I me medesimi n. 20: Nando

belino foto gm

 

I me medesimi n. 20: Nando

Dormì in auto con la radio accesa. Alla mattina si svegliò in mezzo al traffico, la batteria era esaurita e lui decise di bruciare i propri documenti. Era pulito adesso. Non c’erano più macerie nel suo spirito. La polvere soffiata via dalla brezza notturna. Nessun sintomo di tristezza ad appesantirgli i movimenti delle mani. Era pronto ad ammazzarsi. Adesso sì.

Adesso non era neanche più un pensiero. Non era un chiodo fisso né un’idea intermittente. Adesso quello di ammazzarsi era un proposito certo. Certo come la certezza che si metteranno le calze prima delle scarpe o che si aprirà l’ombrello in caso di pioggia. Un movimento stabilito, un gesto preciso, familiare. Come aprire il cartone del latte o preparare il caffè. Come alzarsi alla mattina.

Uscì dall’auto e si stirò. Considerò quanto fosse bella quella giornata di sole. Le altre auto gli passavano di fianco e la gente che camminava sul marciapiedi non lo guardava. Lui sorrise con la bocca aperta, mentre sbadigliava. Si passò la mano fra i capelli e infilò la giacca. Chiuse l’auto e andò a pigliare un caffè con lo stesso spirito con cui si fanno le cose nei giorni di vacanza.

La certezza di volersi grattare finalmente quel prurito di ammazzarsi lo metteva di buon umore. Non sapeva ancora come avrebbe fatto. Non lo aveva deciso. Ma sarebbe venuto al suo momento. Come le calze, come il caffè, eccetera. Nessuno decide in anticipo come mettersi le calze, da che piede iniziare, per esempio. Sarebbe venuto come un colpo di tosse quando si ha la tosse.

Uscì dal bar e camminò. Era felice di ammazzarsi quel giorno. Era felice di averlo deciso perché non avrebbe più dovuto stare tanto a pensarci. Continuò a camminare. Passò sul ponte e guardò un po’ i treni. Scese dal ponte e se ne andò a casa. La schiena gli faceva male e voleva stendersi sul divano. Voleva togliere le scarpe. Voleva leggere il giornale.

In casa non c’erano armi. Non c’era corda. Non c’erano pastiglie. Non c’erano lamette da barba. L’appartamento stava al primo piano e i treni in corsa erano ormai alle spalle e di tornare indietro non aveva voglia. Non voleva andare a casa ad ammazzarsi, solo a riposare. Il suicidio, quello sì, si sarebbe fatto, ma a suo tempo. Come un colpo di tosse. Come un peto. Naturale.

Quando una cosa è decisa è decisa. Non ci si pensa più. Si aspetta il momento e basta. Intanto non è che si smette di mangiare o di andare in bagno. Lui aveva deciso di ammazzarsi e perciò non se ne preoccupava più. Il come, il quando… è tanto facile morire. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Gli venne voglia di frittata e di spremuta d’arancia. Andò al mercato per le uova e le arance.

Girava per le bancarelle sorridendo a tutti. Con il giornale sotto al braccio. Chiese tutto per favore, più gentile ancora del solito. Come se conoscesse proprio personalmente chi gli incartava le uova, chi gli allungava il sacchetto di arance. Cinque chili a quattro euro? Va bene. Sorrideva e chiudeva gli occhi al sole che gli batteva sulla faccia. Cercò i soldi in tasca e trovò anche il tesserino del lavoro. Ah già, pensò, dovrò chiamare che oggi non vado, e si diresse verso casa.

Sulla soglia del portone, con la chiave nella toppa, sentì chiamare. Nando, Nando. Si girò lentamente e sorrise a chi chiamava dietro di lui e disse: Sì.
Ah, no! … scusi: ho sbagliato! Disse quello.
Infatti lui, non si chiamava mica Nando.

*

© Paolo Triulzi

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