I me medesimi n. 17: Remigio

Amsterdam, foto gm

Amsterdam, foto gm

Da casa esce alle sei. Un pacco di carte sotto al braccio. La moglie gli ha regalato un trolley ma lui non ha ancora avuto il tempo di aprirlo e riempirlo. Automobile, traffico. Detta nel viva voce un paio di lettere. Ascolta programmi radio del mattino. Suona il clacson forte ma senza cambiare espressione, né gridare. Alle otto è in studio. Molla il pacco di carte, lo divide in due. Una metà la mette sullo scaffale, l’altra se la tiene sulla scrivania. Va dalla segretaria, le dà la registrazione di quello che ha dettato in macchina e le chiede un caffè. Rilegge le carte sulla scrivania. Controlla due cose. Beve il caffè. Riprende le carte sotto il braccio e va in tribunale. Ha tre udienze, su due piani diversi. In una c’è da aspettare parecchio, lascia lì il suo praticante. Dice di mandargli un messaggio quando tocca a loro. Lui va al settimo piano. La controparte non è ancora arrivata. Il giudice lo chiama, Remigio entra e dice: signor giudice… Quello gli dice tornate fra mezz’ora, quando ci siete tutti. Torna al primo. Entra nella terza udienza, è in ritardo. Lì c’è un sacco di gente in piedi e un giudice che sgrida tutti. Entra e dice: devo oppormi, colleghi, signor giudice lo dica anche lei… Il giudice gli dice: ma lei chi è? Remigio si presenta, il giudice verbalizza e dice tornate tutti fra tre ore. Tutti guardano male Remigio. Torna di corsa al settimo piano, la controparte è arrivata. Entrano dal giudice e immediatamente si mettono tutti a urlare. Il giudice dice: la farò accompagnare dalla forza pubblica. Anche Remigio urla: signor giudice lo dica lei, lo dica lei! Gli altri hanno torto ma se lascia urlare solo loro poi finisce che il giudice per farli stare zitti gli dà il contentino e lui, Remigio, ci perde qualcosa. Allora deve urlare anche lui. Non sa bene cosa ma sa che certe volte si deve urlare e allora urla. Quando esce dalla stanza è passata più di un’ora. Ci sono quattro messaggi sul telefono. Due della segretaria, uno del praticante, uno della moglie. A quello della moglie non saprebbe cosa rispondere.

Torna al primo piano dal praticante che gli ha scritto: ci siamo quasi. Siamo quasi dove? Gli chiede Remigio. Manca ancora un pezzo al loro turno. Mi ero confuso mi scusi, dice il praticante. Remigio si siede a un banco e apre le carte. Fa finta di leggerle, intanto pensa a cosa rispondere alla moglie. Vorrebbe scrivere: ma cosa cazzo vuoi che ne sappia di ‘sta sera? Non può. La cosa migliore sarebbe dire sì. La cosa migliore sarebbe sempre dire sì. Chiuderebbero il tribunale in due giorni, pensa. Sorride storto. Se dico sì, poi mi dice allora al regalo puoi pensare tu che sei già in centro? Da scommetterci cento euro che glielo dirà. Poi domani mattina ha l’aereo per Roma. Che cazzo di voglia può avere? Va bene Amore. Scrive e si tira su dalle carte. Appoggia il telefono davanti a sé e aspetta la risposta della moglie. Ci mette dieci secondi ad arrivare. Sono contenta Amore! Allora dobbiamo portare un pensiero, ci puoi pensare tu che sei già in centro. Remigio increspa la bocca e si sente rosso in faccia. Sta per ridere poi si ricorda che è in tribunale. Alza lo sguardo immaginando l’inferno. Perché non alzi quel tuo culo grasso e non vai tu a comprare qualche troiata per i tuoi amici di merda. Poi si guarda intorno come se qualcuno avesse potuto sentirlo. Vede il praticante che guarda fisso verso il tavolo del giudice. Ha la bocca aperta e gli occhi sgranati. Mi pare un pesce, pensa. Poi un altro messaggio. Ti amo. Cazzo! Pensa Remigio che ha visto l’orario dal telefono. Si alza prende le carte, si ficca in tasca il telefono, e corre all’altra udienza. È di nuovo in ritardo. Tutti in piedi che litigano tra loro. Il giudice che sgrida tutti. Chiedo un rinvio per esaminare i nuovi documenti depositati in data odierna, dice. Tutti urlano ancora e il giudice rinvia. Remigio esce, torna dal praticante che ora è davanti al giudice e parla. Sempre con la faccia da pesce. Ma che cazzo parli? Pensa Remigio. Lo raggiunge, gli sfila di mano una carta che stava passando al giudice. Sorride e ne porge un’altra. Sono praticanti, dice sorridendo. Sente il cellulare che inizia a vibrare in una tasca. Scusate dice e si allontana. Esce dall’aula. È la moglie. Risponde che adesso non può, che la richiama dopo. Rientra in aula e bisbiglia al praticante: cosa urgente, vado. L’altro annuisce. Tu qui te la cavi? L’altro annuisce. Sì, una cosa dovevi fare e la stavi pure cannando, pensa. Bravo, gli dice. Sono le due. Torna in studio. Dice alla segretaria cosa fare il pomeriggio. Esce subito. Inizia a vagare per il centro. Guarda le vetrine. Il telefono continua a vibrare. Guarda dentro le vetrine e non vede niente. Tutta roba inutile pensa. Il telefono continua. Ha ancora il pacco di carte sotto braccio. E queste perché non le ho lasciate in ufficio? Guarda l’ora, sono le quattro e mezza. Ma che cazzo. Svolta in un vicolo dove c’è un ristorante cinese. Entra. È aperto chiede? Certo. È solo? Gli chiedono. Sì, risponde. Si siede e guarda il menù. Non riesce a leggere. Mi porti tutto, dice. Tutto? Sì. Apre le bacchette e le sfrega fra di loro. Allenta la cravatta e si infila il tovagliolo nel colletto. Le carte sono lì affianco su una sedia. La spinge più sotto al tavolo per non vederle. Spegne il telefono e lo mette in tasca. La roba inizia ad arrivare. Remigio abbassa la testa sul tavolo, prende con le bacchette il primo raviolo e se lo infila in bocca. Attacca a masticare. Una cosa dietro l’altra, un piatto dietro l’altro. Senza respirare.

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© Paolo Triulzi

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