Novità: Giorgio Ghiotti, Estinzione dell’uomo bambino (Perrone, 2015)

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Ti ho chiesto di recitarmi dei versi:
Tìtire tù patulè…, hai cominciato.
Neanche per un momento ho dubitato
dei tuoi versi verissisimi.
Sei un poeta di solo amore.

Giorgio Ghiotti

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Giorgio Ghiotti, Estinzione dell'uomo bambino (Giulio Perrone Editore, 2015)Quando un po’ di tempo fa pubblicai l’articolo sulla poesia di Sandro Penna, proprio in questo blog, nella discussione che ne seguì ci fu chi mi chiese se ci fosse qualcuno, nel panorama attuale, che avesse fatto realmente tesoro di quella lezione penniana così cara e così rara. Be’, azzardo ora quella risposta che non seppi dare allora facendo il nome di Giorgio Ghiotti; azzardo sapendo di poterlo fare senza appioppare al giovane poeta un’etichetta che lo potrebbe perseguitare in futuro − (ma diamine! chi non vorrebbe essere perseguitato da una simile etichetta?) −; perché Penna incontra Bellezza nel punto esatto dove emerge la singolare voce di Ghiotti (come nella lunga Erotica che se si apre col più classico dei moduli di Bellezza, chiude con l’altrettanto classica − e ossimorica, data la posizione in clausola − epifania penniana).
Grazia e gioia di vivere (che non significano banalità e fuga dal dato reale, ma come la definisce Ghiotti stesso è «una scontrosa urgenza di grazia») scorrono in questo poeta giovane e già maturo in tale quantità da appannare schiere di debuttanti insieme a schiere di auto-confermati poeti.
Le sette sezioni che compongono questo corposo libro di poesie (sette sezioni come sette sono le Pleiadi astronomiche e mitologiche, le stelle-sorelle naviganti, capaci di guidare il marinaio-poeta) sviluppano il coacervo tematico di Estinzione dell’uomo bambino (uno dei più bei titoli dati a un libro da molti anni) che non fa mistero dei molti legami con i propri autori; autori che vanno dai già ricordati Penna e Bellezza, passando per Amelia Rosselli e Biancamaria Frabotta, fino ai numi tutelari della letteratura inglese, cuore degli interessi critici di Giorgio Ghiotti.
La prima chiave di lettura di Estinzione dell’uomo bambino porta la firma di Vivian Lamarque, che, madrina di questo battesimo in versi di un autore che vanta già un Campiello Giovani con l’esordio, ancora liceale, in prosa, avvicina la vena di Ghiotti alla lettura ‘non edulcorata’ della fiaba di Peter Pan; mette subito sull’attenti il lettore, insomma, tenendo ben presente un verso del nostro che addita ironicamente come tutte “false” le fiabe.
Eccola qui, allora, la cifra, la nota tenuta dell’uomo-bambino Giorgio Ghiotti: la capacità di non farsi rapire dall’elegiaco nemmeno quando si canta a squarciagola l’amore, perché non è messa in dubbio mai la sincerità del sentimento: è, semmai, in dubbio il dato umano, sempre così dubbioso e a volte debole al punto da desiderare di «atteggiarsi da luna» per scansare la paura perché il suo amore «guarda spesso la luna e quella / gli dice delle cose meravigliose» (p. 97).
E poco importa che l’amore sia omoerotico. Anzi no! tutto importa in questo canto che non si nasconde, perché qui, come già nella poesia di Alessandro Brusa, è la natura dell’amore, e perciò stesso dell’individuo, a prendere voce: la si scandaglia per disvelarne la forza (come si augura con altri accenti la poesia di Franco Buffoni). Si (ri)cerca l’uomo partendo dalla disanima di alcuni punti fermi, che sorprendono data la giovane età del poeta.
E sono considerazioni preliminari queste; pochi e sparsi appunti per un discorso da fare tra un po’ di tempo, quando la lettura di queste poesie si sarà sedimentata. Queste considerazioni sono un invito alla lettura.

© Fabio Michieli     su Twitter @michielabio

da I. Terra straniera

I

C’è qualcosa nel tempo
che resiste al tempo.

Ma chi resiste a te
fuori dal tempo?

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VI

Solo i morti vedranno la fine della guerra.
Certe sere prima di dormire ti rivedo
e fatico a riconoscerti come una terra straniera.
Ti chiamo in molte lingue, mi fai poliglotta,
non è l’artrosi a instupidirmi le gambe.
Io mi preparo ogni giorno alla mia piccola lotta quotidiana,
mi armo di tutto punto contro i ricordi felici, i tuoi
capelli,
vado a caccia del lupo misterioso che ogni sera
dallo specchio mi osserva che mi faccio la barba
e ride di me, del taglio sulla guancia, della mia chimera.

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da II. Vivere a orecchio

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Vivere a orecchio,
dicono alcuni. Con te
è il senso teso al sottobosco.
Mio lupo, io ti starei in pancia
sparando a quanti per ferita
o strappo della tua santa carne
volessero mai un giorno me
da te diviso. Da un amore così
non se ne esce vivi, le fiabe
sono tutte false.

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*

La stanza tutta zuppa di luce,
la sua giovane ansia di godere.
Com’è bello non sapere l’amore.
Il corpo adolescente che riluce
bagnato da un dolcissimo sudore.

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Avremo un figlio e sarà nostro
anche se avrà il tuo solo nome, i tuoi ginocchi
e di me forse una vaga tristezza
e malinconia di mostro
dentro gli occhi.

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da III. Figure

Per Biancamaria Frabotta

II

Chiusi tutti di dentro, gli anni
di fuori, gli anni di fuoco e di vento,
gli occhi sostengono gli occhi
con ganci e fermagli e altre cose
d’infanzia quando innocenti e sciocchi
correvano per le stanze, allegria di canti.
Non invecchia lo sguardo che ti scopre
e ti scopre tanto che ti incanti.

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da IV. Estinzione dell’uomo bambino

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È già preistoria il futuro
dei padri, le ossa me le sento
dentro al cuore, lo tengono vivo
lo sostengono verticale
gli danno forma e la forma
è la tua. L’estinzione avanza
a passi da gigante, archeologia
del futuro che svapora. Tu resisti.

 

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