Orme intangibili di Alessandro Ramberti. Una nota di lettura

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Orme intangibili di Alessandro Ramberti (Fara Editore, 2015, prefazione di Vincenzo D’Alessio) è un poemetto strutturato in quartine di endecasillabi, alternate da un verso posto in parentesi che manifesta una sospensione del dettato e della lettura e al tempo stesso si congiunge al corpo del dettato attraverso la rima. Chiude ogni quartina una parola in lingua cinese, di cui Ramberti è profondo conoscitore, con traduzione, oltre a varie citazioni di autori che nella loro diversità, da Camus a Matteo Ricci, si inseriscono in maniera armonica nel testo, contribuendo a dargli una dimensione fortemente sapienziale. Il poemetto di Ramberti, come fa notare D’Alessio nella sua prefazione, assume la forma di un vero e proprio salterio, in cui il riferimento letterario e non solo è da ricercarsi nei Salmi dell’antico testamento attribuiti a Re Davide e che, nell’intenzione dell’autore, accompagna il percorso umano e devozionale di chi scrive.

Quindi Orme intangibili si presenta come una poesia di impianto esplicitamente religioso, dove il dettato poetico recupera la sua dimensione di canto e in particolare di canto sacro, di invocazione all’eterno, in cui il poeta esprime il suo desiderio e amore per il divino, che per Ramberti assume le sembianza del Dio cristiano. Quest’amore si fa canto e obbedienza all’eterno, ma al tempo stesso è una ricerca e un percorso dell’io che cerca un punto certo, un gancio nel cielo oltre la dimensione transeunte dei quattro arti (Che meraviglia è avere la coscienza/ di navigare oltre i quattro arti -/ un gancio qui nel mondo contingente/ di quella illimitata permanenza// (la luce riempie-emana)// che è priva di scansioni temporali). È il cielo il luogo del percorso, della navigazione, la poesia è una preghiera che tende le mani verso l’alto, come una cattedrale gotica, che pur rimanendo impiantata in terra si slancia verso il cielo, per essere presso dio, in paradiso. La poesia di Ramberti è questa meditazione inesausta sul percorso dell’uomo in rapporto al divino, l’uomo, in tale prospettiva, non può accontentarsi, pur non disconoscendola nella sua drammaticità e gioia, della vita terrena, la poesia è il tramite, è il luogo non-luogo in cui l’uomo prende coscienza della statuto eccentrico rispetto alla natura degli altri esseri, la sua natura di viandante, di colui che è sempre al di là, in continuo pellegrinaggio, in una distentio animi, in un futuro prossimo o remotissimo. L’uomo non è, ek-siste, è sempre oltre di sé, ricordando, sperando, temendo, e non c’è modo migliore per esprimere il senso dell’inquietudine umana del camminare, del percorrere un sentiero, della possibilità inquietante dell’errore nel procedere dell’uomo,  ma anche quella salvifica, di ritrovarsi, di ritrovare la strada verso casa, la strada che leghi il contingente all’assoluto. Nei testi di Ramberti questa inquietudine strutturale dell’uomo può riposare solo in Dio, in un canto che si fa speranza e certezza. Il poema quindi si presenta come una testimonianza poetica ed esistenziale di una vera e propria metanoia, di un cambio radicale, in cui tutto appare come un segno del divino, anche gli ostacoli, il dolore, la morte diventano loro malgrado segni di vita, di una vita che vuole essere immortale (La partita annullata dalla morte/ ha senso se c’è vita che perdura/ se cessa diamo corda a marionette/ messe in gioco dai fili della sorte). Ma questo libro è sì un libro che è mosso e abitato da una profondissima devozione, ma nella sua limpida struttura che rispecchia un percorso esistenziale profondo e tormentato, parla in maniera originaria anche a chi è al di fuori del perimetro della grazia a cui il credente sente di appartenere, perché il fulcro centrale del cammino poetico di Ombre intangibili è la dimensione dell’autenticità, l’esistenza non è qualche cosa di dato, ma è progettarsi in un dialogo con il mondo, con l’altro (abbia o no la lettera maiuscola), perché esser vivi significa essere abitati da qualcosa o qualcuno, essere trafitti ma rimanere coscienti, vigili fino alla fine (Ho sognato di avere/ il cervello percorso/ da una lancia gettata/ da qualcuno indistinto/ e remoto..riuscivo/ ad estrarla. Col cranio/ perforato dal tunnel/ luminoso e perfetto/ senza tracce di sangue,/ lacrimavo contento:// ero vivo e cosciente). Ed è sul senso della fine che le strade di chi crede e chi no, di nuovo si separano, gli ultimi lasciano le loro orme sulla terra fino a quando non scompariranno nel nulla, i primi invece sentono le loro orme alzarsi al cielo, invisibili e intangibili, e diventare, rinate, sigilli dell’Eterno (bisogna uscire fuori dal sepolcro/ per nascere di nuovo ma dall’alto.// Chi vola non imprime tracce a terra).

© Francesco Filia