscono «fanciulli enormi e senza collo,/ la vita è così fragile./ È meraviglioso,/ la vita è così fragile», lì dove agisce un nuovo cortocircuito del parlante. Non a caso tutta la seconda parte della canzone parla di un'”ascensione”, parola che ha a che fare con il “sacro” ma vestita qui di un significato “contingente” che non stride e al contrario potenzia il seguito del testo, in cui prevale il colore bianco, abbacinante, della neve. Anche Mr Fulcanelli, che mette al centro due protagonisti e una scena di “crudeltà”, parla di un rapporto con il reale e con le «mezze verità» “che si nascondono, a Tokyo o a Belgrado”, in due punti del pianeta dove Oriente e Occidente si confondono. Forse non è così sbagliato pensare che il concept si stia formando alle nostre orecchie mentre «qui si galleggia,/ aspettando che ci venga un’idea», come dice Il regno, la terza traccia, in cui “le ossa, il sangue, le radici”, tutti elementi umani e naturali atavici, fanno chiedere: «come credi che sopravviva/ a questo senso di invadenza/ che non vuol più/ andare via?»; “regno” ed “invadenza” sono parole chiave che assumono lo status in cui ci si trova a metà dell’ascolto dell’album. Mentre Capogiro ispirato pare quasi un parlare sognando, un viaggiare nel tempo onirico e fragile; non a caso il recitato porta a I dannati, in cui “occhi” e “sangue” aprono ad un gioco quasi perverso e delirante del testo che chi ascolta si aspetta. Del resto l'”inferno” (culturale contemporaneo) è reiterato in queste prime cinque tracce, in cui non vi è – però – alcun segno della postmodernità tanto cara a molto cantautorato odierno; questo è senz’altro indice di eleganza. La musica, sino a qui, segue molto le parole ed evidenzia i contenuti dei testi secondo una complessa struttura in cui si sente anche un desiderio di sperimentare, con atmosfere più sospese e senza preconcetti, ad esempio quelle dell’incipit della title track che chiude l’album (unico brano strumentale), come a riferire che le parole dovevano venire meno a una certa altezza, essere cioè sottratte. Così i titoli sembrano seguire una scansione e l’intenzione di creare un percorso analogico, una contiguità necessaria, che non sarebbe possibile senza il filo rosso dell”alchimia’ che caratterizza in Fukushima, più che in ogni altro disco dei Kleinkief, il processo creativo.

© Alessandra Trevisan