La botte piccola #4: Friedrich DÜRRENMATT, La morte della Pizia

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il quarto appuntamento è con il racconto lungo di Friedrich Dürrenmatt La morte della Pizia. Buona lettura.

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Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. Vero è che in simili casi, essendo comunque dubitosi coloro che venivano a consultarla, la Pizia soleva rispondere con un semplice: sì e no, dipende…; quel giorno però l’intera faccenda le parve di un’idiozia veramente intollerabile, forse soltanto perché quando il pallido giovanotto arrivò claudicando al santuario erano ormai le cinque passate, invece di starlo a sentire Pannychis avrebbe dovuto chiudere, e allora, vuoi per guarirlo dalla fede incondizionata nelle sentenze degli oracoli, vuoi perché essendo così di cattivo umore le saltò il ghiribizzo di fare arrabbiare quel principe di Corinto dall’aria altezzosa, la Pizia gli fece una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre, senza contare che per lei tutte quelle storie di accoppiamenti incestuosi fra dèi e semidei altro non erano che insulse leggende. Va detto però che un leggero disagio la colse nel momento in cui, udite le parole dell’oracolo, quel tipo maldestro di un principe di Corinto sbiancò in volto; la Pizia lo notò pur assisa sul tripode e avvolta com’era da una nuvola di vapori, e pensò che dovesse trattarsi di un credulone straordinario. Quando poi, uscito dal santuario con fare circospetto, Edipo ebbe pagato l’oracolo al gran sacerdote Merops XXVII, che incassava personalmente dai clienti aristocratici, Pannychis lo seguì con lo sguardo ancora per un attimo e scrollò il capo perché vide che il giovanotto non prendeva la strada che portava a Corinto, dove pure vivevano i suoi genitori; ma il pensiero che quel responso dato per celia potesse provocare una disgrazia lo respinse subito e, nel rimuovere quella strana e spiacevole sensazione, la Pizia dimenticò Edipo.

Sono sempre stata scettica di fronte a questo effetto collaterale dell’incontro con i grandi, ma se mai c’è stato un brano che mi ha fatto pensare “ecco, non scriverò mai più” è questo lungo, montante e ghiotto incipit di La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt. (E Moby Dick, ovviamente; prevengo le polemiche ribadendo che non si gioca ad acchiapparello coi ghepardi.)
Ci sono libri – o intere produzioni di autori, se si è fortunati – che marchiano il sentire di chi legge, lo schiudono e gli danno un’impronta, insomma una direzione e un godimento; ma ce ne sono altri che portano una tale sapienza (penso per me a un certo Nabokov, al Soccombente, a ogni singola sillaba della Dickinson, a Stevenson) da seccare la gola e lasciare il dubbio desolante di aver toccato una vetta troppo alta e di esserne usciti, in qualche modo, vaccinati. La morte della Pizia (Adelphi 1988, traduzione di Renata Colorni)inserito da Dürrenmatt nel Mitmacher del 1976, è uno scherzo sul tema della profezia, una rapsodia sul mito di Edipo, eppure insinua il disagio di aver coperto con la sua narrazione ironica e leggera tutto quanto c’era da dire sulla questione della libertà e della predestinazione.
Pannychis XI, decrepita Pizia sfruttata dal gran sacerdote convinto che gli oracoli più folli e remunerativi si hanno in punto di morte, passa le giornate a brontolare nel suo santuario pieno di spifferi, trovando pace per i suoi reumatismi solo poggiandosi sui fumi caldi del tripode. Dà responsi a caso («il semplice fatto che Giasone avesse sposato Medea era più che sufficiente a spiegare come mai alla fine lui si tolse la vita») ma anche grazie al suo intuito («ma non va dimenticato che quando era comparso a Delfi con la sua fidanzata per implorare un responso dell’oracolo del dio, la Pizia col suo fiuto infallibile aveva sentenziato seduta stante che meglio sarebbe stato per lui gettarsi sulla propria spada piuttosto che prendere in moglie quella mangiatrice di uomini»). La sua vita di borbottii e semolini cambia quando Tiresia le chiede di pronunciare un oracolo per la peste scoppiata a Tebe. «”Giambi”, disse lei con un altro sospiro, dopo aver dato un’occhiata al foglietto. “Figurarsi se quello rinunciava a scrivere in versi”».
Solo quando Edipo e Antigone, coperti di cenci, tornano al suo santuario, la vecchia Pannychis si rende conto che la peste non si è abbattuta su Tebe per le ben note condizioni fognarie, ma per colpa del suo «scherzo mostruoso»:

Allora tutt’a un tratto Pannychis XI scoppiò a ridere, e la sua risata diventò immensa, incommensurabile; dopo che il cieco se n’era andato zoppicando con la figlia Antigone già da un bel po’, lei stava ancora ridendo. Eppure, come di colpo era scoppiata a ridere, così di colpo la Pizia ammutolì quando le venne in mente che non tutto ciò che era accaduto poteva essere considerato frutto del caso.

Fruga nell’archivio, Pannychis, e scopre il passato oracolo di Tiresia e Ktobyle IV che impediva a Laio di avere un figlio, un chiaro intrigo di potere per mettere Creonte al trono; lei, si accorge, ha solo finito il lavoro accettando l’ultimo oracolo di Tiresia, «per di più in quegli orribili giambi, sono più perfida io di Krobyle IV, che almeno profetava solamente in prosa».
Quanto Edipo sa di tutto questo? Quanto Laio? E quanto Giocasta? I loro fantasmi sfilano davanti alla Pizia intossicata dai fumi del tripode, rintanata a pensare ai ghirigori degli dèi e allo spazio concesso alla libertà degli uomini. Bugiardi a vicenda e bugiardi con noi che ne abbiamo riportato la saga, Edipo e Giocasta precedono la venuta di Tiresia, aprono il passo alla Sfinge, in un tentativo sempre più arzigogolato di ritrovare la verità in una serie di complotti, fughe, disegni, sforzi di innestare la propria vita sulla propria volontà, nel conflitto tra ordine e caos, veggenza razionale e furia del vaticinio. È Tiresia, pure sconfitto nei suoi tentativi, a invitare la riottosa Pannychis a fare pace con qualcosa che somiglia al tema dell’intero libro:

Non esistono storie irrilevanti. Tutto è connesso con tutto. Dovunque si cambi qualcosa, il cambiamento riguarda tutto. […] Con il tuo oracolo hai inventato la verità.

© Giovanna Amato