Franco Buffoni, Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli)

Franco Buffoni: Avrei fatto la fine di Turing.             Avrei fatto la fine d Turing

.         Avrei fatto la fine di Alan Turing
.         O quella di Giovanni Sanfratello
.         In mano ai medici cattolici
.         Coi loro coma insulinici
.         E qualche elettroshock.
.         Perché era un piccolo borghese
.         Il mio padre amoroso
.         Non si sarebbe sporcato le mani.
.         Controllando l’impeto iniziale
.         Vòlto allo strangolamento
.         Del figlio degenerato
.         Ai funzionari appositi
.         Avrebbe delegato
.         La difesa del suo onore.

.

In meno di due anni − gli ultimi due − Franco Buffoni ha dato alla luce tre libri di poesie: Jucci (Mondadori, 2014), O Germania (Interlinea, 2015) e il nuovo Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli Poesia, 2015). Come fosse mosso da una irrefrenabile vena, Franco Buffoni con un’ipotetica trilogia, o se vogliamo un polittico, ha sondato e scandagliato ogni anfratto dell’animo umano alla luce (incerta) di questo scorcio di secolo che ci ha immessi nel vero nuovo millennio, giungendo forse pure a farsi suo malgrado profetico in O Germania, libro che tratteggia ogni viva contraddizione di una dimensione social-economica fattasi poi cronaca di recente.
Una coscienza a nudo è ciò che emerge con fermezza dalle poesie inserite nella nuova raccolta; una coscienza che non solo interroga la storia (oserei dire che continua ad agire in Buffoni la lezione di Seamus Heaney), ma punta pure il dito, indica i colpevoli e i loro molti − troppi − voltafaccia.
Ed ecco allora che Alan Turing e Giovanni Sanfratello si fanno immediatamente simboli di ogni violenza contro chi non è riconosciuto per ciò che è, per il suo essere naturalmente ciò che è, per il suo pensare liberamente. E se la storia di Alan Turing ormai è nota, con un bel ritardo pari al ritardo delle scuse ufficiali, meno nota è la vicenda individuale di Sanfratello. Ed è così che ancora una volta spetta alla poesia il compito di portarci a riflettere sui limiti più che evidenti, palesi, di una società che negli ultimi anni sta smantellando ogni conquista passata in fatto di diritti civili. La castrazione chimica subita da Turing e il suo suicidio sono il simbolo della negazione della fisicità, dell’eros, della passione, della sessualità. Il rapimento di Sanfratello da parte dei famigliari e la sua riduzione, dopo ricoveri forzati, elettroshock, coma insulinici, allo stato vegetativo, sono il simbolo della negazione alla vita pur di non accettare l’esistenza di qualcosa che è altro da sé, e che per comodità chiamiamo diversità.
Vi chiederete cosa c’entri tutto questo con la poesia: c’entra, certo, perché centra il nervo scoperto dell’ipocrisia, lo pone sotto i riflettori e lo porta a nostra conoscenza. E allora è chiaro il perché di quest’urgenza di dire, di pubblicare da parte di Buffoni: perché se non si parla, se non si sollevano le questioni che i soliti noti vogliono far tacere, tutto alla fine davvero sarà ridotto a un silenzio di tenebra.
Buffoni perciò è poeta civile perché è propria del poeta questa dimensione. Ammonire, indicare i colpevoli, spiattellare ogni cosa. E in questo procedere ritroviamo tutto il Buffoni che conosciamo (quello che forse i più hanno cominciato a conoscere con l’Oscar mondadoriano), intriso sì di biografismo mai fine a se stesso, bensì necessario per contestualizzare il dato storico; perché da sempre la storia è chiave di lettura, almeno quanto il rapporto conflittuale con la figura paterna (Barlumi di storia anche questo era, ed è); un conflitto generazionale quanto si vuole, ma spostato ancora una volta un po’ più in là:

L’incubo

L’incubo di essere ancora
Quello venduto e giudicato da suo padre,
Questo l’amaro frutto del cervello
Quando stava per svegliarsi.

I suo maldestri atti d’amore,
Oggetto d’odio ancor più della routine
Di indifferenza, o persino dell’urlo.
Di più mi impietrivano gli slanci.

È un conflitto sui codici etici: sociali, culturali, linguistici, comportamentali, affettivi… la serie è lunga e tutta compresa nello sguardo di Buffoni e nella scelta di intitolare ad Alan Turing l’intera raccolta. Ed è un percorso preciso quello che il lettore è portato a compiere per le 14 sezioni in cui è suddivisa la raccolta, quasi a delineare una personalissima quanto laicissima via crucis, perché è pur sempre una passione quella subita per giungere a ciò che si è («Vorrei parlare a questa mia foto accanto al pianoforte, / Al bambino di undici anni dagli zigomi rubizzi / Dire non è il caso di scaldarsi tanto / Nei giochi coi cugini, / […] / Vorrei dirgli, lasciali perdere / Con i loro bersagli da colpire, / Tornatene tranquillo ai tuoi disegni / Alle cartine da finire, / Vincerai tu. Dovrai patire.»; Vorrei parlare a questa mia foto). E se l’uomo Franco è il risultato di uno scarto rispetto a Piero Buffoni (il padre), il poeta Buffoni è anche il prodotto di un ulteriore scarto rispetto a uno dei suoi padri poetici, Vittorio Sereni, per implicita ammissione del nostro stesso poeta (si veda la nota riferita alla poesia Vittorio Sereni ballava benissimo). Il tutto con il netto rifiuto di farsi carico di sensi di colpa altrui, ereditati − forzatamente ereditati.
L’irrisolto è là pronto all’aggressione, ma anche a essere aggredito:

Diaframmi d’odio

Non è quando si discute e si litiga
Che le cose vanno male,
Né quando si creano i solchi dei puntigli
E ci s’ignora per mesi.
I disastri succedono quando
Si continua a parlare come se niente fosse,
Solo evitando certi argomenti.
E se ci si dà appuntamento
Si è gentili
Ma in presenza d’altri si resta silenziosi
O troppo disinvolti.
Lì i solchi diventano faglie
Diaframmi d’odio.

Siamo entrati così nel secondo vero movimento della raccolta; se la prima metà guarda più al padre, ipostasi della razionalità, la seconda parte della raccolta vede entrare in scena prepotentemente la figura materna, ipostasi della fragilità umana, se vogliamo, che si piega ai dogmi e che di questi accetta pure la colpevole condotta (si vedano le due sezioni Dulcissima e Mater).
Franco Buffoni raccoglie i fili già sparsi in più lontane raccolte sul proprio rapporto con la genitorialità − tema caldo non solo in poesia − e tenta una prima conclusione: quella che prevede pure un’inversione dei ruoli nel rapporto tra genitore e figlio:

Perché io che per te da bambino

Perché io che per te da bambino
Un piccolo dio ero stato
E crescendo Cristo-Mercurio
Con te Venere-Maria,
Poi divenni il tuo
Padre e marito
Pur restandoti figlio,
Nella nostra costellazione famigliare
Per trent’anni al sole giocando
Sorgente
Con te luna calante.

k

© Fabio Michieli su Twitter @michielabio

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