Davide Longo, Maestro Utrecht

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Davide Longo, Maestro Utrecht, NN editore, 2016, € 13,00, pag. 160

 

Maestro Utrecht non è il personaggio di questo romanzo: egli appare e scompare nel suo essere multiforme in quanto persona; è l’individualità sfaccettata e cangiante a seconda di quale aspetto della vita del singolo si decida di illuminare. Maestro Utrecht è Stefano M***, l’italiano morto sotto un ponte a Utrecht; ma non solo, o meglio anche, Sergio, amato da Eleonora. È l’insegnante della città di provincia che parla coi cani, ammalia i bambini e conosce gli alberi; il discendente del conte Annibale M*** della Mirandola, tra i rappresentanti firmatari della pace di Utrecht del 1713.
Davide Longo procede nella narrazione alternando due piani temporali: la sua ricerca è il tentativo di dipanare la matassa del mistero che cela l’individuo. Non si tratta dell’individuo eccezionale, dell’uomo comune che assurge a tòpos letterario: è nel pulviscolo, nelle briciole distrattamente disseminate nel racconto che si abbozza il ritratto dell’uomo in questione, di un uomo che si fa questione nel suo essere insofferente alla determinazione. È uno schizzo fugace e opaco, fuori fuoco come il senso ultimo di una vita perennemente ai margini; nel porsi al di sopra e al di sotto della linea continua delle esistenze normalizzate sta il particolare che dona alla vicenda una valenza simbolica

Con questo bagaglio meno che essenziale, simile a quello con cui Maestro Utrecht dovette mettersi per strada, ci apprestiamo dunque a indagare il mistero dei suoi ultimi dieci anni di vita; pronti ad acuire lo sguardo nelle zone d’ombra così come a fare schermo agli occhi in quei rari momenti di luce abbagliante, sufficienti tuttavia a far risplendere un’esistenza che, per queste e altre ragioni, non ci si può astenere dal definire straordinaria.

L’autore segue le tracce lievi lasciate lungo il tragitto dai detriti di una vita: giunto in Olanda per un approfondimento sul trattato di pace che pose fine alla guerra di successione spagnola, incrocia la vicenda di un uomo trovato morto sotto un ponte dell’autostrada. Di lui non si sa nulla: solo un corpo di dieci chili scarsi; in tasca un frammento di carta d’identità e il tema di un bambino.
E come un bambino, come coloro ai quali ha sempre preferito dedicare la sua carezza esistenziale, Maestro Utrecht pare finire per assomigliare. Il corpo rinvenuto è rimpicciolito, quasi consumato da un dispendio di energia trasversale e poliedrica. Dalle nubi dell’ignoto pare emergere l’idea di un bambino indaco: un essere delicato, con una sensibilità al limite del paranormale. O forse è solo un anfratto in cui il chiaroscuro dell’esistenza trova il suo habitat ideale per radicare il visionario, l’irreale, l’onirico. Uno spazio caldo e umido dove l’autore lascia macerare la narrazione delle piccole coincidenze del quotidiano per farla diventare letteratura.

Uno scrittore non si ciba di vita propria o altrui, ma ne ritaglia porzioni, le trascina nella tana e aspetta che su quei brandelli in decomposizione, grazie al luogo caldo, chiuso e poco areato, nascano le storie. Ne deriva che le storie non sono vita, ma qualcosa che cresce sopra la vita, nelle tane di determinati individui. Può sembrare una questione di lana caprina, ma in verità è sostanziale, avendo a che fare con la sostanza di cui sono fatte le storie.

La narrazione  come prassi e la sua potenziale fallacia intrinseca sono materiale vivo di cui Longo si avvale: i tasselli mancanti per ricostruire la storia di un uomo, o dei molti uomini che hanno abitato lo stesso corpo, i nomi e i paesaggi di cui è stato parte, sono strumenti usati sapientemente per portare il discorso sull’essere della scrittura. Il modo in cui delinea il quadro generale, il puzzle strutturalmente incompleto che da esso ne ricava, ci fornisce un esempio della pratica del narrare.  Solo la finzione del racconto può dunque colmare quei buchi disarmonici lasciati dalla cronaca del reale. Perché solo dove si ferma il resoconto dettagliato e cronologico può aver avvio la narrazione.

© Martina Mantovan

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