Una frase lunga un libro #50: Roberto Bolaño, Notturno cileno

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Una frase lunga un libro #50: Roberto Bolaño, Notturno cileno, Adelphi, 2016, € 15,00, ebook € 7,99; trad. di Ilide Carmignani

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel gioco invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea. A mio presunto discredito. Bisogna essere responsabili. È tutta la vita che lo dico.

Il numero cinquanta di Una frase lunga un libro non poteva che essere Notturno cileno di Roberto Bolaño, per due motivi; il primo è che un numero così alto per una rubrica di recensioni richiede un festeggiamento, richiede un libro e uno scrittore superiori alla media. Il secondo è paradossale e splendido. Come sapete, la rubrica, molto semplicemente, parte da una frase che rappresenti il cuore di un libro o che consenta di individuare un punto di partenza di un romanzo. Roberto Bolaño, maestro di molte cose e anche di paradossi, di enigmi, di ribaltamenti di prospettiva, con Notturno cileno (uscito per la prima volta in Spagna, nel 2000) scrive un romanzo che ha un ritmo così serrato (non ci sono nemmeno i capitoli) che impedisce le pause e che pare reggersi su un’unica lunghissima frase. Eccolo, il mio amato Bolaño arriva e mi risolve e spiega l’idea della rubrica. Il brano che ho scelto è – inevitabilmente – l’incipit, fatevelo bastare, non potevo ricopiarvi il libro, ma quando arriveremo in fondo pochi di voi non si precipiteranno fuori a comprarlo; come il protagonista di Ninna nanna di Palahniuk (Mondadori, 2005, trad. di M. Colombo) si precipitava fuori di casa per comprare le patatine al formaggio dopo averne visto la pubblicità.

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Bolaño sceglie un uomo per protagonista, un uomo che è molte cose, a cominciare dal nome, ne ha due. Quello vero, quello dell’uomo di chiesa, Sebastián Urrutia Lacroix, e quello da poeta e critico letterario, nome d’arte, quindi, Ibacache. Padre Ibacache, gioca Bolaño. Un uomo di potere, almeno in apparenza, un uomo che ha potuto decidere e incidere vestito con l’abito talare, e un uomo che ha potuto attraverso la critica letteraria cambiare o non cambiare le sorti di questo o quel poeta, benedire o maledire una prosa o uno scrittore. Gioca Bolaño, lo ha sempre fatto, in tutti i suoi romanzi, mappe che conducono dentro altre mappe, isole trovate e perdute, personaggi che si rincorrono da un racconto a un romanzo; il gioco qui è tutto in una notte, dove contano il delirio di chi sta arrivando alla fine dei suoi giorni e la memoria che ordina e disordina i pensieri come avviene soltanto nei sogni.

Il giovane invecchiato è la coscienza, è l’uomo che si guarda nell’ultimo specchio e che, suo malgrado, sarà costretto a fare ordine prima di andarsene. La vita di Sebastián è stata piena di cose, dall’amicizia e protezione ricevuta da Farewell, il più grande critico letterario cileno, alle notti passate a insegnare il marxismo a Pinochet e ai suoi ufficiali, in gran segreto. Un uomo che ha conosciuto Neruda, che ha letto e ha studiato tantissimo, che ha conosciuto Parra, che ha visitato tutto il mondo, che ha imparato i segreti e la bellezza di ogni chiesa, dalle preghiere che non si recitano ai falchi che i preti europei hanno usato per eliminare i piccioni. Un uomo che ha visto l’arrivo di Allende, e il desiderio di questi di fare le cose per il popolo, ha visto la gente patire la fame, non ha capito. Ha visto l’arrivo di Pinochet, la fine di Allende, ha visto il coprifuoco, si è fatto rassicurare dall’arroganza, non ha capito, di nuovo. Ha sempre scritto poesie, a suo dire belle, altre volte, sempre a suo dire, molto brutte. Ha dormito da solo. Ha pregato e si è preso in giro. Ha partecipato a serate con letterati, di notte, durante il coprifuoco, in casa di una ricca aspirante scrittrice, moglie di un americano. Chi era l’americano? Non lo ha capito. Nel sotterraneo di quella casa venivano torturati uomini contrari al regime, nessuno sapeva. Lui, Sebastián, il grande critico letterario, l’uomo che avrebbe dovuto possedere la forza e la verità della fede, la saggezza e la conoscenza della letteratura, non si è mai accorto di nulla. Roberto Bolaño, con una prosa che, in molte pagine, è davvero straordinaria, racconta la storia del suo paese, e di uomini piccoli, attraverso i ricordi di un uomo che il potere ha conosciuto, ma ha preferito – come tanti, come troppi – restare al riparo, viaggiare accanto al potere, godere di quei vantaggi, a volte grandi, a volte piccoli, che consentono la comoda sopravvivenza, per questo non farà una piega quando verrà invitato a insegnare il marxismo a Pinochet, che vuole imparare perché deve sapere tutto del nemico. Per questo non dirà nemmeno una parola quando il dittatore si farà beffe di Allende, come di uno che non leggeva libri, al massimo giornali, un ignorante. Notturno cileno è un romanzo che commuove. È un libro potentissimo, furibondo, vertiginoso, scritto da un genio della letteratura, un libro che ti fa desiderare di avere a che fare con questa prosa per tutta la vita, e che spiega più di molti saggi perché i regimi hanno spesso trovato terreno fertile: perché in Cile, in Sudamerica, ovunque, chiunque abbia avuto ricchezza e potere ha sempre fatto in modo di non perderla, non facendo niente. La condanna più grande per Sebastián Urrutia Lacroix arriva da chi lo ha inventato, perché Bolaño gli dice e ci dice che se non salva la letteratura nulla più salverà.

Lei respirò l’aria dei sobborghi di Santiago, quell’aria che era la quintessenza del crepuscolo. Poi si guardò intorno, tranquilla, serena, a suo modo coraggiosa, e vide la sua casa, la veranda, il posto dove un tempo parcheggiavano le auto, la bicicletta rossa. gli alberi, il sentiero sterrato, la recinzione, le finestre chiuse tranne quella che avevo aperto io, le stelle che brillavano in lontananza, e disse che è così che si faceva la letteratura in Cile. Io chinai la testa e me ne andai. Mentre guidavo, di ritorno verso Santiago, pensai alle sue parole. È così che si fa la letteratura in Cile, ma non solo in Cile, anche in Argentina e in Messico, in Guatemala e in Uruguay, e in Spagna e in Francia e in Germania e nella verde Inghilterra e nell’allegra Italia. È così che si fa letteratura. O quello che noi, per non finire in discarica, chiamiamo letteratura.

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© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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